Ablyazov diventa un criminale anche per gli inglesi…

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Improvvisamente  Mukhtar Ablyazov da rifugiato politico diventa criminale anche per gli inglesi. Dopo i mandati di cattura internazionali emessi dalla Russia e dal Kazakistan, ora è la giustizia britannica a scagliarsi contro il dissidente politico. Al centro ci sarebbe una villa, la Carlton House, da 18 milioni di sterline nella prestigiosa Bishop’s Avenue di Londra, nota per essere la strada dei ricchi londinesi. La villa, composta da 7 camere da letto, bagno turco per dodici persone, piscina coperta e sala da ballo, immersa in un parco, sarebbe stata fuori dalla portata di Ablyazov dopo che i beni dell’imprenditore erano stati congelati dalla giustizia inglese per rispondere alle richieste della giustizia russa e di quella kazaka. Come ha potuto quindi il kazako acquistare la villa?  Ablyazov avrebbe usato una società di comodo, intestata ad una famiglia inglese che faceva da prestanome, a cui destinare i proventi della vendita di una torre nel centro di Mosca di sua proprietà. Un giudice inglese per questa truffa avrebbe emesso nel novembre 2012 un mandato di cattura. Ablyazov in sostanza sarebbe stato accusato per aver destinando i proventi di una torre di sua proprietà a Mosca a una famiglia inglese che avrebbe fatto da prestanome per una società che poi ha provveduto all’acquisto della villa… ma non si muove così tutta l’alta finanza per evadere le tasse? Perché questo accanimento contro un dissidente e rifugiato politico in palese difficoltà? Dopo il mandato firmato dal giudice il kazako sarebbe scappato da Londra e avrebbe trascorso un periodo in Francia e poi sarebbe anche giunto in Italia fino al 25 maggio, tre giorni prima del blitz. Ora l’uomo è introvabile. Ammesso, solo per un istante, che l’uomo abbia commesso una truffa per necessità, come ha potuto l’Italia consegnare la moglie e la figlia al governo kazako e farle diventare ostaggi per ricattare Ablyazov? All’insaputa del ministro dell’Interno e di quello degli Esteri una donna e una bambina sono in pericolo di vita in mano a un governo che da anni dà la caccia ad  Ablyazov?

Ieri l’incontro a Londra tra Cameron e Letta e oggi la notizia del mandato di cattura britannico contro Ablyazov?

Chi governa in Italia? Procaccini: “informai Alfano, mi sento offeso”.

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Secondo Giuseppe Procaccini, Angelino Alfano fu informato dell’incontro con l’ambasciatore kazako. In tale circostanza, essendo il Capo di Gabinetto all’oscuro che Ablyazov fosse un dissidente e un rifugiato politico, riferì al ministro che l’ambasciatore del Kazakistan era «venuto a parlare della ricerca di un latitante» e di aver passato la pratica al prefetto Alessandro Valeri.

L’ex Capo di Gabinetto di Alfano spiega a La Repubblica «Il 28 maggio, nel tardo pomeriggio, inizio sera, dopo che era già stato in Questura, ho ricevuto nel mio ufficio al Viminale l’ambasciatore kazako, che mi ha rappresentato la situazione di questo pericoloso latitante che si sarebbe trovato in una villa a Casal Palocco. E ho quindi immediatamente interessato della questione il Dipartimento della Pubblica sicurezza nella persona del dottor Valeri». L’incontro era stato sollecitato dallo stesso Alfano: «ero stato informato che l’ambasciatore doveva riferirmi una questione molto delicata». Poi al ministro dell’Interno riferì «verbalmente» il giorno successivo, il 29 maggio.

Procaccini prosegue nell’intervista al quotidiano affermando: «mi risulta  che anche nelle banche dati Interpol sul soggetto in questione non vi fossero informazioni diverse dai reati per i quali era ricercato». Come mai ci sono schede incomplete nelle banche dati dell’Interpol? Come mai nessuno ha visto su internet? Sarebbe bastato ricercare Ablyazov su Google per sapere che quel “pericoloso latitante” fosse invece un “rifugiato politico”, come mai nessuno a fatto una ricerca?

Secondo Procaccini poi, dopo il blitz, non gli venne comunicato il fermo di Alma Shalabayeva e di sua figlia. L’ex Capo di Gabinetto afferma  «A me venne solo comunicato dal Dipartimento, in modo sintetico, che la ricerca del latitante in questione aveva dato esito negativo. Che il soggetto non era stato trovato in quella casa». Quindi l’espulsione della Shalabayeva è avvenuta a insaputa di Angelino Alfano, di Enrico Letta, del Capo di Gabinetto del Ministro dell’Interno e del ministro degli Esteri? Ma chi governa in Italia? Ma il Kazakistan ci governa e si muove autonomamente sul nostro territorio? Dove è la sovranità dello Stato italiano? Il Capo di Gabinetto ha quindi saputo dell’espulsione attraverso la stampa.

Quanto alle sue dimissioni, Giuseppe Procaccini afferma: «un gesto di serietà, un gesto assolutamente gratuito» – e poi aggiunge – Ho continuamente ripercorso la vicenda e mi sono anche interrogato se qualcosa mi fosse sfuggita», si legge, ma «tutto mi riporta alla obiettiva circostanza di non essere stato informato» sull’espulsione.

 

Renzi come un fiume in piena travolge Letta e il Pd

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Matteo Renzi è un fiume in piena quando interviene alla presentazione del libro “Facciamo giustizia” di Michele Vietti.

“Prendo atto che il vicepremier va alle 20 alla Camera: dopodiché, la vicenda riguarda il presidente del Consiglio, sia lui a valutare quello che è accaduto”, così ha affermato il sindaco di Firenze, sul caso Ablyazov. Renzi, poi ha aggiunto: “Immagino andrà in aula egli stesso e dovrà prendere posizione sulla vicenda, dovrà dire se le considerazioni di Alfano lo avranno convinto o no”. Queste parole rischiano di travolgere l’esecutivo Letta e il Pd?

La Shalabayeva si è autoespulsa?

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Giuseppe Tiani segretario generale del Siap (sindacato italiano appartenenti polizia) dichiara «Nella vicenda di Alma Shalabayeva tecnicamente la polizia ha agito in modo ineccepibile e rispettoso della normativa avendo ricevuto, altresì, la convalida dell’autorità giudiziaria. Non possiamo, quindi, accettare che il conflitto politico sottotraccia, in seno all’atipica maggioranza che sostiene il governo, faccia ricercare capi espiatori al di fuori della logica politica». Il Siap attende che «la verità dei fatti confermi il rispetto delle leggi».

Il direttore del servizio segreto interno, generale Arturo Esposito, ha riferito oggi al Copasir dicendo che l’Aisi non è stato coinvolto nella vicenda della cattura della moglie della figlia del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov. «Con questa audizione – ha spiegato il vicepresidente del Copasir, Giuseppe Esposito – è stata confermata la completa estraneità del nostro servizio alla vicenda, che è stata soltanto un’operazione di polizia attuata su richiesta di Interpool e Criminalpol. I servizi – ha aggiunto – non se ne sono mai occupati come ci ha anche comunicato con una lettera il direttore del Dis, Giampiero Mazzolo».

Nella relazione di Pansa  sul caso Ablazov, secondo quanto si apprende da fonti del Viminale, si legge «’In nessun momento è pervenuta o è stata individuata negli archivi di polizia informazione che rilevasse lo status di rifugiato di Ablyazov». Abbiamo rifugiati a insaputa del governo italiano?

Per Alfano l’espulsione è avvenuta a sua insaputa. La Bonino e la Farnesina non hanno «alcuna competenza in materia di espulsione di stranieri, né accesso ai dati» sui rifugiati politici in Paesi terzi.

Quindi la Shalabayeva si è autoespulsa?

Il Pd prova a mettere una “toppa” sul caso Shalabayeva? Epifani non ci sta?

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Alfano riferirà sul caso Shalabayeva alle 18. Intanto gli umori dei diversi schieramenti politici si possono tagliare con il coltello e c’è anche chi prova a mettere acqua sui carboni ardenti. E’ il caso del capogruppo del Pd al senato Luigi Zanda che cerca di prendere tempo e non rispondere alla scomoda domanda che tutti in queste ore si pongono: il pd voterà le mozioni di sfiducia di Sel e M5S? Zanda afferma: “Prima vogliamo ascoltare cosa dirà il ministro in aula alle 18”.

Epifani intanto, non ha dubbi: se Alfano si dimette crolla l’esecutivo.

Il segretario del Pd ha spiegato a Letta e Franceschini che «su una vicenda come questa non possiamo far finta di nulla, non possiamo accontentarci, non ci possono essere zone d’ombra, vogliamo chiarezza sui responsabili». Sarebbe stato proprio Epifani a dichiarare a tu per tu con i “suoi”: «Non siamo più disposti ad immolarci a tutti i costi.» Avrebbe poi aggiunto «Su una vicenda così complessa e che vede in gioco i diritti di una moglie e di una bambina e sulla quale non venisse fatta piena chiarezza, il Pd non è disposto a reggere».

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Ecco il punto: il segretario del Pd ha spiegato ai suoi interlocutori che oramai c’è un problema di tenuta politica per il Pd: «Su una vicenda così complessa e che vede in gioco i diritti di una moglie e di una bambina e sulla quale non venisse fatta piena chiarezza, il Pd non è disposto a reggere». Fino al punto di chiedere la testa del ministro dell’Interno, laddove si ravvisasse una evidente responsabilità oggettiva? Su questo, non conoscendo cosa è scritto nella relazione di Pansa, il leader del Pd non ha fatto richieste lapidarie, ma si è fatto capire: «In merito alle responsabilità non ci possono essere tabù o aggiustamenti». Come dire: se non si fa chiarezza, anche la posizione di Alfano è in discussione. Ecco perché, dopo aver sentito Epifani, il presidente del Consiglio si è vieppiù convinto sull’operazione trasparenza, anche a costo di una decapitazione ai vertici della polizia. Ecco perché, con la stessa logica di conquistare «scalpi» simbolici, il presidente del Consiglio ha chiesto a Roberto Maroni la testa (senza poi ottenerla) di Roberto Calderoli.

Ma se il Pd non vota la mozione di sfiducia quanto elettorato rischia di perdere? Ancora una volta gli elettori del Pd saranno disposti a tapparsi il naso e votare ancora per la sinistra dopo quest’ennesima prova di debolezza del partito?

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Cadono le teste nel caso Shalabayeva

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Se fossero i tempi di Agatha Christie forse il nuovo capitolo legato al caso Shalabayeva si chiamerebbe “le tre piccole teste che cadono”. Lo aveva fatto intendere Pansa nei giorni scorsi che ci sarebbero state teste che sarebbero cadute per quel che è accaduto tra il 28 e il 31 maggio con l’espulsione di Alma Shalabayeva e della figlia di 6 anni.

Cadono le teste, ma non sono quelle importanti. Il primo a dover rassegnare le dimissioni è il capo di Gabinetto del ministro Giuseppe Procaccini.  Il braccio destro del ministro, salito all’incarico ai tempi del ministro Cancellieri. Un prefetto che, in quota – si dice – a un’area che fa riferimento a Berlusconi, ma anche a Monti. È lui a ricevere il 28 maggio l’ambasciatore kazako Andrian Yelemessov e il suo primo consigliere che premono per la cattura di Ablyazov avvistato da agenti privati (anche questo fatto dovrà essere chiarito) in via di Casalpalocco al civico 3. 

Trema la poltrona di Alfano… Letta lo proteggerà?

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Trema la poltrona di Angelino Alfano. Il M5S e il Sel hanno infatti depositato alla Camera la mozione di sfiducia individuale nei confronti del ministro dell’Interno. Al centro della richiesta c’è, naturalmente, la vicenda per l’espulsione di Alma Shalabayeva. Cosa farà ora Enrico Letta? Proteggerà il suo governo di larghe intese o sarà travolto dal caso kazako? Anche La Repubblica oggi ha allargato la falla chiedendo le dimissioni di Alfano senza mezzi termini.  Sembra quasi che il tempo di Letta sia scaduto da quello che si legge sul quotidiano di Ezio Mauro, che per la prima volta mira proprio sul Ministro dell’Interno. D’altra parte Alfano è in una posizione debole, quella linea politica intrapresa da tempo nel nostro paese che si basa sempre e solo su “a mia insaputa” non regge più nell’opinione pubblica. Ecco perché oggi tutto il Pdl, sembrerebbe anche su richiesta di Silvio Berlusconi che si trova in Russia ospite del suo amico Putin, si sia schierata a far quadrato intorno ad Alfano. “Il partito di Repubblica vuole usare Alfano come bomba umana per fare esplodere il governo Letta-Alfano, ma non per l’interesse del paese e degli italiani coi loro tanti problemi, ma per l’interesse del suo candidato Renzi”. Queste le parole che si sentono risuonare intorno al partito del centro destra e si percepisce il timore e la paura.

 

Il presidente kazako in vacanza in Sardegna, ospite di un amico di Berlusconi

NURSULTAN-E-BERLUSCONI-tuttacronacaL’Italia è in fermento per lo scandalo dell’espulsione di Alma Shalabayeva e della figlia e il presidente kazako Nursultan Nazarbaev ha scelto San Teodoro, in Sardegna, per concedersi cinque giorni di relax. La villa scelta per la vacanza, dove con il presidente sono giunti famiglia, servitù e plotone di sicurezza, è del comprensorio H2O di cui è proprietario Ezio Maria Simonelli, vicino da sempre a Berlusconi. Repubblica descrive Simoncelli con queste parole: “Studio in centro a Milano, una lenzuolata di cariche alla Bocconi, ma soprattutto nelle società del gruppo Fininvest (è anche nel collegio sindacale della Mondadori), presidente dei revisori dei conti della Lega Calcio e candidato alla presidenza – lo scorso dicembre – da Adriano Galliani, altro suo vecchio amico.” E’ lo stesso quotidiano a spiegare che il presidente è arrivato una settimana fa, nel momento in sul governo italiano iniziavano ad addensarsi i dubbi per l’espulsione “sospetta” della moglie e della figlia di uno dei suoi principali oppositori, il dissidente Mukhtar Ablyazov.

Nel frattempo, ieri, un comunicato del ministro degli Esteri kazako ha precisato che la Shalabayeva “non è in prigione né agli arresti domiciliari, ma ha solo un obbligo di dimora ad Almaty”. Altre informazioni sulla donna sono state riferite dalla figlia maggiore, la 25enne Madina Ablyazovova: “Alma, mia madre, ora è ad Almaty, a casa dei genitori. Viene monitorata, filmata e pedinata da vicino. È trattenuta in Kazakistan come ostaggio”. “Mia madre non è mai stata una fuggitiva”, ha spiegato. “Quando il regime kazako l’ha presa, e subito dopo essere stata mandata in Kazakistan contro la sua volontà, le autorità kazake hanno mosso delle accuse penali nei suoi confronti per poter fare di lei un ostaggio. Ha sempre avuto con sé documenti validi, che confermavano il suo status sia in Inghilterra che in Europa. Inoltre, ha sempre avuto un passaporto kazako emesso regolarmente”.

Memorie di una kazaka: il blitz contro la Shalabayeva

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Neppure si fosse trattato di un killer seriale, invece che di una mamma con la propria figlia in fuga da un regime, quello kazako, che le voleva solo ostaggio per condannare a morte Mukhtar Ablyazov. Un racconto duro, aspro e spietato quello che emerge dal memoriale rilasciato dai legali della Shalabayeva al Financial Times datato 22 giugno, che se fosse confermato, aprirebbe una triste pagina di storia italiana. Si porrebbero domande sul ruolo del ministero dell’Interno, su quello degli Esteri, sulla polizia e sui servizi.

Al suo interno, il racconto degli ultimi tre giorni vissuti dalla moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov in Italia, dalla notte del blitz alla permanenza al Cie di Ponte Galeria fino alla partenza per Astana. Secondo quanto scritto da Alma, a fare irruzione sono state «30-35» persone, più «una ventina» rimasti fuori all’edificio: «Erano vestiti di nero. Alcuni di loro avevano catene d’oro al collo, molti avevano la barba, uno una capigliatura punk con una cresta». Tra loro anche «una donna, di circa 30 anni, che mi ha accompagnato dovunque andassi nella casa», scrive ancora la moglie di Ablyazov al quale gli autori del blitz chiesero le generalità e, solo dopo diversi minuti di esitazione e di tensione crescente, la donna decise di mostrare loro il suo passaporto centrafricano. «Non avevano nessun segno esterno da cui si potesse capire che erano poliziotti e militari. Ma tutti avevano delle pistole e parlavano tra loro in italiano», sono le parole della donna che racconta come ad un certo punto le fu ordinato di vestirsi e di venire via: «Con me non avevo né soldi, né documenti, non avevo un avvocato né un interprete».

Poi, come se tutto questo non bastasse, c’è anche un capitolo, dedicato agli insulti. Secondo la  Shalabayeva, quella tremenda notte, gli fu gridato in italiano, frasi che non riusciva a capire «…L’unica cosa che ho potuto distinguere in questa serie di offese fu ‘p*****a russa’…  Avevo una sola sensazione in quel momento: erano venuti ad ucciderci senza un processo, un’indagine, senza che nessuno lo avrebbe mai saputo».

Cosa è davvero accaduto e per ordine di chi?

La mano lunga del Cavaliere dietro il caso Alma Shalabayeva?

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Forse è solo la voce isolata di un senatore del Pd in dissenso con il governo delle larghe intese, ma quando a rilasciare un’intervista è l’ex pm Felice Casson sicuramente quella voce deve essere quanto meno ascoltata.

“Si tratta di una violazione gravissima dei diritti umani. Non è accettabile che uno stato democratico si comporti così. Ci sono responsabilità che vanno individuate a livello politico e di struttura tecnica. E l’amicizia tra Berlusconi e il presidente kazako getta un’ombra pesante sulla vicenda. Vanno condotti accertamenti e chiederò che sia Letta a occuparsene in prima persona. Non lo può fare il ministro dell’Interno Alfano, che è sotto accusa nella stessa vicenda…”.

Per Felice Casson il caso dell’espulsione dall’Italia della moglie e della figlia del dissidente kazako Ablyazov potrebbe essere quel terremoto politico che mina il ruolo dell’Italia in ambito internazionale: “deve essere Letta – dice Casson – a occuparsene in prima persona: è sbagliato affidare gli accertamenti ad Alfano che è sotto accusa”.

Di seguito l’intervista rilasciata all’Huffington Post da:

Sel e Movimento 5 stelle presenteranno una mozione per chiedere le dimissioni di Alfano, dopo il caso kazako. E’ una scelta che potrebbe condividere?

Le opposizioni fanno il loro mestiere, loro ritengono che sia il momento giusto per presentare una mozione di sfiducia. Io dico che vanno individuati bene tutti i livelli di responsabilità politica e tecnica.
Ancora una volta ci rendiamo conto che nel ministero degli Interni c’è una struttura, una catena di comando riservata che sfugge al controllo della politica e i ministri che arrivano, che siano tecnici o politici, non sono in grado di rendersene conto.

Lei mette in dubbio che Alfano non sapesse?

C’è questo problema di struttura che va capito e va verificato quanto sapeva il ministro. Perché da un certo momento in poi certamente è stato informato. Bisogna vedere quando, da chi e in che modo. Se non ha saputo nulla o non ha capito, sarebbe ancora più grave. Vorrebbe dire che non ha compreso la struttura del ministero degli Interni.

Il caso della signora Ablyazov, espulsa in quattro e quattr’otto pur avendo documenti in regola e secondo una dinamica oscura, ricorda dunque altri episodi della nostra storia che pure hanno messo in cattiva luce gli organi preposti all’ordine e alla sicurezza?

Il G8 di Genova, certo, e altri episodi del passato. E se in qualche momento, in quest’ultima vicenda, qualcuno ha parlato di norme rispettate, io dico che sono state invece raggirate e sfruttate per una motivazione extraistituzionale.

C’è chi dice che con la signora Ablyazov sia stata usata particolare premura nella procedura di espulsione per fare un favore al presidente kazako Nazarbayev, amico di Berlusconi nonché capo di uno stato ricco di petrolio. Illazioni?

Per il momento sono voci, però, nella fase in cui si sta cercando di capire cosa è successo, va considerata anche questa indicazione come pista da seguire.

Anche l’amicizia con Berlusconi?

Tutte, fino a quando non sarà stata fatta chiarezza.

Come giudica il comportamento del Pd? Timido in questa vicenda?

Dico del comportamento del premier: chiaro e lineare quando parla della necessità di trasparenza assoluta. Va dato atto a Letta che ha assunto una posizione da uomo di Stato, ha chiesto accertamenti e dovrà trarne le conseguenze. Perché gli accertamenti non può dirigerli il ministro degli Interni Alfano che viene accusato della stessa vicenda. Devono essere autonomi.

In che senso?

Letta trovi lo strumento adeguato. Va bene la relazione del capo della polizia Pansa, ma gli accertamenti deve seguirli il presidente del Consiglio. Questo è un gravissimo fatto interno con risvolti di diritto internazionale molto importanti.

Un altro problema per il governo delle larghe intese?

Lo sarebbe per qualsiasi governo al di là della composizione strana e anomala di questa maggioranza. Il collegamento fatto dalla stampa il tra il perseguitato Ablyazov, il dittatore kazako e la sua amicizia con l’ex premier Berlusconi getta un’ombra più pesante: va chiarita fino in fondo. Se ne dovrebbe interessare anche il Copasir, anche se sembra che nella vicenda i servizi non c’entrino.

Quanto a lei, porrà la questione in termini formali?

Farò un’interrogazione per capire dal premier cosa intende fare, come intende muoversi. Ripeto: non mi pare sufficiente affidare l’indagine interna al ministro Alfano.

 

Quel pasticciaccio brutto dell’estradizione di Alma Shalabayeva

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Continua la scia di polemiche su una storia che rischia davvero di mettere in crisi il governo italiano già ampiamente in imbarazzo sulla scena internazionale. Tra la dichiarazione di Angelino Alfano, ministro dell’Interno, che ha sostenuto che l’estradizione di Alma Shalabayeva e sua figlia Alua,  è avvenuta a sua insaputa e la revoca dell’espulsione che suona come un mea culpa, il caso kazako va avanti e mette a dura prova le larghe intese. Il dietrofront ci è stato da parte dell’Italia ma la grave  mancanza d’informazione all’esecutivo  pesa come una tegola sul Premier Letta che aveva già dovuto compiere diversi slalom dopo le sentenze di Berlusconi e in attesa che la Cassazione si pronunci sul caso Mediaset il 30 luglio.

Ora arriva anche un’indagine interna, che dovrà chiarire cosa successe veramente in quelle ore precedenti che poi portarono all’estradizione della moglie del dissidente kazako Muhktar Ablyazov e la bambina di sei anni. Sull’intera vicenda pesa anche un giallo diplomatico, innescato da un fax con cui la Farnesina avrebbe negato l’immunità diplomatica della signora, come riporta Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera.

E ‘ il 28 maggio quando la storia ha inizio. Un martedì mattina in cui due kazaki, Andrian Yelemessov, ambasciatore in Italia e il suo primo consigliere Nurlan Zhalgasbayev, si presentano in Questura nell’ufficio del Capo della Mobile, Renato Cortese.

Quale è il motivo della visita?

L’agenzia privata Syra che ha i suoi uffici a Roma dietro un compenso di 5000 euro pagato dal regime di Astana, ha individuato la casa dove si nasconderebbe il dissidente Muhktar Ablyazov.

MA Cortese non ha proprio idea di chi possa essere Muhktar Ablyazov, ecco quindi che l’ambasciatore e e il suo primo consigliere gli fanno un profilo dell’uomo da cui emerge che Ablyazov è uno “tra i più pericolosi ricercati dall’Interpol”.

I due mostrano alcuni documenti che documenterebbero come quest’uomo sia abituato a girare armato  e sia anche un fiancheggiatore oltre che finanziatore del terrorismo. Insomma un “colpo” che incastrerebbe un “criminale internazionale”.

Cortese spiega che comunque in Italia per arrestare un uomo serve un provvedimento legittimo, non una semplice “soffiata”, così prende tempo e consulta la banca dati della polizia, ma quel nome non compare. Forse sarebbe bastato andare su internet e vedere chi davvero fosse  Muhktar Ablyazov e capire che dal 2001, il “pericoloso kazako” è in realtà un oppositore del regime vigente nel suo Paese d’origine.

Oppresso dai kazaki, Cortese, alza il telefono e chiama invece, la divisione dell’Interpol al Viminale. Il funzionario che risponde trova quel nome nel loro archivio ed accanto c’è il “bollino rosso”: per appropriazione indebita e truffa ai danni dello stato. A questo punto, dopo poche ore, nel pomeriggio, arriva un fax dall’Interpol con l’ordine di cattura internazionale. Nessuno parla dello status di rifugiato politico che  Ablyazov ha ottenuto a Londra.

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Come si giustifica? Che la notizia non è presente sul database dell’Interpol, quindi non esiste, anche se i siti web parlano ampiamente del tentativo di Ablyazov di fondare insieme ad altri dissidenti del governo  Nazarbaev, un partito che doveva portare un radicale cambiamento nel Paese:  Scelta Democratica del Kazakistan.

A mezzanotte, 50 agenti della Digos e della Mobile fanno irruzione nella villetta romana a via di Casal Palocco n.3 dove si nasconderebbe Ablyazov. In realtà nella villetta stanno dormendo solo Alma Shalabayeva e sua figlia Alua, ospiti della cognata Venera e del marito Bolat. La moglie di Ablyazov viene costretta a sedersi su una sedia e viene interrogata con durezza. Il cognato Bolat viene colpito. La donna viene anche accusata di avere un passaporto falso: è centroafricano e riporta il cognome da nubile della donna, Ayan. Dopo 15 ore di interrogatorio Alma Shalabayeva cede e confessa di essere la moglie Muhktar Ablyazov. Viene quindi portata in una cella, dove una compagna le presta un cellulare e la Shalabayeva chiama a casa. Prima dell’espulsione le viene solo concessa una rapida udienza con i suoi avvocati. Poi c’è solo Ciampino e il volo  verso Astana su un jet privato con due diplomatici kazaki.

Uno dei legali della Shalabayeva,  Vincenzo Cerulli Irelli  comunica ai media italiani alcuni dettagli della detenzione della moglie di Ablyazov, dopo che il governo ha revocato il provvedimento di espulsione:

Alma Shalabayeva e sua figlia Alua “non hanno subito maltrattamenti, per ora”. La moglie del dissidente kazako Muhktar Ablyazov e la bambina di sei anni, si trovano “agli arresti domiciliari in casa del padre di lei. Per raggiungerla – ha spiegato l’avvocato –  abbiamo dovuto prendere contatto con un console in Kazakistan. Non ci risultano ulteriori pericoli per la signora ma suo marito è il maggiore oppositore del regime e questo ci fa temere per il futuro.  E’ importante che i riflettori su questa vicenda restino accesi”.

Alma Shalabayeva e sua figlia Alua “non hanno subito maltrattamenti, per ora”. La moglie del dissidente kazako Muhktar Ablyazov e la bambina di sei anni, si trovano “agli arresti domiciliari in casa del padre di lei”. Dopo il dietrofront del governo Italiano, che ieri ha revocato l’espulsione della donna, evidenziando una grave mancanza d’informazione all’esecutivo e annunciando un’indagine interna, è uno dei legali della Shalabayeva, Vincenzo Cerulli Irelli a comunicare i particolari sulla sua detenzione in Kazakhistan.

Lettera di Muhktar Ablyazov al Premier italiano:

“Caro Mr Letta, grazie per questa decisione coraggiosa, ma adesso temo che il regime di Nazarbayev reagirà mandando mia moglie Alma in prigione e la mia bimba Alua all’orfanotrofio”, impedendo quindi che possano tornare in Italia. Lo scrive l’oppositore kazako Mukhtar Ablyazov in un messaggio al premier Enrico Letta e consegnato a La Stampa. Il messaggio arriva all’indomani della decisione del governo italiano di ritirare l’espulsione.

“Fino ad oggi ho avuto paura che il governo italiano serrasse i ranghi, negando l’illegittimità di quanto avvenuto, ma non è successo”, rileva Ablyazov, che si dice “molto grato al popolo italiano per aver reagito a questa orribile vicenda, per non essere stato insensibile”.Tuttavia “temo che il Kazakistan adesso non lascerà andare Alma e Alua, non potranno lasciare il Paese”, afferma Ablyazov, che chiede aiuto all’Italia perché “Alma e Alua ora si trovano in una situazione di grave pericolo. Il piano del regime di Nazarbayev è di mandare mia moglie in prigione e mia figlia in un orfanotrofio”.

Aggiornamento del 13 Luglio 2013, 17.30:

Il governo di Astana ha precisato all’ANSA che Alma Shalabayeva “non è in prigione o agli arresti domiciliari” ma ha obbligo di residenza ad Almaty perché “sotto inchiesta sul rilascio del passaporto per il marito e i famigliari in cambio di tangenti”.

“Al fine di evitare la possibilità che esca dal Paese prima del termine delle indagini a suo carico, Shalabayeva si trova con l’obbligo di dimora ad Almaty (dove ha scelto volontariamente di vivere con i genitori durante il periodo dell’inchiesta) – spiega il dicastero kazako in una nota – Tutti i suoi diritti e le sue libertà previsti dalle legge della Repubblica del Kazakistan e dal diritto internazionale, sono al momento pienamente rispettati e le forze dell’ordine kazake garantiranno che lo siano anche in futuro”.

Nel comunicato si ricorda che “Mukhtar Ablyazov continua a nascondersi dagli organi inquirenti di diversi Paesi” e che il Kazakistan “continuera’ il suo lavoro coi partner all’estero per ulteriori indagini al fine di consegnarlo alla giustizia”. Allo stesso tempo, il dicastero ha assicurato che la Shalabayeva non rischia di essere accusata dei crimini del marito.

 

Il rimpatrio di Alma Shalabayeva: Italia schiava del Kazakistan?

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Si torna a parlare dell’ “anomalo” rimpatrio della moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, Alma Shalabayeva. 

In Italia ci si interroga se sia giusto consegnare la moglie di un presunto “nemico del popolo” insieme alla figlia di soli 6 anni nel silenzio più assoluto. Solo ora che la  Shalabayeva si trova agli arresti domiciliari ad Almaty  emergono forse i primi tasselli di un caso che sicuramente può essere paragonato a quello di Abu Omar.

E’ stato solo un pasticcio o l’Italia è succube del Kazakistan o di servizi segreti che ordinano e comandano sul territorio italiano? 

Sel e M5S hanno chiesto a gran voce le dimissioni di Angelino Alfano aggiungendo anche che ” Sessanta milioni di italiani con Alfano non sono al sicuro” arriva secca la risposta del capogruppo Pdl Renato Brunetta “Sinistra e libertà e Movimento 5 Stelle, non avevo argomenti attaccano in modo scomposto e assolutamente fuori luogo il ministro dell’Interno”.

Intanto arriva il ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri che si difende  “tutte le procedure sono state perfette, tutto in regola e secondo la legge».

Ma che ci sia qualcosa di anomalo è lo stesso avvocato della donna rimpatriata, Riccardo Olivo, che afferma: “Anche se l’Italia ha deciso di espellere Shalabayeva per un motivo qualunque, come mai l’ha fatto così in fretta e perché proprio in Kazakistan?. Il Kazakistan è un paese dove non si estradano neppure i delinquenti veri, nemmeno gli sgozzatori di persone”.

E ci sarebbe anche da aggiungere che in un paese come l’Italia in cui non si espelle nessuno, proprio la Shalabayeva viene rimpatriata in poche ore?

Ecco che arriva una lunga riunione tra il premier Enrico Letta e i ministri Angelino Alfano, Emma Bonino e Anna Maria Cancellieri per “mettere a punto la posizione dell’Esecutivo italiano” sulla vicenda.

Al termine un comunicato con cui Palazzo Chigi annuncia che:

“Il Ministero dell’Interno, acquisite anche le valutazioni legali previste per legge, provvederà ad attivare la revoca in autotutela del provvedimento di espulsione sulla base delle circostanze e della documentazione sopravvenute, che consentono ora, e anzi impongono, una rivalutazione dei relativi presupposti”. E’ quanto si legge in una nota di Palazzo Chigi, in merito alla posizione italiana sulla vicenda del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, riparato a Londra e ricercato in patria per presunte truffe, la cui moglie Alma Shalabayeva il 31 maggio scorso è stata allontanata dall’Italia insieme alla figlia di sei anni. “A seguito della revoca del provvedimento di espulsione – si legge ancora – che verrà immediatamente resa nota alle autorità kazake attraverso i canali diplomatici, la signora Alma Shalabayeva potrà rientrare in Italia, dove potrà chiarire la propria posizione”.

Ora che si trova agli arresti? Dal 31 maggio si agisce solo ora?

“Tuttavia, resta grave la mancata informativa al governo sull’intera vicenda, che comunque presentava sin dall’inizio elementi e caratteri non ordinari. Tale aspetto sarà oggetto di apposita indagine affidata dal Ministro dell’interno al Capo della Polizia, al fine di accertare responsabilità connesse alla mancata informativa”.
E’ importante sottolineare, si legge ancora, “che il governo, colti i profili di protezione internazionale che il caso ha sollevato, si è immediatamente attivato, attraverso sia il Ministero dell’interno sia il Ministero degli affari esteri, per verificare le condizioni di soggiorno in Kazakhstan della signora e della figlia, nonchè a garantirle il pieno esercizio del diritto di difesa in Italia avverso il provvedimento di espulsione convalidato dal giudice di pace”.
All’esito della presentazione del ricorso “avverso tale provvedimento – prosegue Palazzo Chigi -, sono stati acquisiti in giudizio e conseguentemente dalla pubblica autorità italiana, documenti, sconosciuti all’atto dell’espulsione, dai quali sono emersi nuovi elementi di fatto e di diritto che, unitariamente considerati, hanno consentito di riesaminare i presupposti alla base del provvedimento di espulsione pur convalidato dall’autorità giudiziaria”.
“In considerazione di ciò – precisa Palazzo Chigi – il Ministero dell’Interno, acquisite anche le valutazioni legali previste per legge, provvederà ad attivare la revoca in autotutela del provvedimento di espulsione sulla base delle circostanze e della documentazione sopravvenute, che consentono ora, e anzi impongono, una rivalutazione dei relativi presupposti”.
A seguito della revoca del provvedimento di espulsione, “che verrà immediatamente resa nota alle autorità kazake attraverso i canali diplomatici – conclude la nota -, la signora Alma Shalabayeva potrà rientrare in Italia, dove potrà chiarire la propria posizione.

Intanto una delegazione di parlamentari del Movimento Cinquestelle ha annunciato che andrà in Kazakhistan per verificare il rispetto dei diritti individuali e politici e visitare Alma Shalabayeva.

E’ stata anche presentta un’interpellanza parlamentare da parte di Sel e M5S per venire a conoscenza di “quali azioni siano state assunte per ricevere le dovute assicurazioni circa l’incolumità e la sicurezza di Alma Shalabayeva e della sua figlia minorenne Alua prima di deciderne l’espulsione verso un Paese tristemente noto per la sistematica e ben documentata violazione dei diritti umani”. Ma  si chiede anche “se è vero che alcuni alti funzionari della Questura di Roma coinvolti nell’operazione siano in seguito stati promossi a cariche più elevate”.

Braccio di ferro tra chiesa e cultura sul matrimonio… lo stato tace!

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Esce oggi l’enciclica ‘Lumen Fidei’ firmata da Papa Francesco e all’interno c’è un ampia sezione dedicata alla famiglia in cui si legge:

“Essa (la famiglia, ndr) nasce dal riconoscimenti dell’accettazione della bontà della differenza sessuale e, fondata sull’amore di Cristo, promette un amore che sia per sempre e riconosce l’amore creatore che porta a generare figli. Il primo ambito in cui la fede illumina la città degli uomini si trova nella famiglia: penso anzitutto all’unione stabile tra uomo e donna nel matrimonio”.

 Quindi, come era logico pensare, si ribadisce nella chiesa il concetto che il matrimonio ci possa essere solo tra uomo e donna. Secondo Francesco il matrimonio può essere  una “sinfonia” della fede.

E come mai questa “sinfonia” può suonare solo e unicamente tra uomo e donna? Come si può affermare che questo “suonare insieme” possa nascere solo tra uomo e donna? Come è possibile che la fede, proprio perché non la si può imporre, come la stessa enciclica recita in un’altra parte, possa essere innalzata a livello di sinfonia solo se il matrimonio viene contratto tra un uomo e una donna? Come si spiegano i drammi famigliari? Come si spiegano i femminicidi? Sono solo deviazioni dalla retta via o possiamo iniziare ad ammettere che quella sinfonia auspicata nel matrimonio tra uomo e donna si trasformi invece in inferno se nascono contrasti? Dove è la formula scientifica che ci impone che il rito debba essere impartito solo tra uomo e donna?

Se la chiesa detta legge, la cultura propone un cambiamento. In particolare Walter Siti, vincitore del premio Strega 2013, fa sentire la sua voce sull’argomento in una intervista:

Credo che sia giusto che venga introdotto il matrimonio tra persone dello stesso sesso e anche che venga data loro la possibilità di adottare dei bambini, ovviamente questo sposta i confini tradizionali della famiglia. La famiglia tradizionale è in ogni caso destinata ad un tramonto piuttosto rapido e il fatto che nascano nuovi tipi di famiglia lo trovo decisamente positivo. Penso che le divisioni di barricate politiche davanti a questioni del genere siano destinate a cadere: ognuno, al di là del partito d’appartenenza, ha delle sue storie private nelle quali magari si incontra con questi problemi e ragiona con la sua testa.

Alla base della religione non c’è forse il concetto di uguaglianza? Non siamo tutti uguali di fronte a Dio?  Perché quindi alle soglie del 2013 ribadire in un’enciclica il matrimonio fra uomo e donna? Non sarebbe stato meglio tacere? Forse brucia ancora la dura lotta intrapresa e  persa in Argentina, dall’attuale Papa contro il matrimonio gay? Sono molti i dubbi, ma forse c’è un unica certezza: è davvero cambiata la chiesa con Papa Francesco o ha puntato solo a riavvicinare le folle che si stavano allontanando per gli scandali dei preti pedofili e dello Ior?  

In tutto questo il governo di larghe intese al servizio dei cittadini cosa fa? Tace?

Lo spot attraversa l’oceano… “Napoli e San Francisco unite per i diritti LGBT”

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Uno spot non parlato, quindi usufruibile a livello internazionale,  realizzato dall’ufficio stampa del Comune di Napoli, attraverso la web tv, è stato inviato al console italiano a San Francisco, Mauro Battocchi e sarà proiettato all’inizio della parata che aprirà oggi il Gay Pride. Una connessione tra il Campania Pride 2013 svoltosi a Napoli e l’appuntamento americano. Il sindaco de Magistris, l’assessore Tommasielli e alcuni partecipanti al Pride di Napoli hanno lanciato un messaggio: ‘Napoli e San Francisco unite per i diritti LGBT’.

“Happy birthday to you”… si canta in tribunale?

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E’ cantata da tutti innumerevoli volte all’anno e l’abbiamo vista riproposta in mille versioni, ma quello che probabilmente ignoravamo è che l’editore musicale Warner/Chappell rivendica i diritti di “Happy Birthday to You” e li incassa. Ora una società di produzione televisiva di New York, Good Morning To You Productions, la vuole “liberare” da questi vincoli e ha avviato una causa legale sostenendo che ci siano prove documentali che risalgono al 1893 che dimostrano inequivocabilmente che i diritti sulla canzone sono scaduti nel 1921. “Dopo oltre 120 anni da quando la melodia su cui sono inserite le semplici parole Happy Birthday to You è stata pubblicata, Warner/Chappell audacemente, ma erroneamente e illegittimamente, insiste” nell’affermare di possederne i diritti, si legge nella causa legale. La società sta preparando un documentario sulle origini della celebre canzone di auguri e ha pertanto dovuto pagare 1.500 dollari di diritti all’editore musicale, per evitare una possibile multa di 150mila dollari. Ma la Good Morning To You Productions ha fatto le cose in grande ed è andata oltre: sta promuovendo infatti una class action per chiedere la restituzione dei diritti versati da migliaia di persone, che secondo alcune stime ammontano ad almeno due milioni di dollari l’anno.

Al Roland Garros vince ancora Nadal, anche contro la protesta.

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E’ Rafael Nadal che si conferma padrone incontrastato della terra rossa di Parigi. Il maiorchino ha vinto per l’ottava volta il Roland Garros, battendo in finale, nel derby iberico, David Ferrer: 6-3, 6-2, 6-3 il punteggio in 2h15′ di gioco. La gara scivola via senza sussulti, a parte un’invasione di campo che costa un’interruzione nel secondo set. A invadere il terreno di gioco è stato un attivista contro il matrimonio gay che armato di un bengala ha seminato il panico in campo. Già sugli spalti erano stati espulsi alcuni manifestanti che erano in possesso di un cartello su cui si leggeva: ‘Aiuto, la Francia calpesta i diritti dei bambini’.

Nadal con questa vittoria stabilisce il nuovo record di titoli vinti nello stesso torneo dello Slam: 8.

Per Rafa è anche il dodicesimo Slam in assoluto, che gli permette di agganciare Roy Emerson e risalire la china in una classifica guidata da Roger Federer con 17. Il maiorchino è anche stato lontano dai campi di gioco per quasi otto mesi a causa di un infortunio.

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Rosaria Aprea e i ripensamenti: tornare o non tornare?

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Se fino a ieri era tutto abbastanza chiaro per quello che riguarda Rosaria Aprea, la miss ventenne picchiata dal fidanzato Antonio Caliendo, padre di suo figlio. Ora che la ragazza è stata dimessa dopo due interventi chirurgici resi necessari dalle percosse ricevute, la trama sembra ingarbugliarsi. Quello che si sapeva era che lei stessa eveva sporto denuncia contro l’uomo e che non desiderava tornare con lui. Si era anceh venuti a sapere che non era il primo episodio di violenza. In seguito la ragazza ha cambiato idea e manifestato la volontà di tornare con Caliendo, al quale aveva anche inviato un messaggio via social network. A seguito di questa sua decisione, l’avvocato che la seguiva, Carmen Posillipo, ha rinunciato al mandato. Oggi però la Aprea è intervenuta a Pomeriggio 5 dove ha raccontato una sua versione dei fatti: “Io non l’ho mai fatta la denuncia. Ci sto ancora pensando”, dice la giovane dopo che il suo legale ha deciso di rinunciare al caso “in quanto le scelte dell’assistita collidono con la mia etica professionale”. Di una cosa Rosaria è certa: “Io e Antonio non possiamo tornare insieme”. La D’Urso, che conduce il programma, interpella quindi la Posillipo, alla quale cita una sua dichiarazione rilasciata al Corriere della Sera: “Poi la ventenne dice che avrebbe volentieri rilasciato un’intervista a pagamento da qualche parte in modo da procurare i soldi della cauzione per l’uomo che l’ha percossa”. “Questo non è assolutamente vero, io non l’ho detto, il giornalista ha capito male”, replica il legale.

Rosaria Aprea torna dal compagno che l’ha picchiata: l’avvocato abbandona

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L’aspirante Miss Rosaria Aprea, che era stata picchiata dal suo uomo e ricoverata d’urgenza all’ospedale dove le è stata esportata la milza, dopo esser stata dimessa ha scritto una lettera al compagno Antonio, che già in precedenza aveva difeso e perdonato. Il suo avvocato, Carmen Posillipo, presidente dell’associazione per i diritti civile di Marcianise, ha quindi deciso di abbandonarla. “Soltanto ieri ho capito che Rosaria aveva cambiato idea. Devo seguire la mia etica professionale, non condivido le sue scelte. E non voglio assistere all’anteprima di un omicidio”. Rimette il suo mandato dunque l’avvocato, ma il gesto è soprattutto uno scontro di mentalità: non può passar sopra a una simile violenza, nè accettare una scelta che, ne è certa, sarà solo l’anticamera di un dramma. E’ una situazione paradossale quella che si è delineata, proprio nei giorni dell’allarme femminicidi, con casi gravissimi avvenuti anche nelle ultime ore con la morte delle vittime. La 21enne Rosaria, mamma di un bimbo di un anno, era finita in carcere il 12 maggio scorso a segioto dei calciti inflittigli dal suo fidanzato, il 27enne  Antonio Caliendo. E’ lei ad accusarlo e la squadra mobile lo arresta per lesioni gravissime. Per giunta lui non l’ha neanche soccorsa dopo l’aggressione. 15 giorni in ospedale, due interventi, il ricordo di violenze precedenti. Poi le dimissioni e quel messaggio sul social network: “Mi manchi, puffo”. Intanto il suo avvocato poco più che trentenne la lascia, lei che è una tosta e non riesce neanche a concepire l’ipotesi della violenza su una donna. “Sono specializzata in diritto di famiglia — spiega la legale — e l’idea che in questa storia può andarci di mezzo un bambino di un anno mi fa venire i brividi. A questo punto dovremmo presentare la querela di parte e chiedere i danni oppure costituirci parte civile. E invece Rosaria vuole essere seguita come dice lei e continua a ripetere che ama Antonio e che lo perdona. Continua a chiedere quando uscirà dal carcere e a minimizzare l’accaduto”. Son svanite nel nulla le ultime due settimane, tace anche la madre Carla, che fino a qualche giorno fa era decisa ad affrontare il padre del nipote se avesse ancora osato riavvicinarsi a Rosaria. Ma la ragazza ama Antonio, quell’uomo violento per gelosia che l’ha picchiata anche ad un concorso di miss a Pesaro ma l’ha anche colmata di attenzioni e doni costosi, come un’auto Smart con la carrozzeria personalizzata con i pupazzi di “Hello Kitty”. A “fare” la coppia c’è un figlio, una convivenza progettata ma non realizzata, agressioni e la famiglia di lui che, eccettutata una visita della sorella avvocato, non si è mai scusata per l’accaduto. L’avvocato rinuncia vedendo come la sua assistita sia voltata di nuovo verso Caliendo salvo, ieri sera, presentarsi di nuovo allo studio dell’avvocato Posillipo, la implora di continuare a seguire il suo caso. Ma il legale non può: la scelta deontologica è fatta.Cos’è scattato nella mente della ragazza? Cosa spinge una donna a tornare tra le braccia del suo aguzzino? Che speranze o vane illusioni può ancora maturare?

Gay e nozze: dove stiamo andando, dove siamo e dove sono gli altri

 

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Il pidiellino Galan ha annunciato per i prossimi giorni una proposta di legge per tutelare finalmente i diritti delle coppie gay. Come lui, all’interno del partito, sarebbero favorevoli anche Laura Ravetto, Mara Carfagna, Daniele Capezzone e Sandro Bondi in primis,  ma anche altri “che non vogliono esporsi e aspettano, ma io ho fiducia”. Le prime indiscrezioni sono arrivate dai collaboratori di Galan, che hanno fatto sapere che si tratterà di dare tutela alle coppie omosessuali “attraverso il diritto di privato” e dunque “non si può parlare di nozze gay” come in Francia, ma si possono trovare assonanze con i  Pacs, discussi a loro tempo dal centrosinistra. Le questioni che vanno risolte sarebbero l’eredità, la pensione di reversibilità e la possibilità di andare a far visita al compagno in ospedale. Sembra ci sia dunque un ammorbidimento sul tema da parte del Popolo della Libertà, come dimostrano anche le parole della Santanchè: “Sono pronta al confronto e pronta a cambiare idea”, ha riferito all’HuffPost. “Soltanto i paracarri rimangono della stessa opinione. Se i gay si sono imborghesiti e vogliono sposarsi non sta a me giudicarli”. E distingue: “Un conto è il sacramento del matrimonio, un altro sono i diritti civili delle singole persone”. Concludendo: “Il Pdl rappresenta molti interessi differenti e molte anime con idee opposte, è giusto che provi a rappresentare anche questa parte della società”. Certo, voci di dissense restano, come Eugenia Roccella, che è andata in piazza a Parigi per manifestare contro la legge sulle nozze omosessuali, ma nache Gasparri, che ha parlato di “discriminazione” al contrario: “francamente – ha detto – non capisco la tendenza a discriminare chi non si associa all’ondata qualunquista a sostegno delle unioni gay”.

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Ma in Italia comunque si continua a lottare per l’uguaglianza anche su questo piano e, se ancora non c’è una legge che tuteli le coppie omosessuali, ciò non significa che non si possano formare. Come quella di Massimiliano Benedetto e Giuseppe Ilaria le cui nozze, che non hanno valore legale in Italia, si sono svolte nei giorni scorsi in un albergo romano, celebrate dall’attivista per i diritti dei gay Imma Battaglia. Ad organizzare l’evento è stata l’agenzia Same Love, wedding planner per matrimoni fra persone dello stesso sesso. Evento passato in sordina da noi, ma che ha conquistato la prima pagina del New York Times: “Non voglio sembrare retorica, ma noi amiamo i nostri ragazzi e come italiana provo un po’ di vergogna – ha detto al New York Times Marinella Benedetto, mamma di Massimiliano ,- ma i tempi sono maturi per un cambiamento. Dobbiamo solo fare pressione”. Nel riportare la notizia, il quotidiano americano ricorda che “l’Italia è uno dei pochi Paesi in Europa occidentale che non riconosce unioni di alcun tipo fra persone dello stesso sesso”. “Sul matrimonio gay – titola infatti il quotidiano . l’Italia è sempre più sola”

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In Francia, dove a Cannes ha trionfato il film che tratta il tema dell’amore lesbico La via d’Adéle, si celebrerà domani, a Montpellier, il primo matrimonio gay. I promessi sposi sono Bruno Boileau, 30 anni, e Vincent Autin, dieci anni più grande. Mentre il paese continua ad essere spaccato sulla legge entrata in vigore da pochissimo, loro, che si sono conosciuti 7 anni fa in internet, avranno gli occhi di tutta la nazione puntati addosso. A celebrare le nozze sarà il sindaco della cittadina nel sud della Francia, Hélène Mandrou, impegnata da tempo sul fronte delle nozze gay, la stessa che il 5 febbraio 2011 ne aveva celebrato una simbolica, unendo Tito Livio Santos Mota et Florent Robin. Ci saranno anche ospiti illustri a festeggiare l’evento in rappresentanza del governo: il ministro dei diritti delle donne, Najat Belkacem-Vallaud, e il ministro per la Famiglia, Dominique Bertinotti. Insieme a loro 300 invitati tra esponenti politici e delle associazioni, 200 tra familiari e amici della coppia, e 130 giornalisti accreditati. “Il nostro matrimonio ha una grande eco mediatica e questo può essere imbarazzante”, ha dichiarato Bruno a l’avenir.net. “Ma noi cerchiamo sempre di non dimenticare lo scopo della nostra battaglia: che sia Monsieur o Madame, ciascuno deve potersi sposare nella propria città”. Ridotta all’osso la formula scelta per il rito:  “Vincent Autin, vuoi prendere per sposo Bruno Boilea?”, “E tu, Bruno Boileau, vuoi prendere per sposo Vincent Autin?”. “Vi dichiaro uniti in matrimonio”.

Visto il clima del Paese, però, l’invito è alla discrezione, per evitare d’incappare in spiacevoli incidenti, il banchetto si terrà in forma privata e in una località segreta, ma anche per non spettacolarizzare un evento così importante. Una scelta apprezzata anche da Bruno e Vincent, che speravano in un po’ d’intimità: “Il nostro è un matrimonio d’amore. Vogliamo mettere su famiglia e dunque chiederemo anche l’adozione”. E il loro è stato amore a prima vista, prima si sono conosciuti all’interno di un forum, poi l’incontro a Parigi. Il timido Bruno si è ritrovato innamorato dell’estroverso Vincent, già attivista lgbt. Vincent è impegnato all’interno dell’Interpride World, di cui è responsabile francese. I mesi passano, la storia è seria, e Bruno decide di fare coming out in famiglia, dove la coppia è acoclta a braccia aperte. S’insinua in tutti la speranza, accompagnata dall’impegno, che la Franciariconosca a gay e lesbiche la completa parità rispetto agli etero. Ora finalmente ce l’hanno fatta e mercoledì 29 maggio si diranno di sì: “Dobbiamo tutto questo anche ai tanti che insieme a noi e prima di noi si sono battuti per l’uguaglianza”.

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Rehana e Sobia: le lesbiche musulmane convolate a nozze in GB

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Nessun imam ha acconsentito a celebrare le loro nozze, ma Rehana Kausar, 34 anni, e Sobia Kamar, 29, si sono sposate in una cerimonia civile, probabilmente la prima di una coppia lesbica musulmana in Gran Bretagna. Le due donne, che si sono incontrate tre anni fa mentre studiavano a Birmingham, e hanno vissuto insieme per un anno nello Yorkshire meridionale, hanno pronunciato le loro promesse davanti ad un funzionario comunale di Leeds alcune settimane fa, e immediatamente dopo hanno chiesto asilo politico visto che hanno già ricevuto minacce di morte, soprattutto in Pakistan, dove le relazioni omosessuali sono considerate illegali. La loro scelta, come ha spiegato Rehana al termine della cerimonia, dipende dal fatto che “Questo Paese ci consente di avere diritti, e noi abbiamo preso una decisione personale. Non è un problema di nessun altro che cosa decidiamo di fare con le nostre vite. Il problema con il Pakistan, invece, è che ognuno crede di avere il diritto di decidere delle vite altrui e di poter imporre la propria morale agli altri. Ma questo non è l’approccio giusto. Noi siamo in questa condizione a causa del nostro clero, che ha sequestrato la nostra società una volta tollerante e rispettosa dell’individuo”.

Quando si è incapaci di amare e di amarsi: Rosaria Aprea

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Lo perdonerà! Nonostante le botte, la prognosi riservata e l’asportazione della milza. Vuole ritirare la denuncia Rosaria Aprea, nei confronti di quell’uomo che l’ha massacrata e che è stato arrestato per violenza domestica. Un fidanzato e il padre di suo figlio che non ci ha pensato un attimo a ridurre la sua compagna in un letto d’ospedale, un passato che parla di altre violenze subite e di un uomo che si sfoga sul corpo dell’aspirante reginetta di bellezza e la riduce in fin di vita. E’ coraggio quello di Rosaria? No, è paura di abbandono. E’ amore? No, è una forma di autolesionismo.

27 anni e non riuscire a capire che l’amore, per etimologia e per finalità, è qualcosa che non può mai essere collegato alla morte, ma alla vita. Quella diseducazione all’amore che spesso viene da modelli sbagliati, dalla paura di cambiare, dalla voglia di far cambiare gli altri… ma soprattutto di non aver amore per se stessi e per quel figlio che dovrà crescere con un padre violento. Quel figlio che la madre è incapace di tutelare, così come è incapace di tutelare se stessa…

Rosaria Aprea ci ripensa. “Ritirerò la denuncia. Non voglio che Antonio resti ancora chiuso lì dentro, so che non si è reso conto di quello che mi ha fatto, voglio tornare con lui…  Non è vero che ho subito percosse, vedete altri segni sul mio corpo? Dopo i primi giorni in cui mi sono sentita frastornata – spiega la ragazza – ho via via acquisito la mia lucidità e mi sono accorta di avvertire sempre di più l’assenza di Antonio…  Vorrei poter tornare a vivere con lui e vorrei potergli dire da vicino: mi manchi tanto, vorrei tornare a passare le nostre serate assieme sul divano della tavernetta. Lo amo da morire”

Frasi agghiaccianti… Di chi esprime il proprio egocentrismo solo e unicamente nel vittimismo? Quasi una “vergogna” per tutte quelle donne che ora sono state messe a tacere dai loro uomini… per quei femminicidi che hanno chiuso per sempre la vita di quelle ragazze, madri, sorelle che potevano vedere in Rosaria l’esempio di chi può dire basta a questo massacro e invece china la testa e consente che altri uomini seguano l’esempio di Antonio… tanto le donne sono prime a perdonare. Non è questa la società che vogliamo, non sono questi gli esempi… vogliamo una società giusta in cui i ruoli tra uomo e donna non siano dettati dalla violenza, ma dall’amore, quello vero che non può essere mai associato al maltrattamento…

 

La città eterna non è vivibile per i disabili!

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Roma non è per tutti… o forse, ultimamente Roma non è di nessuno. Ma c’è qualcuno che viene ancora più emarginato in questa città eterna, spettro degli antichi splendori e fasto di presenti orrori. La Roma incivile, quella raccontata da chi come Fiamma Satta, storica voce di Radio 2, giornalista e scrittrice, conosce da vicino e vive ogni giorno sulla sua pelle. Dal 1993 la Satta è costretta a vivere con Sua Molestia, la Sclerosi Multipla che l’ha colpita duramente costringendola su una sedia a rotelle.  Roma è una città complessa, difficile, distratta e crudele. Negli anni sicuramente non è migliorata e ogni giorno la sceneggiatrice, candidata al David di Donatello per la sua collaborazione alla stesura di “Ma che colpa ne abbiamo noi” di Carlo Verdone, cerca di richiamare l’attenzione sui temi della disabilità.

Fiamma Satta ha un blog, e una rubrica su Vanity Fair che si chiama Ritorno di Fiamma e una,”Diversamente affabile”, sulla Gazzetta dello Sport  dove conia due termini per descrivere gli abili incivili inconsapevoli (coloro che ad esempio parcheggiano in un posto per invalidi per distrazione) e gli abili incivili inconsapevoli (ossia coloro che parcheggiano consapevolmente in un posto per invalidi): gli Abilioni e gli Abilioti. Poi ci sono i Disabilioti, forse la specie peggiore, che, pur essendo abili, girano indisturbati per la capitale con un permesso invalidi di un parente o amico, oppure, ancora peggio, con un permesso falso. Come scrive Dacia Maraini nella prefazione al libro, gli incivili esistono per la mancanza di immaginazione “la sola che ti fa capire e intuire la sofferenza altrui”. Questa assenza a volte sfocia nella ferocia: un Abiliota è riuscito a scrivere sul parabrezza della Satta, a seguito di un biglietto di protesta, “Paralitico di merda crepa sulla tua sedia a rotelle”.

La politica italiana è omofoba?

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Pare proprio che il male dell’omofobia in Italia parta dai vertici, cioè dalla politica. Quella politica troppo spesso sorda e muta che discrimina i cittadini quando la Costituzione li accomuna:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Domani il Presidente del Senato Piero Grasso incontrerà il Presidente dell’Arcigay Flavio Romani e verrà chiesta l’estensione della legge Mancino ai reati di omo-tranfobia. Proprio Romani si auspica “che questo 17 maggio sia l’ultimo senza una legge”. La stessa Carta si auspica che gli ostacoli vengano rimossi, mentre la politica pone dei paletti evidenti al matrimonio gay e alle adozioni per i single e per gli omosessuali. E’ quindi la politica la prima fonte di omofobia in Italia?

Intanto Ivan Scalfarotto ha ricevuto un “testimone importante” da Paola Concia. Scalfarotto insieme ad  Alessandro Zan (Sel) e Irene Tinagli (Scelta civica),  questa mattina, ha presentato la nuova proposta di legge che punisca i reati contro chi discrimina sulla “base dell’identità sessuale”. Sono già 221 i firmatari  e tutto fa sperare che si possa procedere al voto in Aula, anche se l’ottimismo non è mai troppo quando sul tavolo ci sono argomenti così delicati da discutere.

Anche il senatore Sergio Lo Giudice ha elaborato una legge insieme alla Rete Lenford, per punire le discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere della vittima. La proposta prevede inoltre che il condannato possa espiare la pena anche attraverso attività non retribuita presso associazioni Glbt.

Qualcosa quindi si sta muovendo, ma lentamente e tardivamente come spesso succede in Italia. Dobbiamo pensare che questi emendamenti non ci sarebbe neppure bisogno di emanarli perchè non è concepibile in uno stato civile che vengano discriminate le persone in base alle loro preferenze sessuali. E’ quasi dover dire che non si picchia chi al supermercato sceglie un determinato tipo di frutta piuttosto che un altra… Siamo arrivati al punto di dover proteggere chi vuole affermare liberamente la propria identità di omosessuale o di trans… è come se si dovesse proteggere chi vuole liberamente affermare se stesso. Eppure nell’Italia di oggi, in cui l’odio è dilagante, questa legge va fatta e in tempi rapidi. Fra un po’ dovremo legiferare sul diritto di una donna di indossare le scarpe con il tacco o di portare i capelli sciolti sulle spalle… Questi atteggiamenti ci devono far riflettere su dove stiamo andando… di quante leggi ormai abbiamo bisogno, ma quanto spesso poi, pur avendole non le facciamo applicare. Su come per un gay oggi la vita sia molto più complessa… ma da dove nasce la discriminazione? Dalla paura di doversi confrontare con qualcosa che è diverso da noi? Da qualcosa che ci mette paura perché destabilizza quello che fino a oggi pedissequamente, forse anche a causa anche di una scarsa cultura sull’omosessualità, abbiamo sempre pensato che fosse il giusto e unico progetto di vita, ignorando quello degli altri? Ricominciamo da una politica che ci insegni a tutti a non essere omofobi e che punisca davvero chi compie questi crimini “contro l’umanità”!

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Fuori i bulli da twitter, riprendiamoci il diritto al social network!

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C’è ora il diritto al social network… la possibilità in Italia di poter avere un account, di poter postare, leggere e commentare e non diamolo per scontato perchè in Paesi come la Cina, Cuba, la Corea del Nord, l’Iran  l’accesso al web e ai social spesso è limitato se non vietato. Il social può essere pericoloso per i regimi non a caso si è sempre cercato di reprimerlo o limitarlo.

Ma un diritto comporta anche rispettare la libertà altrui, il pensiero e le idee. Significa educazione e dialogo, non violenza e insulti. Ormai per essere seguiti sul social network invece bisogna provocare, essere sarcastici, crudeli… aberranti! E’ questo il mondo virtuale che vogliamo? Oppure avremmo potuto creare davvero un luogo per sognare, condividere e realizzare progetti insieme anche stando a distanza di kilometri? E’ possibile avere un social network che diventi la palestra della mente? Che porti l’integrazione, che riesca a “fluidificare” i preconcetti, a eliminare i luoghi comuni e che lotti contro l’intolleranza? Probabilmente siamo ancora in tempo per farlo… per passare dall’arena a un teatro in cui ogni nickname possa raccontare la sua storia ed essere ascoltato, criticato ma non “azzannato”, condiviso senza generare lotte con altre fazioni… possiamo sognare tutti insieme un social network utile ed educativo invece che violento e sterile?

Saviano parla di degenerazione del social network “perché Twitter nasce per comunicare: è una piattaforma che mette in connessione chiunque con chiunque. Tutto è aperto. Puoi seguire chi vuoi, puoi leggere cosa scrive Obama, Lady Gaga o il tuo collega, quello che ha la scrivania di fronte alla tua. La capacità di poter assistere in tempo reale a ciò che accade nel quotidiano e comprendere i punti di vista degli altri, condividerne le conoscenze. Retwitti se trovi interessante una notizia e credi valga la pena sottoporla alla tua comunità. Crei dei topic, e puoi farlo chiunque tu sia. Poi ti capita di essere retwittato da chi ha centinaia di migliaia di follower e il tuo pensiero inizia a viaggiare… L’educazione nel web, anzi l’educazione al web, sta ancora nascendo. Scegliere di usare un linguaggio piuttosto che un altro è fondamentale. Ogni contesto ha il suo linguaggio e quello dei social network per quanto diretto non è affatto colloquiale. Si nutre della finzione di parlare in confidenza a quattro amici,  –  il che giustificherebbe ogni maldicenza, ogni cattiveria  –  ma in realtà tutto quello che si dice è moltiplicato immediatamente all’infinito, ed è quindi il più pubblico dei discorsi. Non si tratta di essere ipocriti o politicamente corretti (espressione insopportabile per esprimere invece un concetto colmo di dignità), ma di comprendere che usare un linguaggio disciplinato, non aggressivo, costruisce un modo di stare al mondo. I linguisti Edward Sapir e Benjamin Whorf hanno teorizzato la relatività linguistica secondo cui le forme del linguaggio modificano, permeano, plasmano le forme del pensiero. Il modo in cui parlo, le cose che dico, e soprattutto come le dico, le parole che uso, renderanno il mondo in cui vivo in tutto simile a quello connesso alle mie parole. Se uso (non se conosco, ma proprio se uso) cento parole, il mio mondo si ridurrà a quelle cento parole. Noi siamo ciò che diciamo. Quindi il turpiloquio, l’insulto o l’aggressività costruiscono non una società più sincera ma una società peggiore. Sicuramente una società più violenta. I commenti biliosi degli utenti di Facebook e Twitter portano solo bile e veleno nelle vite di chi scrive e di chi legge. Purtroppo questa entropia del linguaggio sta contagiando anche la comunicazione politica, sempre all’inseguimento della grande semplificazione, della chiacchiera divertente e leggera, della battuta risolutiva. Spesso parole in libertà, senza riflessione, gaffe continue alle quali bisogna porre rimedio. La verità è che se ripeti in pubblico le fesserie dette in privato non sei onesto e gli altri ipocriti, sei semplicemente maleducato e in molti casi irresponsabile. Non è libertà  –  tantomeno libertà di stampa  –  insultare. È diffamazione. Una parte degli interpreti talmudici, paragonano la calunnia all’omicidio. E se penso a Enzo Tortora, non credo sbagliassero di molto. La democrazia è responsabilità e sono convinto che le regole e la marginalizzazione  –  non la repressione  –  della violenza e della trivialità salveranno la comunicazione sui social network. Chi vuole usare il network solo per fare bullismo mediatico potrà aprire il suo personale fight club, senza nutrirsi  –  come un parassita  –  della fama degli altri.”

E chi pensa che questo sia una forma di censura non capisce che in realtà è invece una forma di tutela oltre che ad essere la possibilità di iniziare a fare un uso intelligente del social… a costruire il nostro spazio virtuale secondo i nostri sogni e interessi e non come cloaca di odio e pregiudizio.

Indovina chi viene a cena da nero si tinge di arcobaleno!

omofobia

Si torna all’antico per cercare di far accettare ai genitori l’omosessualità del figlio. Già il concetto sembra nascere come qualcosa di già visto e già sentito… soprattutto quando a essere copiato è uno dei film più irritanti della storia del cinema che vuol far accettare le persone di colore (ops la Kyenge dice nere) nell’America post ’64: Guess Who’s Coming to Dinner (Indovina chi viene a cena). Un film che già per l’epoca strideva con i moti rivoluzionari che avevano attraversato il coast to coast e che si stavano per imporre al mondo intero con la Summer Love qualche anno dopo.  Il nero naturalmente era più borghese dei bianchi, appartenente alla high class americana, medico con alle spalle una delle migliori università americane solo in questo modo si poteva “accettare” il suo colore. Un film aberrante che oggi viene preso come spunto per un video contro l’omofobia.

Il video si apre con la mamma che prepara la polenta e il padre che impaziente seduto a tavola guarda l’orologio. Arrivano gli invitati, segue lo scambio di saluti, qualche battuta, il solito rimprovero paterno al figlio che non si fa vedere molto spesso. Poi, mentre tutti mangiano, uno dei piatti resta troppo pieno: è quello dell'”amico” del figlio, colmo di polenta. In Italia i genitori premurosi rimpinzano di leccornie figli e accompagnatrici o accompagnatori, mostrare di non gradire può essere davvero un brutto affare. La cinepresa indugia su quel piatto, ma qualche secondo dopo segue la mano dell’amico che abbandona la forchetta, scivola sotto il tavolo e va a congiungersi con la mano del figlio. Qui l’ira del padre si scatena: il fotogramma che immortala l’espressione del figlio quando la voce del genitore si fa imperiosa “Lorenzo perché non me lo hai detto! “

Quello che vorrebbe essere uno schiaffo al senso comune è invece un’esaltazione, in cui l’ironia scade nella banalità. Dal rito del pranzo all’intreccio di mani… vogliamo raccontarlo così l’amore? Che sia omosessuale o eterosessuale non riusciamo a raccontare in modo più emozionato questo sentimento? O non lo facciamo sulla tematica omofoba?

Ecco perché il video realizzato in occasione della giornata mondiale contro l’omofobia (17 maggio) dall’associazione lecchese Renzo e Lucio (in collaborazione con Tele Unica e con il Teatro Invito sotto il patrocinio dei comuni di Lecco e di Mandello del Lario) appare un bel tentativo mancato. Troppi limiti e troppa voglia di farsi accettare per essere sinceramente se stessi.

 

L’ira violenta dei francesi conservatori sul matrimonio gay

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I diritti civili costano molto alla Francia. Nonostante Parigi fosse stata blindata da quasi 1000 ciò non ha impedito, ieri, la manifestazione violenta dei conservatori. La protesta contro il matrimonio gay e l’accesso all’adozione alle coppie dello stesso sesso, alimentata dalla destra e dalla Chiesa cattolica, è sfociata nella violenza tra le strade delle principali città francesi. 12 persone arrestate a Parigi e 44 fermate a Lione questi sono i dati riportati da Le Figarò. Aggrediti anche diversi giornalisti, come riporta Le Parisien: “I reporter sono stati trattati a loro volta come “collaboratori del governo”, insultati come “bastardi e marci e attaccati da manifestanti aggressivi, verbalmente e fisicamente”, si legge ancora su Le Figarò. Il dato allarmante è che le proteste non sembrano calmarsi e si prospettano settimane di fuoco. L’Ump, il partito di centro destra francese, è la principale forza di opposizione al provvedimento e ha già dichiarato che farà ricorso alla Corte Costituzionale contro la legge approvata ieri dall’Assemblea nazionale in via definitiva.

L’Europa quando imparerà a  non discriminare? Quando veramente si potrà parlare di uguaglianza senza giudicare i comportamenti privati delle persone? Chi ha il diritto di imporre il proprio stile di vita agli altri?

P.S: abbiamo scelto una foto in cui non si vedono le facce dei manifestanti per annullare le facce dell’intolleranza. Per chi poi le vuole vedere c’è il video della brutalità che in nome di un “falso e strumentalizzato” concetto di famiglia vogliono assurgersi a giudici e inquisitori di chi non condivide lo stesso stile di vita.

Topless jihad… l’ultima provocazione delle Femen!

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Le Femen lanciano una mobilitazione internazionale per la liberazione di Amina Tyler, la giovane attivista tunisina che osò postare su Facebook una sua foto a seno nudo sfidando apertamente il costume del suo Paese, di certo non abituato a vedere donne che si denudano in pubblico. Le attiviste ucraine hanno deciso di chiamare la protesta con un nome che non mancherà di suscitare reazioni di rabbia nel mondo musulmano – “Topless jihad”, ovvero guerra santa in topless – e invitano a manifestare in tutto il mondo davanti alle ambasciate della Tunisia.

SCANDALO DEL FISH & CHIPS INGLESE!

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Dopo il tabù infranto della carne equina trovata in prodotti spacciati come di manzo, il Regno Unito potrebbe doversi confrontare con un altro trauma legato a potenziali casi di frode alimentare e questa volta sotto osservazione è il piatto nazionale: Fish & Chips. Secondo recenti studi sempre più spesso il pesce con cui viene preparato non è merluzzo, come la ricetta richiede, ma una varietà meno costosa, proveniente anche da molto lontano, come il Pangasio vietnamita. Lo riferisce la Bbc. Una delle ricerche menzionate rileva che almeno il 7% del pesce spacciato per merluzzo nel Paese del Fish & Chips; che si prepara tuffando il pesce in una ricca pastella prima di essere cotto in olio bollente e servito con abbondanti patatine fritte (meglio se poi condito con sale e aceto) – non lo è.
Ciò pone tre ordini di problemi: intanto una chiara violazione dei diritti dei consumatori che «devono poter essere certi di sapere cosa acquistano o consumano», sottolinea Stefano Mariani, biologo marino all’Università di Salford e autore di una delle ricerche menzionate. Ma solleva anche importanti quesiti sulla sicurezza alimentare e quella ambientale. Gli esperti invitano infatti a non sottovalutare il principio di tracciabilità dei cibi, che permette di risalire a metodi di pesca utilizzati per valutarne l’impatto ambientale, così come gli eventuali metodi di allevamento. Studi sono stati condotti anche oltre il territorio britannico ed è emerso che in Europa tra un quarto e un terzo dei prodotti a base di pesce testati contiene altro da quanto indicato sull’etichetta. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, secondo un recente studio il 25% del pesce servito nei ristoranti di New York non è quello che si legge sul menu. Ed è sempre più complicato, si sottolinea ancora, rintracciare la provenienza del pesce che, al contrario di quanto si possa immaginare, non ha il suo epicentro di smistamento in uno dei grandi porti europei, per esempio, ma all’aeroporto di Francoforte. Dove le autorità continuano a ‘scoprirè nuove specie fino ad ora sconosciute sul mercato europeo. Il mercato del pesce congelato si è esteso a dismisura con un traffico di container sempre più massiccio proveniente dai luoghi più disparati.
Anche per questo settore però al momento la Cina sembra essere in cima alla lista.

LA RICETTA DEL VERO FISH & CHIPS PUOI TROVARLA QUI! 

Facebook fra poco predirà il futuro di ognuno di noi?

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Facebook sa quali dei suoi iscritti sono gay ancora prima che questi facciano coming out. Per il social network delineare il profilo dei suoi abitanti è di vitale importanza al fine di permettere alle compagnie che fanno pubblicità online d’indirizzare agli utenti annunci su misura.

E così nei giorni scorsi Matt ha deciso di scrivere una lettera a BuzzFeed, sito Usa che mescola contenuti virali e informazione, dopo che l’algoritmo di Zuckerberg aveva ficcato il naso un po’ troppo in fondo nei suoi affari.

Una mattina di un paio di settimane fa, una volta aperta la sua pagina Facebook, Matt (nella lettera di protesta lo scrivente specifica soltanto il proprio nome di battesimo) si è preso un bello spavento. Tutto per colpa di un annuncio mirato, che sponsorizzava le capacità di tale Rick Clemons, definito dallo slogan della réclame 2.0 il coach del coming out. «Vuoi far sapere al mondo che sei gay? Hai bisogno di aiuto?», recitava lo spot. Solo che Matt sostiene di non aver mai detto a nessuno di essere omosessuale né tantomeno di aver bisogno di aiuto, eccezion fatta per un amico con cui una volta si è confidato al telefono. Né a suo dire ha mai rivelato le proprie inclinazioni in ambito sessuale sul social network.

Quello che ha fatto però è stato commentare un paio di volte un articolo dello stesso BuzzFeed, dove si parlava del governatore dell’Ohio che si spendeva in favore del matrimonio gay. Nell’era dei big data basta un’inezia a far trapelare un segreto ben custodito nella realtà.

Non stiamo esagerando?

Pronta la proposta del Pd sui diritti… Cittadinanza e gay al centro!

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In un Italia che ormai è allo stremo il Pd presenta la sua proposta sui diritti, il lavoro secondo il partito democratico può aspettare? E se possiamo applaudire molto tiepidamente sulla proposta per il riconoscimento dei diritti civili ai gay, che potranno ereditare e percepire la pensione del coniuge dopo il decesso, sicuramente si rimane interdetti quando il Pd nega la possibilità di avere figli, non solo quelli naturali, ma anche quelli adottati. Quindi famiglia di serie B? Oppure il pensiero è che i figli stanno meglio con i genitori sull’orlo di una crisi di nervi, ma l’importante è che siano uomo-donna? Perché una coppia etero dovrebbe saper come educare un figlio meglio di una coppia omo? Da quale fondamento scientifico nasce questa convinzione e su quali basi viene esercitata?

Ma se la proposta sugli omosessuali sicuramente non convince e apre il dibattito su questa proposta che sembra modellata per non dare fastidio alla chiesa e per relegare le famiglie gay in una posizione di sudditanza rispetto ai pieni diritti di cui possono godere le coppie etero, c’è qualcosa di ben più grave nelle proposte del Pd. Cittadinanza per chi nasce in Italia da stranieri residenti da almeno 5 anni e richiesta di cittadinanza anche per chi non è nato in Italia ma vi è cresciuto nel nostro Paese, il che sarebbe un atto dovuto in un Paese che non stesse soffrendo in cui le famiglie hanno costante bisogno di aiuti dallo Stato. Riconoscere la cittadinanza è un gesto che pur volendo dal profondo del cuore in questo momento non possiamo permetterci… aumenteremmo solamente la lotta fra i disperati, alimentando l’odio razziale che prepotentemente già sta emergendo in questa nazione. Spesso è il disastro economico a incitare gli animi e a scatenare la rabbia dei deboli sui più deboli, dei poveri sui più poveri, degli emarginati che si sentono costantemente minacciati dall’esercito di migranti che tentano una vita che i loro Paesi gli hanno negato. Sarebbe giusto e umano concederla, ma è disumano e ingiusto farlo in questo momento… anche perchè c’è il sospetto  che tutte queste cittadinanze concesse vadano poi a impinguare le urne del prossimo parlamento. Non sempre quello che è giusto è possibile! Perchè non chiedere all’UE per tutti una cittadinanza europea?

Simula la vita di un africano irregolare! UNA VERGOGNA ISTITUZIONALE

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Se non l’avesse lanciato l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, potremmo dire che c’è ancora gente che finge di accettare il “diverso”, lo “straniero” solo per poter speculare sul disagio degli extracomunitari. Ma in queto caso la vicenda è più grave.

Modou è un ragazzo senegalese di 31 anni con una laurea in ingegneria. Katerina è una donna ucraina che viene sfrattata e comincia a mangiare alla Caritas. Ahmed invece viene dalla Tunisia. Tutti e tre hanno un budget di settecento euro, nessuno di loro possiede il permesso di soggiorno.
Riusciranno a sopravvivere fino alla fine del mese? Anzi, se fossimo nei loro panni, che lavoro accetteremmo pur di inviare alla famiglia qualche soldo?

È un percorso pieno di difficoltà reali quello messo a punto nel gioco interattivo “Gioca nei miei panni” promosso dall’Unar per ricordare che dal 17 al 24 marzo si celebra la settimana contro il razzismo. Ad esempio si può dormire all’aperto, chiedere un prestito ad un amico, lavare i vetri per racimolare qualche soldo nell’attesa di ricevere il primo stipendio in nero. Perché senza documenti non esiste tutela ed è facile cadere preda delle discriminazioni: Modou incontra proprietari di appartamenti che non vogliono affittare agli africani, Ahmed viene pagato meno dei suoi colleghi di lavoro italiani e così via. Tra le opzioni del gioco anche la possibilità di rubare una mela al supermercato: a coloro che sceglieranno di varcare l’illegalità, forse pensando che questo sia normale tra gli stranieri, l’Unar, naturalmente, da bravo giudice virtuale politically correct, darà una bella lezione…  Non si sa se inorridire per il conformismo o indignarsi per l’ipocrisia.

Insomma un viaggio allucinante dentro a falsi luoghi comuni, irritante e irriverente nei confronti di chi quella sofferenza non la vive “virtualmente” e, se si voleva sensibilizzare, magari la strada da percorrere sarebbe quella di creare un luogo “virtuale” dove interagire veramente con chi vive queste situazioni di disagio. Creare delle oasi, con accesso gratuito e senza richiesta di inserire i propri dati virtuali per poter aprire un dialogo corretto.

Lascia drammaticamente senza parole il concept del gioco in cui lo straniero è quello con la laurea, ma costretto a lavorare in nero, con uno stipendio più basso rispetto… agli italiani disocuppati?  Veramente una vergogna sia per gli italiani che sono sempre tacciati di razzismo, anche quando lottano per arrivare a fine mese, con i posti di lavoro da contendersi con chi arriva dall’estero ed è alla disperata ricerca di un impiego… una vera vergogna per gli stranieri, considerati affascinanti come un avatar laureato perchè altrimenti inacettabili dall’italiano medio… quando inzieremo davvero una politica di integrazione non virtuale?

La verità è che l’Italia è sempre in equilibrio instabile tra l’essere tacciata di razzismo ed il non esserlo, tra una parte di società animata da questo sentimento e un’altra che si batte per tolleranza, rispetto ed uguaglianza. C’è un problema di fondo su cui non ci si sofferma, perchè l’idealismo è un’altra cosa e fa sentire “potenti e giusti” tutti coloro che lo professano. C’è chi lo avversa, chi inneggia all’integrazione, e spesso sono gli stessi che negano la possibilità ad una coppia omosessuale di sposarsi (però questa non viene letta come discriminazione, piuttosto come “legge divina”). Questo idealismo lo richiediamo, vogliamo vederlo nelle strade, nella quotidianità. E’ facile parlare d’integrazione quando non si dorme in un’auto con la famiglia perchè non si ha più alcuna fonte di reddito e non si riesce a conseguire il lavoro più umile perchè è possibile pagare meno uno straniero. Gli italiani non sono razzisti, non se non vengono aizatti a questa forma. Ce lo insegnano i bambini che vanno a scuola, quando tra di loro giocano anche se i loro genitori parlano lingue differenti. Aprire le braccia sarebbe più facile, se chi detiene il potere ci aiutasse a farlo e non constringesse a rinchiuderci nell’egoismo perchè dobbiamo sopravvivere. Il resto… non è razzismo, è ignoranza!

DITE NO AL GHETTO DEI GAY!

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I gay di San Pietroburgo possono manifestare, ma lontano dalle vie del centro. Più precisamente, in un piccolo villaggio della periferia. È la decisione del sindaco della città russa che per due volte ha negato il permesso alle associazioni omosessuali che avevano chiesto di manifestare lo scorso weekend contro la legge in via di approvazione alla Duma, il parlamento russo, che vuole vietare la “propaganda gay” in pubblico con la scusa di proteggere i bambini dai “comportamenti devianti”.Secondo la giunta di San Pietroburgo, gli attivisti potrebbero utilizzare un’area riservata appositamente per le proteste a Novoselki Vyborg, paesino-satellite raggiungibile soltanto in treno.

Si tratta dell’ennesimo sopruso delle istituzioni russe a danno della comunità lgtbq, mobilitata contro una normativa che dovrebbe entrare in vigore a fine maggio e che consegnerà la Russia all’oscurantismo medievale contro i gay a vent’anni dalla depenalizzazione dell’omosessualità,avvenuta nel 1993. Sarà infatti vietato parlare di omosessualità in pubblico, dunque saranno bandite proteste, articoli di giornale, dibattiti, convegni. Un noto presentatore tv, Anton Krasovski, caporedattore di una emittente del Cremlino, a fine gennaio ha voluto sfidare il governo annunciando pubblicamente di essere gay davanti alle telecamere. È stato licenziato. In una intervista al Los Angeles Times ha però puntato il dito contro le associazioni omosessuali del suo Paese: «Non vedo nessun Harvey Milk russo. La comunità gay è troppo tranquilla, non hanno il coraggio di lottare per i propri diritti in una nazione dove è più appropriato e onorevole essere un ladro che essere gay».

In realtà uno dei leader della minoranza omosessuale, Nikolai Alekseev, nei giorni scorsi ha chiesto l’aiuto del Consiglio d’Europa affinché vigili sull’applicazione delle sentenze della Corte di Strasburgo, che nel 2010 aveva condannato la Russia poiché Mosca non aveva dato il permesso allo svolgimento del Gay pride nel 2006, 2007 e 2009. Molte associazioni si stanno muovendo a livello internazionale per fare pressione sul Cremlino. In Italia i consigli comunali di Venezia e Milano hanno sospeso il gemellaggio e i rapporti con San Pietroburgo per protesta contro la legge omofoba in discussione al Parlamento russo. Equality Italia, associazione in difesa dei diritti umani, ha promosso una petizione al governo italiano perché chieda alla Federazione russa di ritirare la normativa anti-gay. Tra gli altri finora hanno aderito Lucia Annunziata, Natalia Aspesi, Stefano Rodotà, Ritanna Armeni, Alessandro Gassman, Anna Paola Concia, Aldo Nove, Michela Murgia, le associazioni lgbtq e molti esponenti politici locali.

Per firmare clicca qui.

Femminismo 2.0!

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La storia del femminismo è lunga e complessa. Eccessive, trasgressive, provocatorie, ribelli, disubbidienti… in poche parole oniche e utopistiche, queste sono le donne che da sempre si impegnano per una parità di diritti.  La  prima donna che alzò la testa fu  Olympe de Gouges che nel 1971 scrisse  Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina per  rivendicare il ruolo pubblico delle donne. Appena un anno più tardi ci fu l’inglese  Mary Wollstonecraft che nella sua  A Vindication of the Rights of Woman (Rivendicazione dei diritti della donna) scrisse “è ora di effettuare una rivoluzione nei modi di vivere delle donne – è ora di restituirle la dignità perduta – e di far sì che esse, in quanto parte della specie umana, operino riformando se stesse per riformare il mondo”. Stava sorgendo la rivoluzione industriale e con essa molte donne trovarono impiego nelle fabbriche. Molte erano discriminate, sfruttate e sottopagate. Spesso maltrattate e violentate, alcune volte irrise, altre volte isolate. 

Era il  1848, quando a Seneca Falls, presso New York, si tenne un’assemblea di circa trecento donne, nella quale Elizabeth Cady Stanton (1815-1902) formulò una dichiarazione dei diritti delle donne all’eguaglianza. Vi si affermava che uomini e donne sono eguali e «dotati dal loro Creatore di diritti inalienabili; che tra questi vi sono la vita, la libertà, il perseguimento della felicità».

Fu una tematica ripresa e sviluppata nel femminismo sociale che sorse in Francia e si pose come movimento autonomo all’interno del grande movimento socialista che portò alla seconda Rivoluzione.

Dopo passaggi più o meno bui, rischiarati ogni tanto da qualche ondata di luce le donne ripresero a gridare a metà degli anni ’60. Era l’America che andava incontro alla sua stagione migliore. L’entusiasmo di un rinnovamento, la voglia di libertà, di fraternità, di levare le “regole” per vivere in una comunità capace da sola di autolimitarsi per non ledere i diritti di nessuno. Senza imposizioni dall’alto, senza giudizi, senza ruoli… solo tendendosi la mano e credendo in un futuro in cui l’eguaglianza fosse il primo scalino su cui fondare una nuova società.

Qui si inseriva anche la “mistica della femminilità” di Betty Friedan, pubblicato nel 1963, che denunciava la situazione di discriminazione nei confronti delle donne sia nel mondo del lavoro sia dal punto di vista giuridico, la mancanza di tutele e di servizi sociali, chiedendo invece una nuova legislazione per garantire una equa retribuzione, il congedo per maternità, la costruzione di asili-nido.

Poi ancora la svolta con il movimento del ’68 italiano, che era un’indiretta emanazione di quello scoppiato in America, sulla costa pacifica, a Berkeley già nel 1964. Qui c’erano diverse correnti di femminismo da quello più “soft” a quello più estremista, da quello politicizzato a quello anarchico. Femminismi spesso in lotta fra loro, movimenti in guerra con altri movimenti.

Il primo movimento femminile organizzato nel nostro paese è il Movimento di liberazione della donna, nato nel 1969. I suoi obiettivi primari sono la legalizzazione dell’aborto e la creazione di asili-nido. È aperto sia alle donne sia agli uomini.
Nel 1970 è la volta di Rivolta femminile (primo gruppo separatista) che esordisce con il manifesto intitolato “Sputiamo su Hegel”. Viene rifiutato l’uomo come portatore di un ruolo predominante. «Della grande umiliazione che il mondo patriarcale ci ha imposto noi consideriamo responsabili i sistematici del pensiero: essi hanno mantenuto il principio della donna come essere aggiuntivo per la riproduzione dell’umanità. Hanno giustificato nella metafisica ciò che era ingiusto e atroce nella vita della donna».

Quello che predominava in quegli anni era il dibattito, il parlare di uguaglianza, di essere un’orchestra a più voci, in cui emergeva la volontà di affermare il ruolo della donna.

Poi venne il nulla. Venne l’idea che tutto si era già ottenuto, che tutto era palese. E l’uomo riprese il sopravvento.

E’ il 2008 quando a Kiev nasce un movimento femminista di protesta. Si chiamano FEMEN! Ben presto diventano famose a livello internazionale, anche grazie ai metodi trasgressivi che usano per affermare i loro diritti. Utilizzano il topless come protesta contro la prostituzione, il turismo sessuale e rivendicano i diritti civili.

Anna Hutsol è la leader di questo movimento in ucraina. Ora protesta a Roma, in Italia contro il “berlusconismo”, contro il merchandising della donna ridotta a femmina… lo fa con toni violenti, crudi e impietosi. Lo fa chiedendo alle donne di andare in piazza e usare il loro corpo per richiamare l’attenzione, per fare baccano, per dire no a chi vuole relegare il genere femminile a oggetto sessuale.

“Se gli italiani sono ancora pronti a sopportare questo fango allora se lo meritano. Un Paese che sceglie come primo ministro un uomo accusato di aver pagato una prostituta minorenne è un Paese molto strano, o molto malato”.

E oggi c’è chi ha detto no, ed è scesa in piazza a seno nudo a protestare contro Berlusconi.

Benvenuto Femminismo 2.0! 

Corte di Strasburgo… il partner è partner anche se gay!

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Via libera all’adozione da parte del partner anche nelle coppie gay!

Nelle coppie omosessuali i partner devono avere il diritto ad adottare i figli dei compagni, cosi come avviene per le coppie eterosessuali non sposate. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani in una sentenza emessa su un ricorso presentato da una coppia di donne austriache e dal figlio di una di loro.

La sentenza, definitiva perché emessa dalla Grande Camera della Corte di Strasburgo, riguarda l’Austria, ma i principi valgono per tutti gli altri 46 Stati membri del Consiglio d’Europa. Nella sentenza la Corte afferma che l’Austria ha violato i diritti dei ricorrenti perché li ha discriminati sulla base dell’orientamento sessuale dei partner, visto che in Austria l’adozione dei figli dei compagni è possibile per le coppie eterosessuali non sposate. Il caso in questione è nato da un paradosso: la concessione dell’adozione alla partner avrebbe fatto perdere i diritti alla madre naturale, sua compagna. I giudici di Strasburgo hanno affermato che il governo austriaco non è riuscito a dimostrare che la differenza di trattamento tra coppie gay ed eterosessuali è necessaria per proteggere la famiglia o gli interessi dei minori. Tuttavia la Corte ha nel contempo sottolineato che gli Stati non sono tenuti a riconoscere il diritto all’adozione dei figli dei partner alle coppie non sposate. Il caso su cui la Corte ha stabilito la violazione dell’articolo 14 e 8 della convenzione europea dei diritti umani, che sanciscono la non discriminazione e il diritto al rispetto della vita familiare, riguarda due donne che vivono da anni in una relazione stabile e il figlio che una di esse ha avuto da un uomo con cui non era sposata. Nel 2005 le donne hanno concluso un accordo di adozione per creare un legame legale tra il minore e la compagna della madre. Ma quando si sono rivolte al tribunale per far riconoscere l’accordo, questo ha opposto un rifiuto. In base l’articolo 182.2 del codice civile austriaco la persona che adotta “rimpiazza” il genitore naturale dello stesso sesso, interrompendo quindi il legame con quel genitore. Nel caso in questione quindi l’adozione non avrebbe creato un nuovo legame o rimpiazzato quello con il padre, ma avrebbe reciso quello con la madre naturale del bambino.

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