Quei campi “elisi” sotto Londra: la campagna nasce nei sottosuoli della città

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La campagna non è più nelle zone periferiche delle aree metropolitane, ma ora si sperimenta la nascita di fattorie nei sotterranei cittadini. Ecco l’incredibile fattoria che sorgerà a trenta metri di profondità, proprio sotto la caotica Londra. Chi pensa che sia solo fantascienza dovrà ricredersi, perché verranno sfruttati i tunnel sotterranei, circa 10.000 mq, utilizzati durante la Seconda Guerra Mondiale, per coltivare ortaggi. La fattoria sotto la città è stata battezzata con il nome di “Growing Undergrounded” ed è un’idea di due giovani londinesi, Richard Ballard e Steven Dring, decisi a ridare vita ad una vasta produzione da svilupparsi proprio in quella Londra abbandonata e non utilizzata da decenni. Nonostante possa sembrare un’impresa assurda, i due ideatori hanno dimostrato negli ultimi due anni la completa fattibilità del progetto, arrivando a coltivare nei tunnel sotterranei germogli di piselli, rucola, senape, ravanello, insalata, pak choi e broccoli in miniatura che, una volta a regime, potrebbero addirittura essere in grado di soddisfare le esigenze dei ristoranti e dei supermercati. Se qualcuno si sta chiedendo come possa nascere la verdura senza l’aiutod ella luce diretta del sole è prestod etto: Il segreto del progetto, soprannominato non a caso “Zero Carbon Food”, risiede nell’impiego di speciali luci al LED associate alla coltivazione idroponica (idrocoltura, ovvero sostituendo la terra con uno substrato inerte), due strategie che consentono la crescita delle piante anche in mancanza di luce solare diretta. Inoltre grazie alla  profondità, i tunnel godono di una temperatura stabile di circa 16°C durante l’intero anno, permettendo alla fattoria urbana sotterranea di non interrompere mai la produzione anche in pieno inverno.

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Quei poveri a cui le terre vengono strappate… per un bicchiere di Coca-cola

cocacola-pepsi-piantagioni-tuttacronacaE’ la Oxam, rete di organizzazioni non governative di più di 100 paesi impegnate nella lotta alla povertà e alle ingiustizie, a denunciare che  a causa delle multinazionali produttrici di bevande, l’allargamento delle coltivazioni di zucchero sta invadendo i territori abitati da popolazioni in difficoltà strappando beni e abitazioni. “Pepsi e Coca Cola tolgono la terra ai poveri” sostengono gli attivisti. Quello che chiede l’organizzazione è che le grandi aziende alimentari fermino il land grabbing, ossia non seguitino ad accaparrarsi delle terre dei piccoli agricoltori nei Paesi in via di sviluppo solo per favorire una produzione intensiva. In particolar modo le ong si sono concentrate sulle coltivazioni di canna di zucchero, il cui consumo è raddoppiato rispetto il 1961 e si prevede in ulteriore crescita del 25% nei prossimi sette anni. Sally Copley, a capo delle campagne di Oxfam, con riferimento a Pepsi, Coca Cola e Abf ha detto: “Dobbiamo essere sicuri che ciò che mangiamo non renda (i popoli, nda) più poveri e vulnerabili, senza casa e senza terra”. Ossia che non prosegua l’attuale trend, con gli investitori stranieri che dal 2000 ad oggi avrebbero conquistato circa 33milioni di ettari di colture, in particolar modo in Brasile e Cambogia. Il rapporto di Oxfam rivolge accuse alle multinazionali ad esempio per lo sgombero di una comunità di pescatori alla foce del fiume Sirinheam, in Brasile, avvenuto in favore della produzione di zucchero di Pepsi e Coca Cola. Nel Sud Ovest del paese sudamericano, nello stato del Mato Grosso, intanto, alcuni attivisti stanno combattendo per evitare l’insediamento di un impianto di proprietà della Bunge. E’ stato poi l’Independent a spiegare come le aziende accusate si siano impegnate a verificare la veridicità di quanto denunciato. L’azienda di Atalanta ha inoltre fatto sapere di non acquistare zucchero direttamente dai fornitori in Cambogia, promettendo al contempo un dialogo con gli stakeholder per discutere del problema sollevato. Da parte sua, Pepsi assicura che le sue acquisizioni avvengono in conformità con le leggi vigenti.

Resteremo senza FarmVille?

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Zynga, il produttore di videogiochi molto famosi su Facebook come FarmVille e ChefVille, licenzierà circa 520 impiegati nelle prossime settimane, uno su cinque, per tagliare i costi e avviare una riorganizzazione interna, necessaria per un suo rilancio. La società si è quotata in borsa da poco più di due anni e un tempo era vista come uno dei produttori più promettenti di videogiochi su Internet, normale quindi che l’annuncio abbia provocato non poche discussioni. Preso positivamente dagli investitori, il piano prevede la chiusura degli uffici a San Francisco, a Pechino, a Bangalore e di alcune divisioni più piccole a Seattle e a San Diego e dovrebbe consentire di risparmiare tra i 70 e gli 80 milioni di dollari all’anno.

Nata nel 2007, Zynga, dopo un immediato successo, ha dimostrato di non essere pronta a sfruttare il settore delle applicazioni per giocare su smartphone e tablet. Proprio per cambiare la situazione ha poi aquisito Draw Something, un gioco diventato molto popolare in rapidissimo tempo e giocato su iPhone e dispositivi Android. L’operazione, con l’acquisizione di OMGPOP, la società che lo produceva, costò 180 milioni di dollari, ma si rivelò presto un fenomeno effimero. In tutto questo Mark Pincus, amministratore delegato, sembra essere comunque ottimista. Nell’autunno del 2012 ha presentato FarmVille2, una nuova versione del gioco più conosciuto della società, che ora funziona con una grafica migliorata e un sistema più intuitivo, ma non è chiaro quanti utenti abbia giornalmente. Ora l’azienda cercherà di trasferire il proprio modello di giochi da fare e condividere con gli amici, attraverso i social network, anche sulle applicazioni per iPhone, iPad, telefoni Android e compagnia. I tempi sono stretti, considerato i concorrenti e la rapida evoluzione della tecnologia, ma la conversione non sarà semplice e richiederà nuove risorse anche economiche. Secondo gli analisti, comunque, grazie ai tagli al personale effettuati Zynga potrebbe tornare a produrre profitti già a partire dal prossimo anno.

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