Uno sguardo a Venezia! E mentre la guardi… assapora le orecchie di Amman

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Uno sguardo a Venezia… attraverso “La chiave” di Tinto Brass

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Può un film erotico raccontare una città raccontandoci “l’intimità” delle calli, la “riservatezza” dei vicoli e la sensualità dell’acqua che attraversa i canali? Sì, se al lavoro c’è Tinto Brass. Un veneziano che instaura un rapporto amoroso con la sua città natia, che la conosce così intimamente da ritrarla senza pudore lasciando allo spettatore il compito di lasciarsi sedurre o ritrarsi. La Chiave, prima di essere un film erotico è un labirintico percorso all’interno di una Venezia che si offre senza esitazione all’occhio della telecamera che scruta, la legge e la elogia.

Tratto dal libro dello scrittore giapponese Tanizaki Jun’ichirō, La Chiave, ambientata nella città lagunare ai tempi del fascismo, racconta  il difficile rapporto di coppia tra  un di un anziano professore inglese (Frank Finlay) e sua moglie (Amanda Sandrelli), che gestisce una piccola pensione. Tutto ruota intorno ai diari che marito e moglie scrivono e nei quali confessano le proprie fantasie erotiche e i tradimenti. In realtà è solo un gioco delle parti perché entrambi sono consci che il coniuge sta leggendo quelle pagine. E sarà proprio la complicità implicita e la gelosia per l’adulterio a scatenare di nuovo l’intimità di coppia e la riconquista di quella sessualità persa da tempo.

E’ un film da rivedere per carpire i segreti di Venezia, per vederla con gli occhi di chi conosce i vicoli bui, ma anche gli interni maestosi dei palazzi d’epoca… la decadenza e lo sfarzo, la sublimazione dell’immagine che prima di tutto è un quadro, un affresco di un’immagine carpita che gioca a rincorrere lo sguardo dello spettatore.

Uno sguardo a Venezia! “Tutto spirito e foco”: Giambattista Tiepolo

o-matic3Più che di quadri si tratta di fotogrammi. Immagini costruite  secondo precise fonti di luci interne al dipinto che generano forme e volumi. D’altra parte sono gli anni in cui Newton porta a compimento i suoi studi sulla rifrazione ottica e Tiepolo sembra giocare con il colore per generare effetti visivi di pari intensità. Quasi illusioni ottiche a volte che stupiscono e sorprendono il visitatore. Un gioco di ombre e luci, di squarci di quinta teatrali, di armonizzazione dei pieni e dei vuoti.

Ma chi è Tiepolo?

Un gran giocoliere, un illusionista ancor prima che un pittore. Nato a Venezia e mandato a bottega da Gregorio Lazzarini, i primi anni di Tiepolo sono caratterizzati dal grande eclettismo (imparato probabilmente dal suo maestro) che lo portano a diversificare le sue opere secondo i gusti del committente. Uno dei suoi primi lavori che compie a 19 anni, nel 1715 sono i soprarchi della Chiesa veneziana di Santa Maria dei Derelitti (Ospedaletto). Qui il giovane pittore dipinge figure e profeti caratterizzati da un violento chiaro scuro. Dopo aver lavorato per il Doge in carica, Giovanni II Cornaro, abbellendo il palazzo dove risiedeva con pitture e quadri e aver realizzato tra gli altri anche il  ritratto del doge Marco Cornaro, Giambattista entra, nel 1717, nella Fraglia dei Pittori Veneti, una sorta di corporazione delle arti e dei mestieri.

Ma la “grande illusione” avviene 1719  e 1720 quando affresca il salone del primo piano della villa Baglioni a Massanzago. Qui avviene lo “sfondamento delle pareti”  in cui è o-matic2ritratto il Mito di Fetonte, mentre nella volta è visibile il Trionfo d’Aurora. Lo spettatore viene immerso in una favola dai colori pastello, con l’occhio che si perde nel mito e si ritrova in quei saloni settecenteschi dove è facile immaginare balli di corte e incontri galanti.

Nel 1726 si sposta a Udine dove è chiamato per affrescare il Duomo, la cappella del Santissimo Sacramento e poi il  Palazzo Vescovile e della Cattedrale. Ed è qui che realizza una delle sue più famose volte. Influenzato anche dalla lezione di Paolo Veronese, la sua tavolozza si schiarisce e le sue figure fluttuano in un cielo azzurro. Quasi fantasmi, a volte fate, a volte figure oniriche, ormai asciugate di ogni simbolismo religioso, sono solo personaggi che giocano a rincorrersi e a squarciare lo spazio.

Gli anni tra 1737 e il 1739 sono convulsi per il pittore che consegna il Martirio di sant’Agata realizzato per la Basilica di Sant’Antonio a Padova. Poi, nello stesso anno torna a Milano, chiamato dal cardinal Erba Odescalchi per realizzare tre affreschi nella Basilica di Sant’Ambrogio. Invia tre pale d’altare a Udine per il patriarca e realizza la pala per l’altare Cornaro in San Salvador a Venezia. E’ sempre il 1737 quando inizia il grandioso ciclo di affreschi per la navata, il presbitero e il coro, con Gloria di San Domenico, in Santa Maria dei Gesuiti a Venezia.

Tra luci, colori, forme ed emozioni si arriva al 1940. Lo ritroviamo a Milano, dove, in Palazzo Clerici affresca la volta della galleria con la scenografica Corsa del carro del sole. Al centro il carro di Apollo trainato da quattro cavalli, mentre sul cornicione si assiepano una moltitudine di gruppi e figure di divinità. L’affresco, probabilmente, fu voluto da Anton Giorgio Clerici in occasione del suo imminente matrimonio con Fulvia Visconti, previsto per il 1741.

Ormai Giambattista è un “One show Man” della pittura, capace di ammaliare i suoi committenti, di illuderli senza farsi comprendere fino in fondo. Come un attore che interpreta un ruolo, Tiepolo resta  sfuggente, enigmatico e segreto. Nulla si sa dei suoi amori, delle difficoltà, delle soddisfazioni. Giambattista ha voluto celarsi dietro quella sua maniera trionfante, solare, esibizionista che fu un ultimo soffio di felicità di un Ancien régime che celebrava i suoi ultimi fasti.

o-maticCi furono solo 35 incisioni, chiamate “Capricci e Scherzi”, realizzati in due fasi, i primi tra il 1741 e il 1744 e i secondi nel 1754 che rappresentano il “vero” Tiepolo. Qui il pittore, libero da ogni committenza, si lascia andare a un tratto rapido e nervoso che crea un impatto teatrale forte e dinamico ai limiti del visionario e dell’esoterico.

Nel 1750, chiamato dal principe vescovo Carl Philipp Von Greiffenklau, Giambattista si trasferisce a Wurzburg, portando con sé i figli e collaboratori Giandomenico e Lorenzo. Trascorse tre anni in Germania per decorare la residenza di Wurzburg e realizzando uno straordinario ciclo di affreschi che rappresenta uno dei suoi  capolavori più apprezzati, oltre a numerose tele di piccolo formato.

I colori di Venezia, dai tramonti ai cieli tersi, dal colore dell’acqua che riflette i palazzi, alle vibrazioni dei colori sgargianti del carnevale, saranno i protagonisti della pittura di Tiepolo e lo accompagneranno in tutto il suo percorso pittorico. Chiamato a Madrid presso re Carlo III nel 1762, realizzerà alcuni affreschi per il Palazzo Reale e qui morirà nel 1770.

Un pittore da vivere fino in fondo, immergendosi in quella magia che solo i personaggi mitologici e fiabeschi, ritratti da un grande artista, sanno ricreare.

Uno sguardo a… Venezia!

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