Niente quote rosa per il cinema: Hollywood è “maschio”

frozen-tuttacronacaDi storie con protagoniste femminili che assicurano incassi, ce ne sono. Basta pensare a Hunger Games con Jennifer Lawrence, Gravity con Sandra Bullock e The Heat con Melissa McCarthy e ancora la Bullock. Il problema, però, è che le donne non sembrano riuscire a conquistare ruoli di prestigio a Hollywood come registe. Tranne rare eccezioni, che sembrano rimanere tali. Come Kathryn Bigelow che vinse l’Oscar come miglior regista per The Hurt Locker. Nella lista dei primi cento film del botteghino americano del 2013 compaiono infatti appena due pellicole dirette da donne: Frozen di Jennifer Lee, codiretto con Chris Buck, e Carrie di Kimberly Peirce. Per gli altri otto titoli, compreso Bling Ring della figlia d’arte Sofia Coppola, gli incassi sono lontani da quello che per Hollywood vuol dire successo. Tuttavia Jennifer Lee, che con il suo film ha ottenuto 263 milioni di dollari solo negli Stati Uniti, è fiduciosa: “Ormai molte donne sono entrate nel mondo dell’animazione – ha raccontato ad Arianna Finos su la Repubblica –  quando ho cominciato il progetto di Ralph spaccatutto metà della squadra era costituita da colleghe e non ho avuto percezione di un ambiente maschile, anche se in passato credo ci sia stato qualche problema. Oggi nella Disney c’è un equilibrio numerico tra uomini e donne, con il risultato che vengono creati personaggi più bilanciati. In questo l’animazione è avanti rispetto al cinema in carne e ossa”. Tuttavia la situazione appare più complata e basta scorrere Variety per trovare cifre preoccupanti: solo il 5% dei 250 film di maggiore incasso sono diretti da donne e ciò che allarma maggiormente è che il trend invece di essere in salita è in discesa. Nel 2012 era il 9%  stando agli studi del Centro di San Diego dedicato a “Donne nel cinema e nella televisione”. Per gli Oscar 2014 si fanno già tanti nomi come potenziali candidati alla statuetta come miglior regista: Alfonso Cuaron, Steven McQueen, David O. Russell, Paul Greengrass, Martin Scorsese, Woody Allen, Spike Jonze. Nessuna donna, quindi.

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Bradley Cooper… e la mamma!

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La maniacalità di Bradley Cooper è seconda solo a quella del suo mentore Robert De Niro. Lo certifica il regista David O. Russell “Sul set a Filadelfia, travolto da pioggia ghiacciata, avevo deciso una pausa. Il walkie talkie del set crepita e l’assistente: “Bradley Cooper vuole provare ancora le scene della corsa. E vuole che lo accompagni””. A 38 anni, l’attore che ha esordito come episodico flirt televisivo della Carrie di Sex and the city corre come mai ha fatto in vita sua. Corre per l’Oscar da protagonista, il ruolo è di un tenero e fragile bipolare in Il lato positivo, forgiato con l’aiuto dell’amico Robert De Niro, che interpreta suo padre. Tratto dal bestseller Silver linings playbook (in sala giovedì 7 marzo per Eagle) il film racconta l’incontro tra un uomo uscito da un istituto psichiatrico e una ragazza, Jennifer Lawrence, che soffre a sua volta di problemi psichici. Una gara di ballo sarà, per entrambi, l’occasione per tentare la rivincita nei confronti della vita. “Per me invece questo film è la grande occasione della carriera” confessa Bradley Cooper, i cui occhi grandi e limpidi hanno ben restituito la purezza del disturbato personaggio. Finora al suo attivo l’attore aveva una manciata di film da grande incasso (A TeamUn weekend da leoni) e altrettante opere indipendenti (Limitless e The Words).

Forbidabile divoratore di libri (ne sta adattando uno per il grande schermo) si è sempre accompagnato a colleghe di forte personalità (Renée Zellwegger, Zoe Saldana). Ha stroncato sul nascere i tentativi dei tabloid di attribuirgli una storia con la giovane collega Jennifer Lawrence, “potrebbe essere mia figlia” e ha creduto tanto in Il lato positivo da volerlo produrre. “Ci ho messo tutto me stesso. Non c’erano scorciatoie. Russell pretendeva che fossimo davvero i personaggi, sul set ci chiedeva di improvvisare. Mi sono preparato frequentando amici che soffrono di disturbo bipolare, ho passato molto tempo con il figlio del regista che ha problemi simili. Ho studiato documentari sulla depressione maniacale e scavato dentro le mie fragilità. Avevo il beneficio dell’appartenenza: vengo da quei luoghi, i Philadelphia Eagles sono anche la mia squadra. E, soprattutto, ho avuto Bob come maestro”.

E aggiunge: “Gli avevo confidato che temevo di non essere all’altezza del ruolo e lui ha suggerito al regista di far recitare mia madre, per mettermi a mio agio. Ma dopo un provino David ha detto “non se ne parla”. Meglio, a mia madre sarebbe venuto un colpo. Ma l’attrice Jackie Weaver le somiglia molto e sono state così tanto insieme da diventare osmotiche”.

 

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