“Fango e pa**e”: i big della Lega rispondono alle parole di Belsito

matteo-salvini-tuttacronacaNel corso degli interrogatori dei pm della Procura milanese, l’ex tesoriere della Lega aveva spiegato che tra i beneficiari dei suoi versamenti in nero comparivano i nomi di tanti dirigenti di spicco del partito. I “nomi” ora rispondono. A partire dal neo segretario Matteo Salvini che, su Radio Padania, ha risposto a un ascoltatore che gli ha chiesto un commento alle notizie relative alla dichiarazioni. “Belsito? Fango, fango fango, non ho parole, sono pa**e, del resto i magistrati hanno già archiviato..”. “Da qui a maggio prepariamoci, preparativi a sentirne di tutti i colori, che siamo brutti, cattivi, ladri, pedofili, naturalmente razzisti e quant’altro”. “Certo – ha aggiunto – quereleremo, perchè qualche querela ogni tanto fa bene. Ma il fatto che vengano pubblicate certe cose significa che la Lega fa paura”. Duro anche il governatore della Regione Veneto Luca Zaia: “Belsito è uno che non è la prima volta che tenta queste sortite: la prima volta ha detto che era noto a lui che andavo a pranzo con imprenditori per incassare soldi, tangenti e robe del genere. Ed è stato un pò sfortunato perchè io ai pranzi non vado mai, quindi gli è andata male. Questa volta leggo che dice che ‘Zaia comunque sapeva che c’era qualcuno che andava in cerca a chiedere soldi’”. Belsito, in un passaggio con i magistrati, ricostruisce il pagamento di un milione di euro alla Lega del Veneto da parte di una multinazionale specializzata in appalti ospedalieri. L’ex tesoriere avrebbe affermato che tutto lo stato maggiore del partito era informato di quel finanziamento. “Anche Zaia – è la tesi dell’ex tesoriere del Carroccio – fu informato”.  “Rispedisco al mittente queste affermazioni – sottolinea Zaia – mi spiace perchè avrei qualcos’altro di cui occuparmi. Penso che anche la magistratura abbia altro di cui occuparsi però a questo punto la impegnerò io facendo un querela, tutelandomi. Spero che si faccia chiarezza da subito”. “Stiamo parlando comunque di una persona – conclude il governatore – che, tra le tante cose, abbiamo scoperto aveva una Porsche pagata dalla Lega, tra l’altro ora sequestrata. È imbarazzante. Rimando tutto al mittente. Sono a disposizione dei magistrati e querelo, assolutamente querelo”. Dalla Lega Veneta risponde anche Flavio Tosi: Da un calunniatore dal comportamento spregevole come Belsito, che con i soldi del finanziamento pubblico ne ha combinate di tutti i colori e ha intrattenuto rapporti con ambienti strani e torbidi, c’è da aspettarsi di tutto: anche che, per uscire dal carcere, cavarsela con pene minori o anche per giustificare in tutto o in parte le sue malefatte, cerchi di coinvolgere a largo raggio persone che nulla a che fare con le porcherie sue e del cerchio magico. Lo denuncerò per calunnia e querelerò per diffamazione lui e chi fa da cassa di risonanza delle sue infamanti calunnie”. E puntualizza: “Ricordo che all’epoca dei presunti fatti di cui Belsito avrebbe riferito ai magistrati non era certo il sottoscritto segretario della Lega Nord-Liga Veneta; che il sottoscritto era uno dei bersagli del cerchio magico e del Belsito e che non ho mai avuto il dispiacere di conoscerlo, di telefonargli e neppure, fortunatamente, di salutarlo”.  Ogni persona dotata di buon senso, rincara il sindaco veronese, “capisce che l’operazione mediatica basata su indiscrezioni, non supportate da prove, che escono a orologeria dal Palazzo di Giustizia di Milano servono solo a colpire Maroni, Salvini, Tosi e Zaia, cioè il nuovo corso della Lega che ha spazzato via Belsito e quel cerchio magico di cui lui notoriamente era l’elemosiniere”.

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Belsito: “Ecco i big della Lega che pagavo in nero”

belsito-tuttacronacaL’ex tesoriere della Lega Nord, Francesco Belsito non salva nessuno e in una decida di interrogatori ai pm della Procura milanese, spiega che tra i beneficiari dei suoi versamenti in nero compaiono i nomi di tanti dirigenti di spicco del partito: non solo Umberto Bossi, ma anche Matteo Salvini, Calderoli, Cota figurano nei verbali dell’inchiesta perché, secondo le dichiarazioni rese ai magistrati, avrebbero ricevuto rimborsi e pagamenti non dovuti. Un pezzo d’inchiesta è stato chiuso quindi, ma le indagini non sono ancora concluse, visto che buona parte dei verbali di Belsito sono completamente omissati. Parlando degli interrogatori, spiega La Stampa:

 Uno dei più esplosivi è datato 29 maggio. Spiega Belsito che quando ad esempio ricevette 300 mila euro dal suo socio d’affari Bonet, l’uomo con cui mise in piedi il pasticcio dei fondi in Tanzania, «30 mila euro li ho versati a Calderoli che era ben consapevole che provenivano da affari che avevo concluso con Bonet. Di fatto questi soldi dati a Calderoli andavano a compensare le sue donazioni al partito. Altri esponenti di spicco facevano donazioni al partito…». Ma poi se li facevano restituire, «in nero», dal tesoriere. «Dal 2009 ho sempre restituito in contanti i soldi che Calderoli versava, compensando le sue donazioni. Anche Reguzzoni ho pagato personalmente in nero: 15 mila euro per donazioni che avrebbe dovuto fare alla Lega e che invece aveva trattenuto per sè. Cota, quando era capogruppo, prendeva denaro in nero da Balocchi (l’ex tesoriere prima di Belsito, defunto, ndr), non so quantificare le somme, personalmente ho constatato che aveva un negativo sui versamenti che doveva effettuare al partito. Personalmente ho pagato delle sue spese giustificate con fatture; una ricordo che si riferiva a un’autovettura. Il compenso delle spese era pari a circa 50 mila euro che pagai con bonifici in parte verso la Lega Piemonte e in parte verso fornitori indicati da lui…». Prosegue Belsito: «Anche a Zaia (ex ministro e presidente del Veneto) abbiamo pagato delle fatture ma non ricordo gli importi. Balocchi mi diceva che teneva un contabilità parallela, in cui segnava le somme in nero agli esponenti della Lega, carte rimaste probabilmente alla moglie… Mi era stato detto che da sempre gli imprenditori portavano denaro in nero al partito e che questi rapporti erano intrattenuti principalmente da Giorgetti…».

 Belsito non risparmia nessuno. Nemmeno il neo segretario Matteo Salvini. «Il nero che gli imprenditori versavano veniva utilizzato a volte per la campagna elettorale e veniva gestito senza passare dalle casse del partito. Ad esempio ricordo che Bonomi, in quota Lega per la Sea (la società che gestisce Linate e Malpensa, ndr) diede in contanti 20 mila euro a Salvini, circostanza che mi venne riferita dalla Dagrada (segretaria di via Bellerio, ndr). Quindi Savini per sanare i suoi obblighi di oblazione verso la Lega intendeva girare al partito questa somma, cosa che non mi risulta sia avvenuta».

 Secondo Belsito, per la raccolta fondi ogni parlamentare aveva la sua specialità: «Ad esempio Maroni (“Maronui” nel verbale, ndr) si occupava delle telecomunicazioni». Ed ecco risultare un finanziamento di Telecom da 100 mila euro. «Nel settore sanitario Salvini aveva voluto la nomina della dottoressa Cantù», diventata capo delle Asl a Milano. Mentre nel settore bancario «le nomine erano gestite principalmente da Calderoli e Maroni. Ma la lista dei «donatori» è lunga: da Caltagirone e Nerogiardini, fino alla Siram che avrebbe versato un milione di euro «a tale Cavaliere della lega del Veneto legato a Tosi e Maroni».

Era davvero un bengodi. «Il nano» racconta di 100 mila euro versati sui conti personali di Bossi e moglie Manuela Marrone ma anche di 300 mila euro pagati «in modo non ufficiale e parte per contanti» per la «scuola Bosina», della sciura Bossi. Dice Belsito di non avere mai consegnato denaro in contante al senatur ma «in alcuni casi di aver ripianato il rosso di alcuni suoi conti personali, 48 mila euro presso la Bpl e altri 6-7 mila euro presso un’altra banca».

 Al figlio Riccardo sarebbero arrivati 100 mila euro per le carte di credito e l’agognata scuola Cepu. E, dulcis in fundo, ben 90 mila euro furono spesi per l’istruzione di Riccardo, del «Trota» e di Moscagiuro, il capo scorta dell’ex vicepresidente del Senato Rosi Mauro: tre belle lauree in Albania. E se non ci fosse stata l’inchiesta, «vi era un’altra laurea da acquistare a Londra per Renzo, che venne concordata per 130 mila euro, dei quali circa 70-80 mila euro effettivamente pagati…».

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