Dopo la pioggia, a Taranto compare il lago “rosso Ilva”

taranto-lago-rosso-tuttacronacaSulla pagina Facebook del gruppo “Sostenitori del giudice Patrizia Todisco” sono apparse delle immagini scattate dopo la pioggia torrenziale che si è abbattuta su Taranto formando un lago rosso sotto al nastro trasportatore dei minerali dell’Ilva, al lato della strada, in località Croce, tra il centro abitato e la grande fabbrica. La didascali che accompagna le foto recita: “La pioggia porta con sé il ferro a pochi metri dalle abitazioni”. Le inchieste legate all’inquinamento dell’azienda proseguono, ma queste immagini inquietanti diventano un simbolo della sofferenza dei cittadini, con il rosso che diventa il colore caratteristico della zona della città a ridosso del siderurgico.

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Lago contaminato, una bomba ecologica in Sardegna. Terra dei Fuochi 2?

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Disastro ambientale, bomba ecologica, un lago contaminato che di ora in ora in minuto in minuto continua a sversare i suoi veleni sulla terra sarda. Un lago che doveva far diventare tutti ricchi è rimasto solo lo scarto: un grande lago di liquame tossico. La corsa all’oro ha fatto ricchi solo gli australiani che hanno sventrato la collina di Santu Miali e agli abitanti di Furtei, Guasila e Segariu è rimasto in eredità un disastro ambientale. I tubi partono dai pozzi dismessi della Sardinia Gold Mining – società  controllata dalla canadese Buffalo Gold Itd, partecipata dalla Regione Sardegna e presieduta dal 2001 al 2003 dall’attuale governatore sardo Ugo Cappellacci – ha chiuso l’attività alla fine del 2008 e nel 2009 ha portato i libri in tribunale. Decretato il fallimento, gli operai sono stati licenziati e delle bonifiche nessuno si è preoccupato.  A evitare l’esplosione ci pensa l’Igea, la società regionale che controlla le miniere dismesse, ma intanto il lago di acido nascosto dietro al monte diventa sempre più grande.La contaminazione arriva fino al sottosuolo e qualche agricoltore produce ancora proprio come nella terra dei fuochi.

«Ogni tanto scaricano acqua, ma è solo un depistaggio, un modo per mescolare le sostanze – racconta Onofrio Giglio, 68 anni passati quasi tutti in campagna – In questo terreno che apparteneva al Comune avevamo piantato decine di eucaliptus, ma da quando è iniziata l’attività nelle miniere si è creato il deserto».

Il governatore Ugo Cappellacci, che della miniera di Furtei conosce bene la storia, affida al portavoce il compito di spiegare i progetti e il lavoro fatto finora: «Abbiamo già effettuato la caratterizzazione del suolo e sottoscritto due convenzioni con Igea (4,2 milioni la prima e 2,5 la seconda) per un impianto di depurazione delle acque acide. Da poco abbiamo stanziato altri 9 milioni per la bonifica integrale».

Si arriverà in tempo?

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Il “più grande turbamento” di Nichi Vendola

vendola-indagato-tuttacronacaNell’ambito dell’inchiesta sull’Ilva, Nichi Vendola rientra tra le 53 persone indagate dalla procura di Taranto. Il governatore della Puglia è accusato di concussione. Parlando di questo “momento di più grande turbamento”, ha spiegato che continua “a dare una straordinaria importanza all’inchiesta sull’Ilva”. “La mia amministrazione – spiega – ha provato a scoperchiare le pentole e a vedere dove nessuno aveva visto prima”. E sull’amministrazione regionale, conclude, “non c’è nessuna ombra”.

L’Ilva e il disastro ambientale: anche Vendola tra gli indagati

NICHI-VENDOLA-ilva-tuttacronacaLa procura di Taranto, nell’ambito dell’inchiesta che ha portato al sequestro di parte dello stabilimento Ilva nel luglio dello scorso anno, ha iscritto nel registro degli indagati 53 persone, tra le quali anche Nichi Vendola. Il governatore della Puglia è accusato di concussione: si parla infatti di presunte pressioni sull’Arpa per “far fuori” il dg dell’Agenzia pugliese per la protezione dell’ambiente, Giorgio Assennato, in quanto figura “sgradita” all’azienda. In Puglia e in altre zone d’Italian nel frattempo i militari delle Fiamme Gialle hanno iniziato a notificare l’avviso di chiusura delle indagini preliminari a tutti gli indagati per disastro ambientale a carico dell’Ilva. I reati contestati agli indagati, dirigenti, funzionari e politici, vanno dall’associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale all’avvelenamento di sostanze alimentari, all’emissione di sostanze inquinanti con violazione delle normative a tutela dell’ambiente.

Il disastro Ilva: 50 gli indagati!

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Si è chiusa l’indagine e ora sarebbero una cinquantina gli indagati per il disastro ambientale causato dallo stabilimento dell’Ilva di Taranto, tra questi i dirigenti e i funzionari ma anche alcuni politici. Coinvolte almeno tre società. I legali di Fabio Riva – in libertà vigilata a Londra dallo scorso gennaio – hanno intanto chiesto copia delle perizie dell’incidente probatorio conclusosi il 30 marzo 2012.

LE 1000 MORTI DI CANCRO A SAVONA, fanno aprire l’inchiesta per Tirreno Power

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Sono arrivate a 1000 nella provincia di Savona le morti per cancro da quando la centrale Tirreno Power è arrivata a Vado Ligure. Questo è il dato esaminato dagli dai consulenti della procura di Savona nell’ambito dell’inchiesta coordinata da Francantonio Granero e Chiara Maria Paolucci. L’azienda è stata quindi messa sotto inchiesta per le emissioni di polveri bianche e rosse che sembrerebbero fuoriuscire dalla centrale a carbone.

I reati ipotizzati dai magistrati nel fascicolo aperto, per ora contro ignoti, sarebbero di disastro ambientale e, più difficile da dimostrare, di omicidio colposo, spiega Giovanni Ciolina su Il Secolo XIX:

“Se i consulenti della procura sono infatti sicuri di poter sostenere la responsabilità dell’impianto a carbone vadese nell’aumento della mortalità per cause tumorali, altrettanto difficile per gli inquirenti appare abbinare il nome di una vittima ad un caso specifico. In sostanza la procura sottolinea come le emissioni inquinanti abbiamo contribuito ad aumentare la mortalità, ma senza essere ancora in grado di individuare un caso specifico di decesso per tumore, la cui insorgenza possa essere attribuita con certezza solo alle emissioni e non anche ad altre cause (familiarità, fumo ecc.)”.

Dopo circa due anni di indagini sul caso Tirreno Power la procura rimane cauta perché teme fughe di notizie prima che le indagini siano del tutto concluse:

“Il sostituto procuratore Chiara Maria Paolucci starebbe aspettando ancora alcune relazioni investigative della polizia giudiziaria, considerate indispensabili alla conclusione dell’inchiesta e alla identificazione di eventuali responsabili da iscrivere nel registro degli indagati per disastro ambientale, la tesi accusatoria più concreta e considerata più “solida” giuridicamente. Così come, peraltro, era successo per una precedente inchiesta sulle sacche di sangue infetto condotta proprio dal procuratore Granero, quando gli investigatori erano riusciti a stabilire l’infezione dei pazienti, ma non la certezza della morte di uno di loro per quel fatto”.

Se dopo anni di studi, anche si licheni, l’inquinamento nella zona di Vado Ligure è stato confermato, la Tirreno Power ha respinto le accuse:

“In questi anni, l’azienda si è sempre difesa sostenendo la non completa affidabilità dei dati e manifestando il totale impegno ( con interventi specifici) a ridurre l’emissione di qualsiasi polvere che possa provocare danni di qualsiasi tipo alla popolazione del savonese. In ballo ci sono centinaia di posti di lavoro e quindi la prudenza è d’obbligo, ma l’influenza delle eventuali emissioni sulla salute pubblica non può certo essere sottovalutata nell’analisi del caso Tirreno Power”.

 

La Solvay sarà la nuova Ilva? Dalla Toscana alla Puglia l’inquinamento continua

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E’ stato l’ex M5S, Adriano Zaccagnini, ora appartenente al gruppo misto  a denunciare la nuova “bomba ecologica” che mina l’Italia. Stavolta non è la Puglia, ma la Toscana ad essere minacciata dallo stabilimento della Solvay, sorto dal 1941. La multinazionale belga che lo gestisce estrae salgemma dai giacimenti di Volterra e della Val di Cecina e produce carbonato di sodio, bicarbonato di sodio, cloro, soda caustica, clorometani e acqua ossigenata.

I risultati – secondo i dati forniti dal deputato –  sono stati un valore aggiunto modesto sul territorio e un costo enorme in termini ambientali: un visibile degrado del mare, enormi consumi di acqua e l’estrazione di salgemma nella Val di Cecina fino alle saline di Volterra; la gente accorre a frotte in un’area non balneabile: i cartelli stradali indicano proprio «spiagge bianche», da Rosignano Marittima a Vado, nonostante l’acqua – si legge nell’interrogazione – “nasconda insidie letali. Tuttavia, nel raggio di chilometri non s’intravede un solo divieto. Anzi, con denaro pubblico è sorto un lido balneare e l’Asl organizza addirittura la balneazione per gruppi di persone disabili”.

l’Agenzia ambientale Onu ha classificato questo tratto costiero come uno dei 15 più inquinanti d’Italia: secondo le stime per difetto del Cnr di Pisa, nella sabbia bianca la Solvay ha scaricato 337 tonnellate di mercurio ed altri veleni: arsenico, cadmio, nickel, piombo, zinco, dicloroetano. L’elenco completo è stato pubblicato sul sito dell’Agenzia europea dell’Ambiente. Più precisamente a Rosignano, secondo Legambiente, sono state 500 tonnellate di mercurio, presenti fino a 14 chilometri dalla battigia. E gli albergatori hanno addirittura chiesto di cambiare il nome della cittadina togliendo il “marchio” Solvay proprio per non abbinare la città alla situazione di degrado ambientale.

Oggi la Solvay è finita sotto inchiesta per gli scarichi abusivi nel mare toscano, sono stati  indagati sia la direttrice che i 4 ingegneri.

La società  ha chiesto di patteggiare, ma la Procura ha posto precise condizioni: risanamento e fine delle violazioni. L’ultima scadenza per la Solvay è il 2015: se non sarà tutto ok, potrebbero scattare i sequestri.

Aspettando ulteriori sviluppi, Zaccagnini ha così chiamato in causa il  Ministero dello sviluppo economico, il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare ed il Ministero della Salute.

Zaccagnini pone richieste precise ai ministri competenti:

1) realizzare un’indagine epidemiologica, a cura di un organismo pubblico autorevole e a carico della stessa Solvay, per stabilire gli eventuali rapporti tra le patologie e i decessi avvenuti sul territorio e le emissioni inquinanti della fabbrica, con la correlazione tra inquinanti conosciuti e patologie;

2) intervento d’urgenza per quantomeno bloccare i danni all’ambiente e alle persone prodotti dalla lavorazione;

3) avvertire la popolazione dello scarico in mare di tali sostanze, prevedendo inoltre che le spiagge bianche vengano interdette alla frequentazione per almeno 1 chilometro a nord e a 2 chilometri a sud dalla foce dello scarico;

4) chiusura dello scarico a mare entro non oltre 4 anni, anche se depurato dagli inquinanti denunciati;

5) obbligo per lo stabilimento di dotarsi di un impianto a circuito chiuso dell’acqua, con la possibilità di utilizzare solo l’acqua in entrata in mare;

6) rimborso dei lavoratori posti in Cassa integrazione (da dicembre 2011 a maggio 2012) nel caso fosse riconosciuta la strumentalità dell’iniziativa Solvay;

7) prevedere, nell’accordo di programma che è in corso di definizione presso la regione Toscana, un dissalatore a carico di Solvay, da cui la multinazionale ricavi acqua e sale lasciando l’acqua dolce alla popolazione;

8) spostamento del serbatoio di etilene ad alto rischio dall’area archeologica di Vada prevedendo per lo stesso una diversa collocazione.

Disastro ambientale in Thailandia: tre giorni non bastano, la marea nera resta.

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Sembra più complesso del previsto l’intervento di ripulitura dell’isola di Koh Samet in Thailandia dopo che sabato si era avuto un versamento in acqua di petrolio di ingenti quantità pari a circa 50mila litri di greggio. Nonostante il proposito annunciato dalla PTT Global Chemical, l’azienda statale responsabile dell’inquinamento che aveva promesso il ripristino in appena tre giorni. Si teme per l’impatto che tale disastro ecologico può avere sull’industria ittica e su quella del turismo veri motori propulsori dell’economia thailandese.

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Truffa da 107 mln e disastro ambientale… Bagnoli bonificata virtualmente!

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E’ costata 107 milioni di euro la Bonifica di Bagnoli, ma l’area è stata bonificata solo virtualmente, in sostanza non è stato fatto nulla. Il problema è che ora ci si trova di fronte a una situazione ben peggiore di quella che si presentava al tempo della pre-bonifica. Sull’area è avvenuta una “miscelazione dei pericolosi inquinanti” e ora si è di fronte a un vero e proprio disastro ambientale.

Alla luce dei rilievi tecnici, i reti contestati sono: truffa ai danni dello stato, disastro ambientale, illecita percezione del denaro pubblico. falsificazione delle certificazioni di analisi e delle attestazioni di avvenuta bonifica, il favoreggiamento reale.

Le aree dell’ex Italsider e dell’ex Eternit di Bagnoli, alla periferia di Napoli, sono state sequestrate dai carabinieri nell’ambito di un’indagine della Procura di Napoli. Indagati 21 ex dirigenti della società “Bagnoli Futura” e di vari enti locali. Il gip del capoluogo campano ha inoltre disposto “un dettagliato piano di interventi finalizzato a un’adeguata bonifica e messa in sicurezza”.

Si teme il disastro ambientale in Alaska: alla deriva piattaforma di petrolio

La Kulluk della Shell, una piattaforma per trivellazioni che ha rotto i cavi andando alla deriva e incagliandosi in un’isola disabitata, ha a bordo quasi 600 mila litri di carburanti e oli.

Custodia in carcere per disastro ambientale al boss Bidognetti, già al 41bis

Bidognetti avrebbe avvelenato falde acquifere per favorire il clan dei Casalesi.

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Usa-Bp: interrotti tutti i contratti… non c’è professionalità!

Gli Usa non faranno più contratti con la Bp a causa dell’incidente alla piattaforma nel Golfo del Messico e a come fu gestita l’emergenza.

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