L’inferno nella comunità Domus Alba, ragazzi presi a cinghiate

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«Mi hanno picchiato con una cintura, sulla schiena. Lo facevano spesso. E non potevo dirlo a nessuno». A confessarlo è Manuel (nome di fantasia), che lo ha rivelato a una maestra, la quale ha fatto avviare insieme alle colleghe un’indagine. Manuel è uno degli adolescenti ospiti della comunità “Domus Alba” di Alice Castello, piccolo paese della bassa Vercellese. Un rifugio sicuro che invece diventa inferno e insieme a Manuel ci sono altri adolescenti tutti tra gli 11 e i 17 anni, due femmine e quattro maschi. Oltre a lui risulterebbe anche un altro ragazzo che avrebbe subito maltrattamenti. Sono ragazzi provenienti da Torino, Milano, Trecate, tutti con un passato difficile, con gravi problemi comportamentali, spesso violenti. Alcuni arrivati lì per scelta dei genitori, incapaci di governarli, altri invece per decisione del tribunale. Un luogo di riabilitazione che diventa invece luogo di tortura e solo ieri i genitori hanno appreso che i loro figli non erano stati affidati a una struttura organizzata e competente, ma vivevano in camere fatiscenti in una delle piazze del Paese, non in regola con le normative 626, a cui erano stati messi i sigilli perché alcuni operatori erano stati accusati di maltrattamenti. Poi, in serata, la decisione di accompagnare i giovani in ospedale e mettere la parola fine a quella «Domus» gestita dal 2012 dalla Sereni Orizzonti. «Davamo pieno credito alla struttura. Vogliamo capire e avere giustizia», raccontano i genitori in lacrime. Chiarimenti che vogliono anche i vertici dell’azienda: «Siamo costernati per quanto accaduto. E siamo a completa disposizione della magistratura», dichiara Valentino Bortolussi di Sereni Orizzonti. Intanto i ragazzi sono già stati ricollocati in altre strutture protette. Là dove, forse, saranno finalmente al sicuro.

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“La Collina” quasi uno spin off di “Parlami d’amore”?

lacollina-parlamidamore-tuttacronacaDue storie che prendono spunto da una comunità di recupero,  ma che forse hanno solo questo come punto di contatto oltre a  un personaggio emblematico.  La Collina, il primo romanzo di Andrea Delogu e Andrea Cedrola, edito da Fandango, che lo ha portato in libreria il 30 gennaio, racconta l’esperienza della Delogu, che ha vissuto fino a 10 anni nella comunità di recupero dalla droga di San Patrignano. Sul sito della Delogu si legge:

La Collina è un romanzo epico, la storia di una famiglia che si unisce a quella di tanti uomini e donne che hanno abitato quel mondo sperando di tornare alla luce. È il racconto incalzante e appassionato di una voce candida che cuce insieme i fili di tanti destini, i salvati e i sommersi che in nome della guerra alla droga hanno finito spesso per sacrificare se stessi.

Se invece facciamo un passo indietro, troviamo,   nel 2006  Silvio Muccino che pubblicava il romanzo, scritto a quattro mani con Carla Vangelista, Parlami d’amore. Nel febbraio 2008, il giorno di San Valentino, usciva invece la trasposizione cinematografica del libro, film che voltava pagina rispetto al personaggio che fino ad allora aveva “intrappolato” lo stesso Muccino nell’adolescente  imbranato e con la zeppola. Quel film, che parlava della  vita del protagonista fuori dalla comunità di recupero, di fatto strappava Silvio Muccino da quelle produzioni e da quei registi che, pur portandolo al successo, lo avevano “limitato” dentro a ruoli “facili”, “leggeri” e “ripetitivi”, mentre allo stesso tempo  ne sanciva il debutto alla regia. “Parlami d’amore”, come alcuni ricorderanno, racconta la storia di Sasha, ragazzo nato in una comunità di recupero, dalla quale, una volta adulto, si allontana per crearsi il suo avvenire e scoprire il significato della parola amore. Per la prima volta Sasha è libero di riprendersi la sua vita, dopo che per tanti anni, il direttore della comunità, Riccardo lo aveva guidato nelle sue scelte. Ora quella figura si è allontanata e lui, tra ingenuità, sbagli e voglia di scoperta, si riappropria della sua identità.

Difficile non fare un confronto immediato, seppur ad anni di distanza. Praticamente impossibile non creare un ponte tra le due opere a partire dal fatto che sono scritte a quattro mani da un uomo e una donna e che anche per  lo stile che è simile, come si nota dall’incipit de La Collina… Ma soprattutto perché traggono spunto dallo stesso luogo, una comunità di recupero  dalla quale alcuni scelgono di scappare mentre altri vi rimangono. E per quelli che se ne vanno il bivio è se restare legato al mondo della droga o “emanciparsi”. Se si trattasse di una serie, potremmo dire che  La  Collina è uno spin-off. Se si trattasse dello stesso romanzo potremmo paragonarlo a quelle porte scorrevoli di Sliding Doors: cosa sarebbe accaduto se… Ma sono due opere diverse, scritte da persone diverse. Le storie di San Patrignano d’altra parte si somigliano, come punto di partenza,  ma poi è la sensibilità di chi racconta a fare la differenza.

Nell’incipit de La Collina si legge:

Su in mansarda c’è solo una porta. Riccardo apre senza bussare. Un abat-jour si accende sul comodino di fianco al letto a una piazza e mezza. Dal piumone sbuca una ragazza poco più che ventenne, la pelle olivastra, capelli lunghi, lisci, neri. Una canottiera bianca. S’intravedono i capezzoli larghi, scuri. Si chiama Sabrina e ha i lineamenti di un’indiana d’America. Lo guarda, Che succede? Riccardo le fa cenno di andare, Abbiamo un problema in macelleria. Sabrina annuisce, Dieci minuti.

Una descrizione di quello che è un ambiente, un calarsi nel passato con meticolosa precisione per portare il lettore a immergersi in quella mansarda, laddove dorme una ragazza ventenne e in cui irrompe la figura emblematica di Riccardo.

Resta il fatto che la Delogu dieci anni ci ha vissuto in quella comunità. E  in quella comunità, in quel passato ci si immerge,  rivangandolo anche nei suoi aspetti più ripugnanti e dolorosi, con descrizioni crude, quasi livide, sempre  alla ricerca della sua liberazione e della sua catarsi…

Cosa accade invece nelle descrizioni del libro Parlami d’Amore di Silvio Muccino e Carla Vangelista? Non esistono! Non c’è spazio per la descrizione e c’è pochissimo spazio per il passato, perché prende vita il vortice emozionale del presente che rade al suolo, nella maggior parte dei   casi, il contesto in cui  si svolge. Questa è solo una delle frasi che si possono trovare nel libro e che raccontano quel riscatto attraverso il corpo, prima  ancora che la mente lo possa elaborare:

Hai presente quando semplicemente pensare a una persona ti toglie il fiato? Ti fa sentire caldo allo stomaco e poi freddo in tutto il corpo perché lei non c’è?

oppure:

Tanto se non vai tu a trovare la vita è la vita che viene a trovare te.

Parlami d´amore narra  quindi l’emozione di chi per la prima volta si trova a vivere al di là della “collina”, non con la lucidità di chi ha fatto un percorso, ma di chi sta compiendo un’evoluzione. Non un processo a posteriori come può essere la trascrizione della Delogu, ma una storia  che  di quel passato non sa quasi più che farsene, raccontata  come è sulle emozioni del presente e da un personaggio che parla al lettore senza intermediari né di spazio, né di tempo.  La differenza è quindi tra un diario di memorie e un vissuto di emozioni. Ma se vogliamo andare ancora più a fondo nella vicenda possiamo anche capire le due diverse forme stilistiche partendo proprio dall’editore.

La Fandango, oltre che essere casa editrice, è anche la casa di produzione con la quale ha sempre collaborato Gabriele Muccino, a partire dal suo esordio Ecco Fatto del 1998, passando per Come te nessuno mai, dell’anno successivo e nel quale il regista ha diretto proprio il fratello minore Silvio, fino al “ritorno in Italia” dopo la parentesi americana con Baciami ancora (2010), che è il seguito del più noto L’ultimo bacio. La Fandango è quindi la casa di produzione che ha sempre portato avanti una linea stilistica precisa, un percorso di film che racchiude l’essenza stessa del cinema italiano d’autore. Quando però Silvio Muccino ha voluto rompere gli schemi, è andato altrove. Ha trovato una produzione, Cattleya, che gli potesse dare il giusto margine di autonomia proprio per distaccarsi da quello stile, che probabilmente non avrebbe potuto sostenere un film che ha per protagonista un ragazzo vissuto in una comunità che si innamora di una donna con molti anni più di lui, capace però di donargli quella serenità innocente che le coetanee sembrano negargli.

Ma ritornando al nostro primo interrogativo,  se “La Collina” è quasi uno spin off di “Parlami d’amore”, dobbiamo constatare che le differenze che abbiamo messo in evidenza ci parlano di due storie diverse, concepite e “vissute” con sensibilità diverse e trasposte con stili diversi tanto da farne storie distanti che non potranno mai comunicare tra loro. E a chi poi punterà il dito verso una o l’altra storia potremmo rispondere con una frase che si trova in Parlami d’Amore:

La debolezza del carnefice è quella di non poter fare a meno della sua vittima.

15enne finisce in comunità: ha cercato di strangolare la madre

figlio-maltratta-madre-tuttacronacaA Bovalino, in provincia di Reggio Calabria, gli agenti della Polizia di Stato hanno arrestato un 15enne in flagranza di reato. Il giovane, responsabile di maltrattamenti, estorsione e stalking nei confronti della madre e del convivente, stava tentando di strangolare la donna dopo averne aggredito il compagno. La storia che gli agenti hanno ricostruito parla di degrado familiare, costellata di intimidazioni e violenze mai denunciate dall’adulta, per amore del figlio che era arrivato a minacciarla con un coltello. Ora il 15enne è stato collocato in una comunità per minori a Catanzaro.

I senegalesi a Genova prendono a calci l’auto dei finanzieri

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Attimi di tensione a Genova, mentre il Parlamento approvava la legge che cancellava il reato di clandestinità, ma forse i cittadini senegalesi erano distratti da un blitz dei militari all’interno di un appartamento nel centro del capoluogo ligure. A dare in escandescenze, prendendo a calci un’auto delle forze dell’ordine, sarebbe stato proprio un senegalese, ma quando il finanziere ha provato a inseguirlo si è trovato i suoi connazionali che hanno fatto da scudo al fuggitivo. Subito sono arrivati i colleghi del finanziere per cercare di dare supporto al collega, ma gli animi dei senegalesi si sarebbero rapidamente accesi che alla fine a desistere per non far scoppiare risse sarebbero stati proprio i finanzieri.

Sconcerto e stupore tra i residenti che hanno assistito alla scena dalle finestre dei loro appartamenti e della vicina residenza per studenti universitari.

Un episodio davvero spiacevole, che sottolinea il clima che si sta vivendo a Genova.

La foto è stata scattata da un residente e spedita al Secolo XIX.

Posta una foto in cui la si vede allattare la figlia: Instagram chiude il profilo

1allattamento-polemica-instagram-tuttacronacaLa foto di una madre che allatta la propria figlia, mentre pratica yoga nuda, non è piaciuta a Instagram, che ha deciso di chiudere il profilo dove appariva. La decisione è stata subito contestata da molti utenti, che stanno protestando servendosi dell’hashtag #savedaughterofthesun, con il quale hanno etichettato più di mille foto. Due anni fa la foto era diventata virale ma in questi giorni è tornata di prepotenza sulla ribalta per un’intervista che la donna ritratta ha rilasciato al sito BabyCentre, durante la quale ha assicurato che la foto non era stata preparata, nonostante quello che si può pensare. La donna, chiamata Amy, spiega: “La verità è che viviamo in una piccola comunità delle Hawaii dove i vestiti sono un optional e lo yoga una necessità.” E aggiunge che stava eseguendo la sua routine quotidiana quando la piccola Naia si è avvicinata per poppare. L’HuffingtonPost ha interpellato Instagram per capire perchè sia stato chiuso il profilo: “Instagram ha una chiara serie di norme comunitarie che spiegano ciò che è e non è permesso. Anche se non possiamo commentare su profili individuali, è stato seguito il protocollo abituale ed è stato preso atto del contenuto che ha rotto le regole della comunità. Noi incoraggiamo le persone che trovano contenuti che li fa sentire a disagio a informarci”. Norme comunitarie del sito indicano che il nudo in una foto è motivo di espulsione, ma non fanno riferimento a foto di allattamento al seno.

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Una coppia lo accoglie in casa: 17enne abusa del loro figlio

-17enne-abusa-minore-tuttacronacaEra rimasto senza famiglia e così una coppia di amici lo ha accolto in casa. Ma il 17enne, come riporta il Secolo XIX, per tutta risposta ha compiuto abusi sessuali sul figlio di appena 6 anni della coppia che gli aveva aperto le porte. Ora il ragazzo spezzino si trova in una comunità di recupero, dopo la misura cautelare disposta dal Tribunale del minori di Genova. Sul giovane grava l’accusa di violenza sessuale e minacce infatti, oltre a molestare il bimbo ed a cercare di avere rapporti sessuali con lui, lo avrebbe minacciato affinchè non riferisse alla madre le sue attenzioni morbose. La vicenda è venuta alla luce dopo che le maestre del piccolo si sono allarmate per il suo improvviso peggioramento dell’umore, visto che l’alunno era diventato nervoso e svogliato. Le insegnanti hanno cercato di capirne il motivo ed il piccolo ha raccontato loro di avere subito abusi in bagno dove il 17enne l’aveva accompagnato. Non hanno esitato a riferire quanto saputo sia ai genitori che ai carabinieri e, dopo mesi d’indagini, il pm Francesca Ghiglione ha disposto la misura cautelare.

Il prete di strada, avrà… una piazza! La memoria di Don Gallo onorata a Genova

don_andrea_gallo_tuttacronacaIl 22 maggio moriva “il prete di strada” che tanti cuori ha toccato. Il giorno successivo il Gruppo EveryOne ha chiesto al sindaco di Genova e alle autorità della città, tramite Marco Doria da Roberto Malini, Dario Picciau, Daniela Malini e Steed Gamero, che fosse ricordato dal capoluogo ligure. Nella lettera si legge: “Abbiamo già inviato al Comune di Genova – e in particolare al Sindaco Andrea Doria, al vicesindaco Bernini, agli assessori alla cultura e ai servizi civici – la proposta di intitolare una via o una piazza cittadina di Genova a don Andrea Gallo. La città ha amato profondamente il ‘prete degli ultimi2 e serberà memoria imperitura per lui e la missione che ha svolto per tanti anni, rappresentando come nessun altro le virtù della solidarietà e della carità. Ci auguriamo che le autorità genovesi ascoltino la nostra richiesta e dedichino a don Gallo un pezzetto della città che egli amò con tutto il cuore e rese un posto migliore per tutti”. L’appello ha ricevuto risposta positiva. Durante la serata di ieri al Palacep per ricordare il fondatore della Comunità di San Benedetto il sindaco ha annunciato: “E’ giusto che Genova dedichi a don Andrea Gallo una piazza per onorane la memoria. Farò questa proposta che dovrà seguire le procedure ma confido in una decisione rapida”. Per quel che riguarda la piazza prescelta, dovrebbe trattarsi dello slargo senza nome nel mezzo del Ghetto.

“Ho capito che la libertà individuale …

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…  finisce per non significare più molto, se non è collegata a degli amici, a una famiglia, a una comunità.”

-Bruce Springsteen-

Mussolini creò la prima comunità gay?

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Sicuramente non era nelle intenzioni del Duce creare la prima comunità gay, ma fu quello che avvenne quando Mussolini decretò il confino degli omosessuali alle isole Tremiti.

A riportare alla memoria di quanto successe nell’isola durante il fascismo è stato il libro “La città e l’isola”, scritto da Gianfranco Goretti e Tommaso Giartosi, due ricercatori e attivisti, compagni anche nella vita.  La storia racconta che sull’isola finirono in particolari omosessuali di Catania, spedinti al confino fin dal 1938 dal locale prefetto che voleva bonificare al città dall’immoralità. A differenza di altre isole però, l’isola di San Domino nell’acipelago delle Tremiti ospitò esclusivamente omosessuali. Il fascismo non scrisse mai leggi contro gli omosessuali, anche perché avrebbe significato ammetterne la presenza che invece veniva ben celata. Sull’isola, però, quegli omosessuali scoprirono un effetto involontario di quella politica, perché a parte le condizioni scomode dell’alloggio e il coprifuoco alle otto di sera,  godevano di libertà impensabili altrove nel paese, potevano anche vestirsi in abiti femminili e nessuno diceva niente, tanto che alcuni rimasero dispiaciuti quando, alla fine della guerra, furono trasferiti ai domiciliari alle loro residenze, dove propabilmente se la passavano peggio.

Quindi sembra proprio che involontariamente Mussolini creò una comunità gay in Italia!

Imbraccia il fucile subito dopo la sentenza di condanna: bloccato 17enne

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Un 17enne fiorentino, dopo aver ascoltato la lettura della sentenza che lo condannava a otto mesi di reclusione per droga, è fuggito dal Tribunale dei minori di Firenze per recarsi in periferia, a casa del nonno. Qui si è impossessato del fucile da caccia dell’uomo prima di allontanarsi nuovamente. I carabinieri sono riusciti a bloccarlo all’altezza di Grassina, ma il giovane aveva già gettato l’armo nel fiume. Ora si trova presso la stazione dei carabinieri di Ricorboli mentre il fucile, che non si esclude volesse usare per vendicarsi della sentenza è stato recuperato dai militari.

Addio al prete degli ultimi: è morto Don Gallo

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Si arrabbiava Don Gallo quando veniva definito “prete contro”, ribatteva sempre di essere un “prete per…”. E quell’andare incontro era ricambiato da chi andava verso di lui, in rete centomila fans che lunedì sera hanno letto l’ultimo suo messaggio in Twitter: “Sogno una Chiesa non separata dagli altri, che non sia sempre pronta a condannare, ma sia solidale, compagna”. Era un prete “con un piede sulla strada e uno in chiesa”, come si definiva, lui che tra gli amici vantava De Andrè, Celentano, Paoli, Grillo, Vasco Rossi, Subsonica, Ligabue, Gino Strada e Dario Fo, che di lui scrisse, nell’introduzione alla biografia Don Gallo un prete da marciapiede di Bruno Viani, “Con San Francesco don Gallo ha molte affinità, prima fra tutte la scelta incondizionata e coraggiosa di stare con i disperati”. Ma è stato anche un’ icona della sinistra, uno degli artefici dell’elezione del sindaco di Genova Marco Doria. Si è spento oggi, all’età di 84 anni e ha lasciato come testamento spirituale quell’ultimo cinguettio, capace di raggiungere molti, come lui ha sempre fatto.

Andrea Gallo era nato a Sampierdarena, il 18 luglio del 1928 ed è cresce negli oratori. Poi, durante la guerra, diventa partigiano al comando del fratello nella stessa brigata con Gianni Baget-Bozzo, con cui non ha mai interrotto i rapporti nonostante le opposte ideologie politiche. La chiamata arriva nel 1948, quando inizia il noviziato a Varazze per poi proseguire a Roma il Liceo e gli studi filosofici. Dal 1953 al 1954 compie gli studi teologici a San Paulo, in Brasile, dov’era stato inviato su sua richiesta di partire per le missioni. Il rientro in Italia è affrettato: la dittatura vigente lo costringe infetti a tornare. Il 1 luglio 1959 viene ordinato sacerdote, dopo aver proseguito gli studi ad Ivrea. L’anno successivo lo vede diventare cappellano alla nave scuola della Garaventa, un riformatorio per minori. Qui tenta d’introdurre una nuova impostazione educativa, che si discosta dai metodi repressivi e dall’unico concetto ritenuto valido: l’espiazione della pena. Per lui fiducia e libertà devono essere i cardini su cui costruire e la risposta è l’entusiasmo dei ragazzi, ai quali permetteva di uscire, andare al cinema e vivere momenti comuni di piccola autogestione. Tre anni dopo viene rimosso dall’incarico e Don Gallo sceglie di lasciare la congregazione salesiana e chiede di entrare nella diocesi genovese: “La congregazione salesiana, raccontava Andrea, si era istituzionalizzata e mi impediva di vivere pienamente la vocazione sacerdotale”. Viene quindi inviato a Capraia, dov’è nominato cappellano del carcere. Due mesi dopo è destinato in qualità di vice parroco alla chiesa del Carmine dove rimarrà fino al 1970. In quell’anno però, lui che radunava intorno a sé i ragazzi con l’eskimo e no e predicava “con il vangelo in una mano e il giornale nell’altra”, prende una posizione troppo scomoda, come lo era stata quella a favore del divorzio l’anno precedente, per essere ancora ben accetto. Prendendo spunto dalla scoperta di una fumeria di hashish nel quartiere borghese. infatti, ricorda nella predica che sono più diffuse altre droghe, come quelle del linguaggio, grazie alle quali un ragazzo può diventare “inadatto agli studi” se figlio di povera gente, così come un bombardamento di popolazioni inermi può diventare “azione a difesa della libertà”. La Curia lo vuole allontanare, i parrochiani tenere con sè e lui rifiuta di tornare da parroco alla Capraia. E’ in questo momento che una nuova strada gli si apre davanti dopo essere stato  accolto da don Rebora, parroco della chiesa di San Benedetto al Porto: la Comunità del “prete dei tossici”. “La cosa più importante – la sua filosofia – è che tutti noi dobbiamo sempre fare nostra è che si continui ad agire perché i poveri contino, abbiano la parola: i poveri, cioè la gente che non conta mai, quella che si può bistrattare e non ascoltare mai. Ecco, per questo dobbiamo continuare a lavorare!”. Ma non ci sono solo i “tossici”, la comunità cresce e tra gli ultimi si trovano le prostitute sfruttate, i trans, le persone “preziose” tanto care all’amico De Andrè. E se la droga è al centro del dibattito, come nel caso della repressione penale per il consumo di hashish e marijuana, lui provoca fumando uno spinello nel salone di rappresentanza di Palazzo Tursi. Ma il prete degli ultimi pensa a tutti, a chi ancora “ultimo” non è, come dimostra la sua ultima sfida, il corteo contro l’inaugurazione di una sala giochi a Pegli, un mese fa.

Se fossi stata ad Auschwitz saresti stata attenta!

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La studentessa è distratta durante la lezione di matematica e chiede di andare al bagno per un mal di testa. La professoressa del liceo artistico Caravillari di Roma le dice: “Se fossi stata ad Auschwitz saresti stata attenta”. La ragazza in questione è ebrea e i suoi compagni di classe si sono schierati, dopo un iniziale momento di sgomento, dalla sua parte dicendo alla prof “lei è razzista”.
“Non sono antisemita, ma nella scuola italiana non c’è più la disciplina di una volta”, si è difesa l’insegnate, come racconta Repubblica, ma i suoi studenti non hanno accettato la sua versione e in tre, compresa la ragazza offesa, hanno minacciato di disertare le lezioni. La preside del liceo ha aperto un’istruttoria e convocato professoressa, alunna e madre della giovane.
“Ho detto quella frase per indicare un posto organizzato, dove regna l’ordine”, si è difesa la professoressa. Della vicenda si è interessata anche la Comunità ebraica romana, ma i toni sono diventati sempre più accesi e all’insegnante non è rimasto che mettersi in malattia in attesa della pensione imminente.

Se un allieva non è attenta forse è compito dell’insegnante farsi un esame di coscienza?

BROOKLYN IN RIVOLTA! UCCISO UN 16ENNE DI COLORE DALLA POLIZIA!

SCONVOLGENTE! RIVOLUZIONE A BROOKLYN, NEW YORK, DOPO LA MORTE DI UN RAGAZZO DI 16 ANNI, UCCISO DALLA POLIZIA!

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Secondo la versione della polizia, i due agenti hanno fermato il 16enne dopo aver notato un rigonfiamento sospetto sotto il giubbotto. Gray avrebbe allora estratto un revolver calibro 38 puntandolo contro i poliziotti. La pistola è stata poi trovata a terra. Ma residenti della 52ma strada, una delle zone più povere di New York, dove è avvenuto il fatto, hanno smentito questa versione dei fatti ai tabloid locali.

“Non abbiamo visto alcuna arma”, hanno dichiarato i testimoni. E nel quartiere è così montata la protesta. I commercianti hanno organizzato una serrata, i residenti una veglia funebre, i consiglieri afroamericani di Brooklyn hanno protestato con veemenza contro “gli eccessi di perquisizioni su neri e ispanici”. I primi scontri si sono verificati venerdì sera durante la veglia funebre, all’arrivo dei poliziotti incaricati di svolgere il servizio d’ordine.

E’ di un agente ferito al volto da un mattone e 50 arresti il bilancio della rivolta contro la polizia scoppiata a Brooklyn dopo la morte di un sedicenne di colore. Per la seconda volta dall’inizio della settimana, circa 200 giovani si sono scontrati con la polizia nelle strade di East Flatbush. Tra gli arrestati c’è anche Mahnefah la sorella del sedicenne , ucciso sabato notte da due agenti dell’anticrimine in borghese che lo vevano fermato mentre applicavano la tecnica dello “stop and frisk”, fermare e perquisire, autorizzata dal sindaco Bloomberg nell’ambito della strategia di prevenzione contro il crimine.

rivolte, brooklyn, Kimani Gray, tuttacronaca

Giovani inferociti hanno devastato e saccheggiato alcuni negozi sulla Albany Street, aggredendo i proprietari, i commessi e le guardie di sicurezza. Mercoledì i nuovi scontri, terminati con gli arresti e un agente in ospedale.

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Combattere l’abuso di cocaina nel week-end: in comunità nei giorni a rischio

 

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