Grana per la Gran Bretagna: i discendenti degli schiavi chiedono il risarcimento

schiavitù-tuttacronacaE’ il Sunday Telegraph e riportare la notizia che una coalizione di Stati dei Caraibi, che annovera anche la Giamaica, sta iniziando una campagna e una battaglia legale contro la Gran Bretagna allo scopo di chiedere indennizzi per la tratta degli schiavi condotta fino al 1833 nell’Oceano Atlantico. La coalizione è pronta ad andare in tribunale e si è affidata allo studio legale di Londra Leigh Day. Il giornale spiega che lo studio, che ha già ottenuto dal governo del Regno Unito 20 milioni di sterline per i kenyani torturati dai britannici nella ribellione Mau Mau degli anni ’50,  stilerà nel mese di febbraio una prima lista di richieste, fra cui risarcimenti miliardari e una dichiarazione di scuse ufficiali, non solo al Regno Unito, ma anche a Francia e Olanda, altri due Paesi europei coinvolti nella tratta. Verene Shepherd, a capo del comitato giamaicano per le riparazioni, ha riferito: “I colonizzatori britannici hanno deturpato i Caraibi”. E ha aggiunto: “I loro discendenti devono ora pagare per quei danni”.

Palestinesi costretti a vivere sugli alberi o nelle grotte

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Dopo le ultime strette israeliane sui territori occupati, i palestinesi sono stati costretti a costruire le proprie case sugli alberi e nelle grotte. La notizia riportata da Asianews conferma anche che la politica degli insediamenti avanza incoraggiata da Tel Aviv. Secondo fonti locali sarebbe impossibile per gli arabi ottenere permessi per costruire le proprie abitazioni “Vogliamo costruire ma le autorità ce lo vietano – spiega un giovane imprenditore di Betlemme – se non possiamo farlo sul nostro terreno lo faremo sugli alberi”.

È così che Mazen Saadeh, proprietario di una piccola azienda agricola a Beit Jala, è riuscito ad aggirare le imposizioni delle autorità israeliane senza vedere distrutto il proprio lavoro. “Di solito – racconta – se alziamo di un centimetro la nostra casa Israele arriva e distrugge tutto l’edificio; è difficile andare avanti così”.

Quindi la soluzione era trovare un espediente e quello trovato da Mazen Saadeh è diventato presto un modello imprenditoriale.   Le stanze sugli alberi sono affittate a turisti stranieri e palestinesi, i quali possono usufruire di un ristorante e comprare i prodotti biologici dell’azienda. “È uno splendido modo di resistere – spiega Saadeh – così si può riportare la vita all’interno dell’area C”.

Nell’arco degli ultimi 10 anni, Israele ha demolito 448 abitazioni arabe lasciando senza casa circa 1800 persone. Dall’inizio del 2013 sono almeno 30 le case distrutte nella periferia orientale di Gerusalemme, ma sebbene gli espropri e le demolizioni forzate proseguano con regolarità, i palestinesi dell’area C si rifiutano di abbandonare il territorio. “Rimaniamo qui e portiamo pazienza – racconta Khalid Zir, padre di 5 figli e costretto a vivere in una grotta – a costo di patire il sole, la pioggia o la neve, resteremo qui”.

 

 

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