Il corpo di Cristo non è più per tutti? Prete nega la comunione a un autistico

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“Forse un bimbo autistico crea troppi problemi. E non tutti hanno voglia di affrontarli”. E’ questa la spiegazione che Elda, la mamma di Filippo, 11 anni e affetto da una forma di autismo, dà del fatto che al figlio sia stata negata la comunione. Il piccolo ci teneva a quell’appuntamento, desiderava festeggiarlo con tutti i compagni di classe e lo attendeva da anni. Ma per lui quel lieto giorno non è mai arrivato. La madre aveva avuto un primo incontro con Vincenzo Tritto, ex parroco di San Luigi, recentemente trasferito a Genova dopo una permanenza napoletana durata non più di tre anni e in quell’occasione il prete “Mi disse che sarebbe stato meglio se avessi iscritto Fabrizio al corso organizzato da ”Fede e Luce”, una comunità religiosa che riunisce bambini e ragazzi con disabilità mentali”. A don Tritto quella sembrava “una buona soluzione per tutti, poi però non ho visto e sentito più nessuno”. Alla madre son rimaste solo le lacrime e l’amarezza per dover vedere il “figlio messo da parte in questo modo…”. Benvenuti nella Chiesa italiana, dove il “corpo di Cristo”, quello stesso Cristo che si è immolato sulla croce per tutti ora viene negato ad un bambino di soli 11 anni perché affetto da autismo.

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Muore a 10 anni dopo la prima comunione soffocata dalla mozzarella

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Arianna Nunziata aveva solo 10 anni ed è morta soffocata da un pezzo di mozzarella nel giorno della sua prima comunione. Un incidente impensabile mentre era nel giardino di casa insieme a parenti e amici a festeggiare il suo “il più bel giorno della sua vita”. La morte è avvenuta in pochi minuti, dal momento in cui Arianna ha messo in bocca la mozzarella a quando c’è stata la folle corsa in ospedale.

 

Il rinnovamento di Papa Francesco: comunione ai divorziati?

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Forse non si può ancora parlare di una svolta, ma il fatto che Papa Francesco abbia incaricato monsignor Paglia, presidente del pontificio consiglio per la famiglia, di studiare la possibilità di concedere la possibilità si ricevere i sacramenti a separati e divorziati, è sicuramente un passo avanti. Sembra ci sia l’intenzione di non prendere un’unica posizione universale ma di valutare, di volta in volta, ogni singola situazione. Una simile apertura era già stata valutata anche da un Sinodo dei vescovi svoltosi a Roma lo scorso ottobre, quando si è discusso  sull’ammettere all’Eucaristia e agli altri sacramenti le coppie divorziate e risposate. All’epoca, molti dei vescovi presenti si erano espressi a favore di una simile apertura. In particolar modo, monsignor Gmur avrebbe rimarcato la necessità della Chiesa di non far rimanere nella condizione di peccato le coppie divorziate e risposate: “Conosco una coppia, sono sposati da 50 anni e tutti e due hanno alle spalle brevi esperienze matrimoniali. Questi 50 anni non contano nulla? È solo una realtà peccatrice? Forse qui la Chiesa deve immaginare un nuovo trattamento”. Poi ha aggiunto: “Proviamo a pensare ad una ragazza che vive con sua madre e con il compagno della madre, allora bisogna ripensare le relazioni del corpo della famiglia, del corpo della Chiesa e anche del corpo umano, della sessualità”. Era stato apprezzato anche il precedente intervento del vescovo Mario Grech di Malta: “Per le coppie di fatto che sentono l’insegnamento del Magistero come un macigno sulla loro testa e sui loro cuori e trovano difficoltà a riconciliarsi con la Chiesa e forse con Dio, l’avere la Chiesa che cammina accanto a loro si rivela veramente come una buona notizia. Queste coppie si aspettano dal Sinodo una parola illuminante”. In fin dei conti lo stesso insegnamento che professano parla di non giudicare e di non condannare, perchè quindi escludere qualcuno dall’Eucaristia? Soprattutto considerando che, alcuni tra coloro che la somministrano, si son macchiati di “peccati” ben più gravi del non essere stati in grado di mantenere la promessa di “finchè vita non ci separi”. C’è poi da considerare che, visto i tempi i crisi, non tutte le giovani coppie riescono ad avere l’occasione di sposarsi pur desiderando avere una famiglia: è giusto “punire” anche loro perchè una definizione arcaica li indica come persone che vivono “nel peccato”?

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