Allarme degli 007 sulle startup e sul crowdfunding!

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E’ l’intelligence italiana, con gli 007 ha lanciare l’allarme sul fenomeno delle  startup e  del crowdfunding, lo stesso sistema che ha portato Obama a diventare il Presidente degli Usa con una raccolta fondi “dal basso”

La preoccupazione dell’intelligence riguarda, da un lato, il fatto che gli startup-manager italiani preferiscano rivolgersi all’estero per sviluppare i loro progetti. Dall’altro, il rischio che le piattaforme nazionali di finanziamento online, in un sistema normativo ancora incerto dove il liberismo del mercato internauta prevale sulle regole, possano prestare il fianco a azioni di spionaggio straniero.

Scrive Alberto Custodero su Repubblica:

Il crowdfunding ha permesso a molte persone, in tutto il mondo, di realizzare un sogno. Si va su Internet, su una piattaforma specializzata, e si lancia il proprio progetto, indicando la cifra necessaria per realizzarlo. E un termine. Se entro il termine indicato si raggiunge (o si supera) la cifra, si parte: e si realizza così lo startup dell’impresa. Secondo gli analisti dei servizi segreti, nel panorama nazionale, le startup risultano particolarmente attive nell’ambito web (49%), e dell’informationand comunication tecnology (22%). Mentre il 4,8 % si concentra su consumer products e circa il 3,6% su eletronics&machinery.Meno rilevante in termini numerici risulta il settore delle cleantechnologies (1,2%) e quello delle biotech life sciences (0,6%). Il rimanente 18% opera in altri settori di attività, soprattutto nel terziario. In tale quadro — segnalano con preoccupazione gli 007 — assume rilievo il fatto che «si registri la tendenza di una parte degli imprenditori (11%) ad avviare tali iniziative all’estero, nonostante i finanziamenti agevolati offerti da numerosi istituti di credito per di tali imprese». Le nazioni estere preferite dagli startupper nazionali sono Usa, Israele, Gran Bretagna e Germania. E sono preferite all’Italia perché là è più facile ottenere finanziamenti con le modalità crowdfunding, ci sono minori oneri burocratici, la cultura d’impresa è più orientata ad accogliere aziende attive, in particolare nell’ambito della digital economy.

«Tale fenomeno, se si estende — osservano gli analisti dell’intelligence — comporta perdite di opportunità in termini competitivi per il nostro Paese, connesse all’allocazione di know how e capitale intellettuale in stati esteri connotati da un più attrattivo ambiente di investimento »

Il nostro paese è in grado di dare una prospettiva? Se si uccidono le start up e il crowdfunding cosa resterà alle nuove generazioni, lacrime, sudore e sangue? Chi può oggi, in Italia mettere mano con competenza e snellire le procedure burocratiche e garantire il reperimento dei fondi necessari?

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Finirà tutto in una bolla? Anche le start-up?

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Ogni anno sono finanziate a centinaia, vengono spesi milioni di euro o dollari da investitori pubblici e/o privati, sono molti i giovani che ci provano e inesorabilmente vengono delusi. Di cosa parliamo? Di start-up, ovvero di quelle idee geniali, che dovrebbero replicare il successo di Facebook e invece falliscono. Cosa succede? Ora c’è un sito  www.startupover.com redatto dal blogger Andrea Dusi che analizza tutti i fallimenti.

«Tutti parlano di startup, di quanto sia entusiasmante mettersi in proprio, ma nessuno parla degli errori e dei fallimenti» spiega Dusi che è anche il fondatore di Wish days, l’azienda che ha messo esperienze e viaggi in cofanetti da vendere in libreria: un piccolo miracolo imprenditoriale nato nel 2006 e che oggi conta 120 dipendenti e 45 milioni di euro di fatturato. «Anche io ho fallito con la mia prima startup nel 2003 ma non è un buon motivo per non parlarne. Persino Kickstarter (tra le più note piattaforme di crowdfunding per idee imprenditoriali) fa in modo di non mettere in evidenza i progetti che non ce l’hanno fatta: se si cerca su Google non compare niente nei primi risultati» a parte le denunce di utenti scontenti. Nel blog per ora sono riportati i casi più eclatanti, ma Dusi sostiene di aver raccolto in questi anni dettagli su almeno 1200 aziende innovative andate in fumo. Tra queste Catch Notes (app per prendere appunti, 9 milioni di dollari bruciati), Songbird (browser per musica digitale, 17 milioni di dollari bruciati), Wantful (startup che voleva fare business con la personalizzazione dei regali, 5 milioni e mezzo di dollari bruciati) ed esempi più illustri come Google Reader (della serie: anche i big possono fallire).  

Secondo un recente studio pubblicato da Italia Startup (l’associazione di categoria delle neo-imprese italiane) nella Pensiola al momento ci sono 1227 imprese innovative, 113 startup hi-tech finanziate, 97 incubatori e acceleratori (64 pubblici e 33 privati), 32 investitori istituzionali (6 pubblici e 26 privati), 40 parchi scientifici e tecnologici (37 pubblici e 3 privati), 65 spazi di coworking e 33 competizioni dedicate alle startup. Numeri che però non descrivono le criticità del settore. Eppure il tasso di fallimento tra le neo aziende è molto alto. Circa l’80-85% non arriverebbe ai primi 3 o 5 anni di vita.

«Il fatto che un alto numero di start-up fallisca è assolutamente fisiologico e non è necessariamente un male», spiega Giuseppe Folonari, responsabile degli investimenti in H-Farm, uno degli incubatori più noti in Italia con 52 aziende finanziate e 7 successi imprenditoriali conclamati (sua l’agenzia di comunicazione H-Art rivenduta a più del doppio del valore). «In un mercato piccolo e in crescita come quello italiano, il rischio di fallire è più grande perché ha un impatto sulla fiducia e porta a un errore di spesa sul conto economico – continua Folonari – Non credo però sia corretto parlare di bolla startup: è vero sono aumentate le richieste, ma è aumentata anche la qualità dei progetti e poi perché si crei una bolla una dovrebbe esserci una pioggia di soldi che al momento non c’è».

Per il segretario generale dell’Italian Business Angels Association, Tomaso Marzotto Caotorta, «il rischio bolla per gli investitori al momento non c’è». «Ciò che invece preoccupa è l’attività di selezione delle idee che meritano un finanziamento. La nostra associazione valuta ogni anno circa 350 proposte ma appena il 5% riesce ad ottenere il nostro supporto economico: servirebbe un sistema di scrematura già all’interno degli incubatori. Insomma, meno startup in giro ma di maggior qualità».

Pensiero condiviso anche da Michele Padovani, amministratore dell’incubatore privato Istarter (appena 9 aziende finanziate su 405 progetti analizzati). «Non credo sia un problema di capitali, che nel Paese sono presenti in abbondanza. Credo, invece, che questi vadano organizzati al meglio e messi nelle condizioni di raggiungere i progetti veramente meritevoli. Di recente l’ecosistema che ruota attorno al concetto di start-up ha fatto registrare un incremento degli attori così significativo da indurre a pensare che in questo abbia inciso anche una componente “modaiola”. Ma credo che nel prossimo futuro prevarrà la vecchia legge della natura per la quale solo i soggetti più forti sopravviveranno».

il Pd pronto a dare Presidenza della Camera al M5S e apertura su riborsi

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Pierluigi Bersani, insieme al suo Stato Maggiore, sarebbero pronti a dare il via libera per votare un esponente del Movimento 5 Stelle alla Presidenza di Montecitorio.

E uno dei segnali di apertura al M5S da parte del Pd, sarebbe il passo indietro fatto da Dario Franceschini, il più quotato tra i democratici alla poltrona di Presidente della Camera, il quale si è detto non disponibile ad assumere quel ruolo, nemmeno nel caso in cui i grillini rinunciassero alla posizione. Il No di Franceschini sembrerebbe derivare dal fatto che, il politico avrebbe ricoperto il ruolo di Presidente nel caso in cui si fosse messo in piedi un progetto complessivo per un’intera legislatura, ma dato che l’incertezza regna sovrana e la durata della legislatura difficilmente sarà quella naturale, ecco spiegato il passo indietro di Franceschini.

Davide Zoggia, Responsabile Enti Locali del Pd, nonché uomo che tiene i contatti con le altre forze politiche al Senato, ha detto: “Siccome noi abbiamo sempre detto che siamo per il cambiamento e visto che loro hanno un risultato numerico equivalente a quello del Pd, non sarebbe logico, a fronte di una disponibilità da parte dei 5Stelle, non votare un loro candidato…Detto questo, vedremo”.

Alla presidenza del Senato, invece, dovrebbe essere votato un candidato Pd e il nome più gettonato è quello di Angela Finocchiaro.

Ma la vera vittoria di Beppe Grillo è sul rimborso elettorale ai partiti.

Addio al sistema attuale di finanziamento pubblico dei partiti, sì a un nuovo sistema basato sulla raccolta fondi, in particolare sulle piccole donazioni. A dirlo è il tesoriere del Pd, uomo di Bersani, Antonio Misiani. Forse è una delle aperture più importanti fatte a Grillo e al Movimento 5 Stelle negli ultimi giorni, visto che la restituzione dei rimborsi elettorali e una nuova disciplina dei soldi pubblici alla politica sono i prerequisiti che pongono a una possibile collaborazione con il Partito democratico. E la soluzione individuata da Misiani – c’è da scommetterci – è destinata a piacere molto al comico genovese: il Movimento infatti si finanzia proprio sulla base di piccoli versamenti online fatti da militanti e simpatizzanti.

“Sono disponibile ad avviare un’operazione di crowdfunding al posto del finanziamento ai partiti – dice Misiani -. Trovo molto interessante la proposta avanzata da Pellegrino Capaldo che è il concetto dell’incentivazione di un finanziamento basato su piccole donazioni fortemente agevolate dal punto di vista fiscale. E’ una sfida che noi siamo pronti a raccogliere sia sul tema del finanziamento sia sul tema della democrazia dei partiti, perché oggi noi diamo grande attenzione ai finanziamenti dei partiti ma c’è anche il problema della democrazia interna dei partiti perché o questo paese abbandona il dominio di partiti personali o liberisti o la nostra democrazia non fa grandi passi in avanti”.

Che questo sia un ulteriore amo lanciato dai Democratici a Grillo, lo si capisce andando a a guardare come il Movimento si finanzia online. Dal suo blog il comico chiede ai suoi di donare tramite carta di credito o bonifico per sostenere le spese di campagna elettorale, di promozione e legali di M5S. Finora sono arrivati 568mila euro da parte di 14.650 persone. Stiamo parlando quindi di piccoli versamenti, per una media di 38 euro l’uno. Proprio quelle microdonazioni da agevolare fiscalmente di cui parla Misiani.

RIOT, quando il gioco si fa duro!

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Se non vi siete trovati nel “posto giusto” al “momento giusto” nessuna paura arriva Riot. Potrete prendere parte agli scontri  in piazza Tahrir, in Egitto, o al violento degenerare della manifestazione degli “indignati”, che mise a ferro e fuoco Roma nell’ottobre 2011. Scontri e ancora scontri attendono solo voi!  Una start-up italiana, infatti, è al lavoro su un videogame per smartphone, chiamato Riot (“Rivolta”), che permetterà agli utenti di vestire i panni dei protestanti o delle forze dell’ordine in accese guerriglie urbane che si ispirano ai fatti realmente avvenuti in Egitto e nel nostro paese.

Capo del progetto un 26enne regista di Firenze, Leonard Menchiari, che ha ideato il gioco non solo a scopo ludico, ma come strumento per provare a capire che cosa si provi nelle condizioni critiche determinate da tali scontri: “In Riot igiocatori sperimenteranno i due lati di una battaglia che non ha vinti nè vincitori”. Il denaro raccolto attraverso il videogame, inoltre, servirà per viaggiare in Europa ed Egitto per documentare in tempo reale i futuri scontri tra manifestanti e forze dell’ordine.

Per realizzare il progetto Menchiari si è affidato a una piattaforma di crowdfunding, IndieGoGo, attraverso cui ha già raccolto (e superato) la somma prefissata: 15mila dollari. Ai “donatori” che hanno versato almeno 5$ andrà una copia del gioco per iOS o Android. “Vivendo in un paese che sta affondando per il debito e la corruzione – si legge sulla pagina web dedicata al gioco – è praticamente impossibile trovare fondi in Italia per dare vita al gioco, e quindi vi chiediamo aiuto”.

Il gioco sicuramente avrà successo, ma possiamo anche pensare se è etico prima di mandarlo in comemrcio e istigare alla violenza? Poi piangeremo qualche morto, nella vita reale  a causa di una realtà virtuale troppo aggressiva?  Ma il comemrcio si sa, è senza scrupoli! Meglio piangere poi, che prevenire ora!

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