Uno sguardo all’Austria! Sachertorte

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Qui trovi la storia e la ricetta!

Uno sguardo all’Austria! “L’uomo senza qualità” di Musil

BeFunky_Patriotic_3Ulrich, il protagonista, è un inetto perchè ha potenzialità troppo elevate in una società in cui dominano i mediocri. 

Sullo sfondo di una Vienna dei primi del ‘900 si racconta la costituzione di un comitato politico, l’Azione parallela (perchè in Germania si stanno preparando i festeggiamenti per il 30° anniversario del regno di Guglielmo II) per festeggiare il settantesimo anniversario di regno dell’imperatore Francesco Giuseppe. Ulrich diventa il segretario di questo comitato. Lui è uomo raffinato e asociale, un intellettuale di formazione scientifica che si relaziona con la realtà in modo problematico. Insoddisfatto della sua vita,  si lascia scivolare via in modo passivo senza porre resistenza. Il mondo che lo circonda lo annoia profondamente, lo vede pieno di convenzioni e abitudini legate al passato. Attorno a lui ruotano altri membri del comitato, appartenenti a diverse classi sociali di Vienna, tutti mirabilmente descritti nelle loro meschinità morali e materiali. Ulrich non riesce a cogliere il perno della società austriaca, non riesce a trovare il simbolo a cui aggrapparsi per i festeggiamenti, non riesce a comprendere il mondo dove vive. Si trascina così in mille discussioni, in mille idee, in mille progetti che non approderanno a nulla. Infatti, nel 1914 scoppia la guerra e il comitato si scioglie.

Non è Proust e non è Joyce. Pur essendo un romanzo di ricerca interiore, di introspezione umana e di affresco dei primi anni del ‘900. Non a caso è rimasto incompiuto… un’opportunità in più per il lettore di “scrivere” il finale. A voi ora il compito di riflettere sulla stupidità o genialità umana!!!

Uno sguardo all’Austria! “Tutto ciò che la filosofia può fare è distruggere idoli”

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Un’intelligenza brillante sicuramente stimolata da un ambiente familiare che lo avvicinò alla tecnica e alla musica. Ludwig Wittgenstein è un personaggio controverso del’900, intorno al quale si è creato un alone di stravaganza. Sicuramente un uomo eccentrico, con la fobia degli insetti, che amava lavare i piatti nella vasca da bagno e pulire il pavimento cospargendolo di foglie di tè bagnate, che poi scopava via. Difficilmente riusciva a star fermo, camminava a passi rapidi ed era violento al punto che, in un famoso alterco filosofico,   avrebbe minacciato Karl Popper, filosofo anch’esso, con un attizzatoio e l’avrebbe sicuramente colpito se non l’avesse trattenuto Russell.

Nato 26 aprile del 1889 in una famiglia di industriali austriaci e ultimo di 8 figli, Ludwig studiò fino a 14 anni con un precettore e poi fu inviato per 3 anni alla Realschule a Linz, prima di approdare al Trinity College di Cambridge per studiare matematica. Qui incontrò Bertrand Russell.

Improvvisamente si isolò sui fiordi norvegesi per più d’un anno, ma appena scoppiò la prima guerra mondiale si arruolò come soldato semplice nell’esercito austriaco, poi divenne ufficiale e nel 1918 venne imprigionato a Trento. Alla fine della guerra si fece operare di calcoli da sveglio perché non si fidava dei medici e volle seguire l’operazione con un sistema di specchi.

Se non si fidava dei medici, si fidava ancor meno delle donne e affermava che tutte quelle che aveva conosciuto erano idiote. Si stupì solo dell’intelligenza di Elizabeth Anscombe, tanto che iniziò a chiamarla “vecchio mio!”

In tutti i suoi rapporti di amicizia arrivò ben presto a un punto di rottura. Ci furono lunghi periodi che si allontanò dai suoi amici, anche quelli di lunga data come Russell, Moore, Ramsey, Keynes, Waismann, Carnap, Popper. Lunatico e attaccabrighe, permaloso e umorale finiva spesso per allontanare le persone.

Anche in amore aveva gusti difficili e non tanto perché omosessuale, ma perché preferiva immaginarsi gli amori più che viverli. Spesso non dichiarava il suo sentimento e preferiva tenere lontano, dai suoi rapporti, il sesso. Arrivò a dedicare, il Tractatus, la sua unica opera scritta, a David Pinsent, l’uomo di cui era innamorato, come gesto estremo d’amore.

Nel “Tractatus logico-philosophicus” esprimeva 7 concetti fondamentali. Un elenco dei suoi “comandamenti” tanto che Russell, ironizzando sull’amico, affermò “Wittgenstein si comporta come un oracolo e proclama la sua opinione come se si trattasse di un ukase dello zar”.

La sua filosofia può essere riassunta in:

Visione del mondo. 

Il mondo è una serie di fatti. Spazio e tempo non sono due unità divise, come non esistono oggetti o cose, ma è corretto parlare di eventi che avvengono lungo l’asse spazio-temporale.

Il linguaggio.

Il linguaggio assume una formula matematica. Serve a descrivere un fatto che avviene nel mondo, e qui riavvicinandosi ad Aristotele, dichiarò che “una proposizione è vera nel linguaggio se il fatto da essa rappresentato è vero nel mondo”.

In un secondo momento, dopo aver insegnato in una scuola elementare ed essere entrato  a contatto con i bambini, il filosofo, rivide la sua teoria sul linguaggio. Nelle “Ricerche filosofiche”, il linguaggio raffigurativo diventa uno dei possibili linguaggi esistenti nella quotidianità. Esso si trova sullo stesso livello dei linguaggi con cui non si denomina nulla, ad esempio le esclamazioni, le preghiere, le implorazioni, e sullo stesso livello di miriadi di atti (cantare, raccontare, inventare storie, imitare) con cui l’uomo svolge le funzioni più varie. Ripudiando la teoria di un linguaggio dotato di essenza logica, strutturalmente simile a un mondo logico, l’autore giunge a pensare che la comprensione dei significati del linguaggio risieda nei suoi svariati modi d’uso nei diversi ambiti della vita quotidiana. L’osservazione di come una frase viene utilizzata in pratica permette di coglierne il senso. Il significato di una parola varia in relazione al contesto in cui è inserita, i suoi significati sono quindi “posizionali” e non “essenziali”, generati da presupposti pratici e non teoretici.

La logica 

Conia la definizione “atomismo logico”. Come i termini  suggeriscono, questa idea era mutuata dall’atomismo chimico, che riduce la materia a combinazioni di atomi. E la sua plausibilità per un’analisi logica del linguaggio era suggerita dall’allora recente successo dell’analisi chimica della materia. Tutti i fatti atomici possono essere espressi in un linguaggio con equivalenti proposizioni atomiche, che potranno essere individuate come “vere” o “false” mediante un confronto con la realtà sensibile dei fatti atomici.

Il misticismo

Ma Wittgenstein si scontra con il misticismo e deve abbandonare la riflessione intorno a quei problemi (come, ad esempio, l’esistenza di Dio) che non hanno riscontro empirico. Una sua famosa sentenza, infatti, recita che “Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere.”

Ma Wittgenstein non fu solo filosofo. Divenne progettista di aquiloni per meteorologia nel 1908 e di motori a reazione e propellenti fino al 1911. Poi fu mecenate di artisti austriaci poveri, tra cui Rilke, nel 1914. Si distinse come combattente volontario, nella prima guerra mondiale. Divenne erede di una enorme fortuna, a cui rinunciò nel 1919 e per un periodo fece il giardiniere in un monastero. Soprattutto fu un insegnante eclettico e stravagante che si rifiutò di far lezione a troppi studenti, preferendo dettare a pochi di essi   appunti che gli altri potevano leggere.  Così, in questo modo, si formò il celebre “Libro blu” a cui seguì nel 1934-1935 il “Libro Marrone”.

La casa in cui Wittgenstein si spense il 29 aprile 1951 apparteneva al suo medico, il dottor Edward Bevan, che aveva acconsentito ad accoglierlo già alla fine di gennaio, dopo aver constatato il rapido avanzamento del tumore alla prostata, per evitargli il ricovero in ospedale. Gli ultimi giorni del filosofo fino alla sua morte, avvenuta a Cambridge esattamente cinquanta anni fa, sono anch’essi ricchi di aneddoti, a cominciare dalle ultime parole, confidate alla padrona di casa e destinate al gruppo fedele di amici e discepoli raccolti nella stanza attigua: “Dite loro che ho avuto una vita meravigliosa”.

Uno sguardo all’Austria! Il diario di Pabst

BeFunky_Patriotic_3I protagonisti maschili di Pabst sono depravati e senza scrupoli o, nel migliore dei casi,  buoni a nulla con una sensualità molle che li rende schiavi di una società perbenista, ma profondamente malata. Non fanno eccezioni i protagonisti de “Il Diario di una Donna Perduta“.

Al centro c’è Thymian Henning (Louise Brooks), figlia del farmacista Robert, violentata e messa incinta dall’assistente del padre farmacista, che rifiuta di sposarla perché la farmacia è ipotecata. Alla ragazza le viene strappato il bambino, che morirà poco dopo, e viene spedita in un collegio-correzionale dove subirà le vessazioni della direttrice e dell’istitutore. Thymian, qui, diventerà amica di Erika, con la quale riuscirà ad evadere dal collegio-carcere dopo una ribellione violenta. Appena uscita dall’istituto Thymian non può far altro che seguire Erika in un bordello e intraprendere la vita della prostituta. Rincontra qui il conte Osdorff, un giovane da sempre follemente innamorato della ragazza, ma incapace e inetto, che in passato non è stato in grado di salvarla dal disonore sposandola. Alla morte del padre, Thymian cede la sua eredità a Meta messa sul lastrico dal nuovo proprietario, Meinert, il perfido aiuto farmacista che aveva abusato di lei. Osdorff, che contava sull’eredità della ragazza, folle di rabbia si getta dalla finestra. Al funerale Thymian conosce il conte, padre di Osdorff,  e lo sposa. Diventa patronessa della casa di correzione, e in tale veste, impedisce che Erika vi sia nuovamente rinchiusa.

Visto sempre in relazione a Lulu-Il Vaso di Pandora, “Il Diario di una Donna Perduta” è stato sempre considerato un film di paragone con quello che è da sempre definito il capolavoro di Pabst. La forza di Thymian a differenza di Lulu è il riconoscimento del bene dal male, lasciarsi travolgere dall’amoralità per poi riconquistare un posto in società e aiutare la sua amica. Un vortice che non distrugge la protagonista (come Lulu che cadrà vittima di Jack lo squartatore), ma la guida a una riconquista sociale. Visto in quest’ottica la tematica de “Il Diario di una Donna Perduta” diventa un complemento al film precedente di Pabst e non un appendice.

Da vedere per la sensualità senza tempo di Louise Brooks. Da “assaporare” per riscoprire il grande cinema sperimentale tedesco degli anni Venti, rappresentato dall’Espressionismo e dagli esiti del Kammerspielfilm e della Neue Sachlichkeit. Ma soprattutto per godersi un film intramontabile con una delle più belle scene di montaggio frammentato e convulso: la fuga dal correzionale di Thymian ed Erika.

Ah! Dimenticavo… il film è muto, ma non servono parole per un grande capolavoro.

Uno sguardo all’… AUSTRIA!

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