Quei contributi figurativi che riducono le pensioni

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Si chiamano contributi figurativi e minano l’assegno pensionistico. Cosa sono? Ad esempio le assenze per donare il sangue o anche per svolgere un servizio sociale. Come racconta il Sole 24 Ore:

A scoprire in prima persona gli effetti delle nuove regole sono state decine di donatori volontari del sangue, che nelle scorse settimane hanno avviato i conteggi per accedere alla pensione anticipata, verificando che i giorni non lavorati perché dedicati alla donazione non vengono calcolati. Già con un parere dell’ottobre 2012, la gestione ex Inpdap, aveva precisato che la presenza di contribuzione utile ai fini del diritto al trattamento di quiescenza relativa ad assenza diverse da quelle previste dalla norma, poiché non costituisce prestazione effettiva di lavoro, comporta l’applicazione delle riduzioni percentuali.Tale interpretazione, in linea con il tenore letterale della norma, comporta oggettive difficoltà applicative, soprattutto nel pubblico impiego, dove non sempre risulta possibile avere una situazione storica di tutte le tipologie di assenze effettuate dal lavoratore nel corso dell’intera vita lavorativa.

Per queste persone quindi i contributi non verrebbero conteggiati e non sarebbe quindi consentito di andare in pensione anticipata entro il 2017 senza la decurtazione dell’assegno. I dubbi sono sorti e con loro le polemiche tanto che l’Inps ha richiesto ed è in attesa del parere di due ministeri. Questo è l’ennesimo nodo “opaco” della riforma Fornero che prevede decurtazioni per chi accede alla pensione anticipata (cioè prima dei 62 anni) con elevata anzianità contributiva. Decurtazioni che non valgono per chi matura i requisiti contributivi entro il 2017, a patto che l’anzianità contributiva sia determinata da prestazione effettiva di lavoro.

E i donatori di sangue sembra che abbiano invece fatto assenze ingiustificate? Speriamo che si arrivi presto a un chiarimento!

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Se crolla il governo che ne sarà di pensionati, esodati e cig?

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Cosa ne sarà di pensionandi, pensionati, esodati e cassaintegrati se cade il governo Letta? La riforma Fornero non funziona e questo è un dato di fatto, ma ci sarà il tempo per apportare le modifiche? Molto si cercherà di fare con la legge di stabilità che verrà presentata al Parlamento in ottobre… sempre che il governo regga fino a quella data. Giovannini promette anche misure di contenimento del cuneo fiscale. E il lavoro? Con il governo che è in disequilibrio costantemente sono molti gli interrogativi che per il momento ancora non hanno risposte.

IlSussidiario.net ha riportato quanto dichiarato nell’intervista da Silvano Moffa, ex Presidente della Commissione Lavoro della Camera:

Cosa rischiano pensionati, pensionandi, esodati, cassaintegrati se cade il governo Letta?

In queste settimane stanno venendo a galla tutte le incognite della riforma Fornero. E che fine farà il taglio delle pensioni d’oro su cui pure si è impegnato il governo ma che ha già ottenuto un primo stop dalla Corte costituzionale perché va a toccare i diritti acquisiti dei lavoratori? Tutto dipenderà dalla legge di stabilità che verrà presentata alle camere a ottobre. Sempre che l’attuale governo sia ancora in carica. Secondo il ministro Giovannini, la legge di stabilità conterrà anche misure per il contenimento del cuneo fiscale. IlSussidiario.net ne ha parlato con Silvano Moffa, ex Presidente della Commissione Lavoro della Camera.

Se cade Letta che ne sarà della riforma pensioni? Esodati e cassa integrazioni rimarranno senza copertura? Che fine farà il taglio delle pensioni d’oro?

Non so se il governo cadrà, nonostante le fibrillazioni di questi giorni. Sul fronte delle convenienze reciproche credo che alla fine ci sia un interesse comune dei due poli a tenere in piedi l’attuale esecutivo. Tuttavia, se dovesse cadere sicuramente ci sarà un rallentamento del processo di riforma della riforma, per il recupero delle parti dannose che la riforma Fornero ha introdotto.

Solo un rallentamento?

Secondo me sì, anche perché ci saranno ulteriori passaggi che debbono essere fatti all’interno della finanziaria. È lì che bisognerà trovare le risorse aggiuntive necessarie.

Come giudica l’operato del governo sul tema delle pensioni?

Guardi, già all’epoca del governo Monti, attraverso la Commissione Lavoro della Camera, chiedemmo di impostare un percorso completamente diverso. E in parte riuscimmo a sanare la questione “esodati”. Ovviamente questi temi oggi sono tornati in primo piano.

Qual è l’argomento più urgente da affrontare?

Tutto quello che si riesce a fare per recuperare un equilibrio su un tema così fortemente sbilanciato è positivo. La riforma del lavoro ha infatti ridotto l’area della flessibilità in entrata con conseguenze pesantissime sulla disoccupazione giovanile, con molti contratti a termine che non sono stati rinnovati. A suo tempo dicemmo: attenzione, in questa maniera avete preso come bersaglio la precarizzazione, ma di fatto avete fatto scomparire dal mercato le prime opportunità di lavoro che si presentano a un giovane. In più…

In più?

Il governo si è assunto l’onere di risolvere definitivamente il problema degli esodati esploso a suo tempo e parzialmente tamponato. Con la prossima legge di stabilità dovrà dire in che maniera intende farlo.

Con la legge di stabilità il governo vorrebbe addirittura ridurre il cuneo fiscale…

Non c’è dubbio che bisogna ridurre il cuneo fiscale per andare incontro alle esigenze delle imprese e dei lavoratori. Però, anche qui, il governo dovrà dire con quali risorse intende perseguire questo obiettivo.

È d’accordo con l’idea di introdurre una maggiore flessibilità in uscita per chi è prossimo alla pensione?

Assolutamente sì. È esattamente l’equilibrio che cercavamo di offrire alla Fornero quando proponevamo maggiore flessibilità in entrata e di rendere meno rigido il mercato in uscita. Che significava liberare il mercato del lavoro da tanti vincoli che ne bloccavano l’espansione. Questo purtroppo non è avvenuto: abbiamo mantenuto un mercato rigido con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.

Cosa ne pensa dell’idea del ministro Giovannini di dare un acconto sulla pensione a chi perde il posto quando è a pochi anni, due o tre, dal traguardo?

In questo modo si cerca di recuperare almeno in parte il danno causato dall’allungamento dell’età pensionabile creando una sorta di scivolo, con un’anticipazione. Voglio solo sottolineare il fatto che stiamo parlando di risorse che appartengono ai lavoratori: non stiamo regalando niente. Stiamo solo accorciando i tempi. In una situazione congiunturale sfavorevole come quella attuale può essere una boccata d’ossigeno. Ma non mi sembra una riforma sistemica del nostro sistema pensionistico.

Giusto il taglio delle pensioni d’oro?

Guardi, a suo tempo cui fu una discussione abbastanza accesa sull’argomento. C’era chi diceva che bisognava ridurle non tenendo conto che si tratta di diritti acquisiti. Altri, come me, dicevano invece: attenzione, mettendo in discussione diritti acquisiti rischiamo di andare a scontrarci con norme di rango costituzionale. Cosa che è puntualmente avvenuta. Quando ero Presidente della Commissione Lavoro, assieme al collega della Commissione Affari istituzionali, mettemmo chiaramente in luce il rischio di incostituzionalità di quella norma.

Sta dicendo che le pensioni d’oro non si possono tagliare?

No, non sto affatto dicendo questo. Si può fare introducendo un elemento di solidarietà, una sorta di bonus di solidarietà che può essere richiesto per un certo numero di anni a chi gode di pensioni fuori dall’ordinario tanto sono elevate. Chiedere a chi oggi si trova in condizioni di maggior benessere, addirittura di una ricchezza oltremisura, un atto di solidarietà mi sembra giusto. Non solo. Sarebbe un obiettivo più facilmente perseguibile e non attaccabile sotto il profilo della norma costituzionale.

Quando andranno in pensione gli insegnanti?

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Da una parte gli esodati dall’altra i cosidetti “quota 96” poi ci sono gli insegnati  vittime anche loro della riforma Fornero che nonostante avessero richiesto la pensione si sono ritrovati senza requisiti per ottenerla. E chi sperava di trovar risposte nell’ultimo atteso decreto legge sulla scuola è rimasto deluso perché di loro non è stata fatta menzione. Insomma fantasmi invisibili a cui i diritti come lavoratori non sono stati riconosciuti. I pensionati della scuola restano infatti bloccati in servizio dalla legge Fornero… ma che insegneranno se alcuni di loro sono distratti e divisi tra la rabbia di non poter andare in pensione e ‘impotenza di veer riconosciuto il loro diritto di lavoratori?

Manuela Ghizzoni, deputata Pd, aveva sollevato il problema da tempo la questione e aveva parlato di “schiaffo ai diritti dei lavoratori”. Poi, con la presentazione del decreto, è arrivata la conferma.

I pensionandi restano bloccati in servizio dalla Fornero, che ha abolito la “quota 96” da cui prendono nome. Prima del provvedimento varato dal governo Monti, infatti, il requisito per andare in pensione nel mondo della scuola era il raggiungimento di questa cifra, tra età anagrafica e contributiva (partendo da un minimo di 60 anni di età e 35 di servizio). Molti docenti, a ottobre 2011, avevano già fatto domanda di pensionamento perché avrebbero conseguito la quota entro la fine dell’anno scolastico. Ma la riforma Fornero ha azzerato tutto: alcuni di loro (specie fra gli uomini) adesso dovranno aspettare anche 5-6 anni.

Il Partito Democratico si era fatto carico della questione, facendone addirittura uno dei punti del programma di governo per il settore scuola: “Occorre permettere il pensionamento di quanti (docenti e Ata) sono rimasti ‘impigliati’ nella riforma Fornero, in particolare sanando l’ingiustizia subìta dai lavoratori della scuola della cosiddetta quota 96”.

Ma perché non mandarli in pensione? Per una questione meramente economica che al momento non è quantificabile, ma se solo si calcolano quelli stimati dal Miur e quindi si ritiene vero il dato di almeno 3500 professori prossimi alla pensione, si capisce che non è sopportabile per lo stato italiano tale somma.

 

Bella ciao… ovvero ecco come cambiano le pensioni per alcuni settori!

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Pensioni che tutelavano i lavori più pesanti come quelli dei marittimi, poligrafici o degli sportivi oppure quelli in cui l’età ha un ruolo determinante come nel mondo dello spettacolo per gli attori, i ballerini e cantanti verranno modificate con una nuova legge che dovrebbe arrivare in Consiglio dei Ministri, lunedì 9 e trovare applicazione già dal 1° gennaio 2014. Saranno così chiuse le vecchie “finestre mobili” e arriveranno i nuovi requisiti. Naturalmente sono salvi però i comparti della Difesa e Sicurezza e i Vigili del Fuoco che se inclusi nel provvedimento avrebbero accresciuto notevolmente il risparmio della spesa pubblica. Il provvedimento invece così come arriverà in aula farà risparmiare 526,4 milioni di euro.  Lo stesso Sole 24 ore in un articolo a firma di Davide Colombo afferma:

“È facile immaginare come sarebbero cresciuti i risparmi sulla spesa pensionistica con l’inclusione anche di questi comparti che, nel loro insieme, contano su circa 500mila addetti, pari al 15% dei dipendenti pubblici”.

Ma come cambieranno le regole del pensionamento? Per i marittimi la pensione di vecchiaia scatterà con 5 anni di anticipo:

“Per i marittimi il diritto alla pensione di vecchiaia arriva con cinque anni di anticipo rispetto ai requisiti anagrafici generali, mentre per l’anzianità speciale riconosciuta a chi ha almeno 10 anni di “effettiva navigazione” o di “servizio di macchina” o di “stazione radiotelegrafica”, dai 56 anni (con 20 di contributi) si passerà dal 1° gennaio 2015 al 31 dicembre 2017 a 57 anni, mentre dal 2018 si salirà a 58 anni”.

Nel mondo dello spettacolo invece cambiano le regole per ballerini, attori e cantanti:

“Per ballerini e tersicorei l’età di pensionamento di vecchiaia sale di un anno, da 45 a 46, mentre per gli attori è previsto l’aumento da 63 a 64 anni, sempre dal 1° gennaio prossimo. Le attrici vedranno cambiare i requisiti anagrafici con più gradualità: un anno ogni due, per allinearsi all’età pensionabile degli uomini nel 2022. Adeguamento anche per i cantanti con il sistema di calcolo misto della pensione: andranno in vecchiaia a 61 anni, da gennaio, gli uomini mentre per le donne c’è una scalettatura da 57 a 61 sempre entro il 2022″.

L’adeguamento per gli sportivi professionisti è anch’esso previsto entro il 2022:

“Alla stessa data è previsto l’allineamento graduale uomo-donna per gli iscritti al fondo sportivi professionisti: a 53 anni gli uomini subito, da 49 a 53 le donne”.

Il nuovo sistema poi riguarderà anche i poligrafici delle aziende in crisi:

“Per i lavoratori poligrafici di aziende in crisi, infine, il prossimo gennaio passa da 32 a 35 anni il requisito contributivo necessario per il ritiro anticipato, venendo a cadere il vecchio abbuono di tre anni. Il requisito contributivo sale ulteriormente a 36 anni nel 2016 e 37 anni nel 2018″.

Ma non si configura la disparità giuridica fra differenti soggetti dello Stato uniti dalla qualifica di lavoratori?

La Polonia nazionalizza le pensioni private. Accadrà anche in Italia?

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La Polonia non è il primo Paese ad aver deciso di nazionalizzare la previdenza privata, prima di lei erano giunte alla stessa conclusione anche l’Argentina e l’Ungheria. La “mossa” permette di ridurre il debito pubblico e nel caso della Polonia questo verrà ridotto di ben l’8%.

Accadrà anche in Italia? Come si legge sul Sole 24 Ore:

La possibilità di individuare forme per annettere al bilancio dello Stato parte se non tutto il patrimonio della previdenza privata, è stata occasione di ipotesi anche nei corridoi dei palazzi italiani: si va dall’annessione dei titoli di debito sovrani, come accaduto in Polonia, alla creazione di vincoli di portafoglio, passando dall’imposizione – per gli strumenti di primo pilastro – di una tassazione da strumento speculativo, non conforme con gli obiettivi previdenziali…

I fondi pensione complementari italiani, in particolare, presentano costi particolarmente bassi se confrontati con quelli di analoghi strumenti europei e con rendimenti medi che negli ultimi otto anni – crisi compresa – hanno battuto quello dei Tfr, alternativo nelle scelte dei lavoratori italiani. Il fianco scoperto del sistema italiano di secondo pilastro è rappresentato dalla gestione prudente – che impedisce per esempio di investire in paesi considerati nel 1996, epoca della definizione del decreto che stabilisce i criteri di investimento – “rischiosi”; Cina, Brasile, Russia compresi; dall’altra l’alta esposizione in titoli di Stato in particolare italiani, per quasi 30 miliardi di euro: titolo il cui merito di credito è sceso complice i declassamenti delle agenzie di rating, tanto da spingere le autorità di vigilanza ad invitare a prendere “con le pinze” le indicazioni relativi alle soglie minime. E infine, oltre al “pericolo polacco”, sono da considerare le condizioni fiscali dei fondi pensione: divenuti particolarmente convenienti negli ultimi due anni a causa dell’inasprimento dell’imposizione fiscale di altri strumenti utilizzati analogamente come forma di risparmio di lungo termine: da una parte il recentissimo decreto 102 che taglia le detrazione per le polizze Vita e dall’altra l’imposta definita dal decreto Salva Italia dello 0,15% sul totale affidata in gestione a fondi comuni, Etf, gestioni finanziarie.

Gli statali costano troppo… in pensione per decreto!

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Gli statali che lavorano fino a 70 anni costano troppo e così arriva il decreto per mandarli in pensione.

Il decreto legge 101/2013 contiene una norma che obbliga la pubblica amministrazione a pensionare tutti i dipendenti che ne abbiano maturato i requisiti entro il 2011, facendo salvi i limiti previsti nei diversi ordinamenti. In questo modo vengono tagliati tutti i contenziosi che si erano aperti fra gli enti pubblici e quei dipendenti – soprattutto alti dirigenti e professori universitari – che vogliono restare al lavoro fino a 70 anni.

Il decreto 101,  che tra l’altro allunga fino a tutto il 2015 la validità dei requisiti pensionistici pre riforma Fornero, consentirà di mandare in pensione il personale in soprannumero nella pubblica amministrazione. Si dà forza di legge primaria a quello che, spiega Marco Rogari sul Sole 24 Ore, era:

“un dispositivo che era già stato espresso in una circolare (la n. 2/2013) dal Dipartimento Funzione pubblica, condiviso dai ministeri dell’Economia e del Lavoro, ma che poi annullata dal Tar Lazio (n. 2446/2013). Bisogna insomma evitare che il contenzioso che s’è aperto dopo il varo della riforma delle pensioni si consolidi con danno economico per amministrazioni obbligate a gestire al ribasso il costo del personale”.

Con l’applicazione della Legge Fornero si era infatti creato un blocco per le amministrazioni che da una parte non riuscivano a pensionare i dipendenti che erano costretti a rimanere sino a tarda età sul posto di lavoro, dall’altra però avevano l’esigenza di fare spending review e quindi pensionare chi alle soglie della pensione aveva avuto un aumento di stipendio grazie agli scatti di anzianità di servizio. Le amministrazioni pubbliche quindi si trovavano a dover pagare stipendi più alti a persone che erano costrette a rimanere sul posto di lavoro.

Non è un caso che in media vadano in pensione più tardi quelli che hanno gli stipendi più alti:

“A impugnare gli atti di pensionamento sono soprattutto alti dirigenti e professori universitari, che per resistere alla procedura di collocamento a riposo avevano opposto l’articolo 24 comma 4 del decreto “Salva Italia”. […]

Nel 2012, stando ai dati forniti dall’Inps nell’ultimo Rapporto annuale sulle nuove pensioni ex Inpdap, sono state 109.076 le nuove pensioni. La Cassa dov’è stato registrato il più alto numero di nuove liquidazioni è quella dei trattamenti pensionistici statali (58%) seguita dalla Cassa pensioni dipendenti degli enti locali (38%). […] Se si guarda agli importi complessivi dei nuovi assegni erogati dall’Inps ad ex dipendenti pubblici – intesi come media delle prestazioni dirette e indirette – si scopre che questi variano dai 4.549 euro mensili per la Cassa pensioni sanitari (sono il 3% delle nuove prestazioni sorte nel 2012) ai 1.502 euro mensili della Cassa pensioni insegnanti. Gli importi medi più elevati si registrano nell’ambito della magistratura (8.225 euro mensili), settore seguito dall‘Università (3.546 euro) e delle Forze Armate (2.614 euro). Ma se in quest’ultimo caso l’età media alla decorrenza del pensionamento è attorno ai 59 anni, per i magistrati si sale al 68,7 mentre per l’Università a 65,1. Solo per il personale delle aziende autonome (1.311 pensionamenti l’anno scorso) si è riusciti ad andare oltre, con un’età media al momento dell’incasso del primo versamento Inps di 72,2 anni”.

Passo dopo passo verso la pensione… con il prestito: ecco la nuova riforma!

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Archiviata la proposta Damiano – che prevedeva un’età di pensionamento flessibile tra 62 e 66 anni con tagli sull’assegno previdenziale dal 2% all’8% – perché ha costi troppo elevati, ora il ministro del lavoro, Enrico Giovannini prova a gettare l’asso e ha fare un poker che potrebbe essere la giusta quadratura per riformare la Legge Fornero e contenere allo stesso tempo i costi.

Il ministro, al Sole 24 Ore, ha parlato di “uno schema per cui, supponiamo, chi è a due o tre anni dal pensionamento e lascia il lavoro potrebbe per tale periodo ricevere un sostegno economico che poi dovrà ripagare negli anni successivi: si tratterebbe di una sorta di prestito, senza costi aggiuntivi sul sistema pensionistico”.

Le parole di Giovannini, in pratica, lasciano intendere che i lavoratori potranno anche lasciare il posto prima del raggiungimento dell’età anagrafica previsto dalla Fornero, ma non a spese dello Stato. In pratica otterrebbero dalla mano pubblica (probabilmente dall’Inps) un anticipo in forma di prestito della loro pensione, da restituire però negli anni attraverso un successivo taglio del futuro assegno previdenziale.

Ma cosa può comportare questo tipo di riforma? Uno degli esempi più banali potrebbe essere quello di un pensionato che si ritrova a restituire, attraverso il taglio dell’assegno previdenziale, il prestito di cui ha usufruito man mano che va avanti con l’età e che probabilmente i costi della salute aumentano e l’inflazione preme. Inoltre chi risarcirebbe il prestito in caso di morte del pensionato?

Il ministro è poi tornato a parlare delle pensioni d’oro, quelle superiori ai 20 mila euro  al mese e ha ribadito che Nessun riequilibrio del sistema previdenziale,   può essere effettuato esclusivamente intervenendo su questi assegni, poiché il numero di pensionati d’oro è davvero esiguo.

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Dalla riforma delle pensioni d’oro ora si passa a quella delle pensioni di latta!

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La lunga intervista del ministro Enrico Giovannini interessa gran parte degli italiani perché sono stati toccati i temi bollenti che rischiano di far esplodere un autunno caldo: le pensioni d’oro, la legge Fornero, il lavoro, la disoccupazione, la giustizia sociale.

Il primo tema, quello a lungo dibattuto, che in questi giorni sembra essere diventato uan pallina da ping pong che rimbalza sui tavoli della politica, è quello delle pensioni d’oro. Enrico Giovannini oggi, a sorpresa, fa traghettare il discorso dalle pensioni d’oro a quelle di latta. Quindi non più detrarre una parte del diritto acquisito a chi ha una pensione di un certo rilievo economico, ma piuttosto andare a innalzare chi ha una pensione troppo bassa.

“È vero, ma il grande tema non sono le pensioni d’oro, ma le tante persone che hanno pensioni di latta. Il problema delle pensioni d’oro riguarda relativamente poche persone, ed è un problema di giustizia sociale. Ma pensare che intervenire semplicemente sulle pensioni altissime riesca a finanziare un’azione fortemente perequativa per le pensioni più basse, semplicemente non è nei numeri. La quantità di denaro che si risparmierebbe è insufficiente a compensare i milioni di pensionati che percepiscono importi molto bassi”. Così Giovanni si è espresso sul tema delle pensioni d’oro.

Ma allora occorre ripensare al sistema pensionistico nel suo insieme?

“Questo governo non ha intenzione di intervenire sulla riforma già fatta. Bisogna affrontare il tema delle pensioni d’oro per poi decidere cosa fare del frutto di questo intervento. Dopodiché dobbiamo anche capire cosa sia una pensione d’oro”.

Avete fatto una stima di quante siano complessivamente?

“I dati di Istat e Inps sono facilmente consultabili. Ha destato molta impressione la lista dei primi dieci, che arrivano a percepire 91mila euro al mese. Parliamo di decine, o di centinaia di persone, a seconda di dove si fissa l’asticella. Si capisce bene che un intervento su centinaia di persone non è sufficiente per cambiare la situazione, sono due problemi diversi”.

Quindi cosa serve?

“La vera questione è che se un sistema economico non cresce, se i giovani di oggi hanno carriere lavorative molto discontinue – e quindi avranno pochi contributi – tutto ciò genererà pensione ancora più basse nel futuro. Questo è il problema che ci dobbiamo porre: da un lato per accelerare la crescita, dall’altro per aumentare il lavoro a tempo indeterminato o continuativo, per assicurare nel futuro pensioni adeguate. In tanti tra quelli che oggi hanno pensioni molto esigue sono già oggi a rischio povertà”.

Quando inizierete a mettere mano al problema?

“Ci stiamo lavorando. Nel corso del mese di settembre concluderemo il lavoro e valuteremo se inserire qualche elemento nella legge di stabilità o fare un provvedimento diverso. Ma questo è solo un pezzo del puzzle, legato poi al tema degli esodati e ad una serie di manutenzioni sul sistema pensionistico che vanno fatte, senza per questo stravolgerlo”.

Con quale tempistica si risolverà il problema degli esodati?

“Speriamo entro settembre”.

Avete intenzione di intervenire anche sul cuneo fiscale per ridurlo?

“È un impegno del presidente del Consiglio. Nella legge di stabilità vedremo quel che sarà possibile fare in termini di compatibilità finanziaria. Probabilmente non si risolverà tutto in un anno, ma ci stiamo lavorando”.

Qualcuno parla dell’intenzione del governo di fare un tagliando alla legge Fornero.

“Stiamo incontrando avvocati che gestiscono i contenziosi sul mercato del lavoro, perché ci sono delle critiche rispetto ad alcuni aspetti operativi delle cause lavoristiche che determinano incertezza dei tempi della giustizia, mettendo in difficoltà le imprese. Non siamo intervenuti su questo aspetto con il decreto lavoro, ma è uno dei problemi che ci stiamo ponendo. Ci saranno alcuni interventi in futuro, su questo e su qualche altro tema, dalla prossima settimana inizieremo a rifletterci”.

Per esempio?

“Altre questioni rispetto alle quali abbiamo già avviato il lavoro, a partire dalla riforma del sistema dell’impiego. Una riforma strutturale indispensabile in questo paese – sulla quale siamo già al lavoro – la cui mancanza ha fatto sì che pochissime persone arrivano nel mondo del lavoro attraverso il sistema dell’intermediazione pubblica, mentre in altri paesi è avviato e mette perfettamente in collegamento domanda e offerta”.

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