La protesta anti-burqa costa alla Santanchè la richiesta di un mese di arresto

santanchè-antiburqa-tuttacronacaNel settembre 2009, a Milano, in occasione della cerimonia di chiusura del Ramadan Daniela Santanchè promosse una protesta anti-burqa senza aver chiesto l’autorizzazione della questura. Per questo motivo, il pm del processo che l’ha vista imputata ha formulato una pena di un mese di arresto e una multa di 100 euro. In quell’occassione, la Pitonesse venne colpita allo sterno e riportò lesioni giudicate guaribile in venti giorni. A sferrare il colpo l’egiziano Ahmed El Badry, imputato assieme a lei e condannato a pagare 2mila euro di multa. Il pm ha chiesto che vengano riconosciute le attenuanti generiche alla Santanchè per il suo corretto comportamento processuale, anche perché “si è fatta interrogare”, e perché incensurata. Poi ha spiegato che per il reato di manifestazione non autorizzata “non è previsto il dolo”, ma solo la colpa: quella della Santanchè sarebbe stata di non chiedere l’autorizzazione nelle modalità previste dalla legge. Per quanto riguarda il suo aggressore, El Badry, il magistrato ritiene che vada punito con una multa senza la concessione delle generiche e nemmeno dell’attenuante della provocazione perché “ha colpito una persona, oltretutto di sesso femminile, che esprimeva opinioni”. La sentenza sarà pronunciata dal giudice monocratico dell’ottava sezione penale Elena Balzarotti il 2 dicembre prossimo.

Tornando a quel giorno di settembre di quattro anni fa, così il Corriere ricostruiva la movimentata giornata:

Nel certificato medico del dottor Roberto Antonio Paternollo si legge di una prognosi di «20 giorni» per «contusione emitorace sinistro e contrattura alla muscolatura latero cervicale sinistra». La paziente è Daniela Santanchè. È arrivata in ospedale, il Fatebenefratelli, alle 11.30, in codice verde, cioè il meno grave, dopo una «aggressione». Qualcuno l’ avrebbe colpita («Pugno in pancia» sostiene lei). La polizia si riserva di visionare i filmati delle videocamere dei propri agenti. C’ è stato parapiglia. Erano le 9.10, all’ esterno della Fabbrica del vapore, dove nel tendone del teatro Ciak si celebrava la fine del Ramadan, il mese sacro dei musulmani. La Santanchè manifestava «contro il burqa». Stamane la comunità islamica la denuncerà «per turbativa di culto» e perché «è stata lei, ad aggredire». Il ragazzo con il gesso Torniamo al parapiglia. Di certo c’ è che la Santanchè finisce a terra, ci rimane tre minuti circa. Piange, le fa male il torace, l’ ha picchiato contro l’ asfalto. Attorno, c’ è un ragazzo, musulmano, con un braccio ingessato; è giovane, dicono sia uno dei ragazzi che vendono i tappeti per la preghiera. È particolarmente agitato, teso. La polizia lo terrà da subito d’ occhio (a tarda serata contro di lui non era stato emesso alcun provvedimento). È stato il ragazzo a sferrare quell’ eventuale pugno alla leader del Movimento per l’ Italia? Se sì, noi non lo abbiamo visto, e nemmeno la polizia o la stessa Santanchè. Forse le videocamere? Siamo a pochi metri dal cancello della Fabbrica del vapore, in via Procaccini, a ridosso della centrale Chinatown. Circa 4 mila le persone che pregano. Ci sono uomini. Bambini. E donne. Alcune coperte in volto. Coperte «dal burqa» sostiene la Santanchè. «No, il burqa è afghano, nemmeno sa… questo è il niqab» dice Abdel Shaari. Shaari è il direttore del centro culturale islamico di Milano. Invita a «non cedere alle provocazioni». In dieci non lo ascoltano, ribattono alla Santanchè e ai suoi, che sono una trentina. Tra loro, qualcuno prende di mira una donna e urla: «Ti puzza il fiato, sei brutta, fai schifo». Come risposta, alla Santanchè, ma non riusciamo a capire da quale bocca e volto, arriva un insulto («Put…») e una minaccia («Domani muori»). Gli scudi della polizia La polizia abbassa gli scudi per farci delle transenne, e dividere. Shaari ordina a una ventina di ragazzi di organizzare un cordone davanti all’ ingresso. La polizia ne allestisce un secondo, più compatto e duro. Un po’ ci si calma. Alle 11 Daniela Santanchè, che non intende andarsene, manda a chiamare Shaari. «Voglio entrare e vedere». Permesso accordato. Avvicina un gruppo di ragazze, distribuisce i volantini; si ferma davanti a una signora coperta dal velo, fissa il marito, gli dice: «Liberala. Devi liberarla». La donna non fiata, il marito nemmeno. Solidarietà dal ministro Mariastella Gelmini, le accuse di una «sceneggiata premeditata» da parte del radicale Silvio Viale. A tardo pomeriggio, uscita dall’ ospedale, Daniele Santanchè spiega: «Dovessi ricapitarmi l’ occasione, lo rifarei. Perché gli agenti non hanno fermato quelle donne avvolte dal burqa? E se sotto avessero avuto delle armi, delle bombe? E se si facevano esplodere?». La comunità islamica sostiene che lei abbia provocato. «Falso. Io mi batto per far rispettare la legge». Oggi in Questura A Shaari è giunto un messaggio dell’ Unione delle comunità islamiche in Italia, per condannare l’ azione di «un gruppetto di squadristi». Shaari dice: «Era una bella occasione… Avevamo la possibilità di parlare dei nostri problemi. Niente, non ci è stato permesso». Quali sono i vostri problemi? «Non abbiamo una moschea. Dobbiamo pregare in luoghi provvisori, eppure, in tutti questi anni, abbiamo dimostrato di non creare mai problemi a Milano e ai milanesi». Da quand’ è iniziato a ieri, il Ramadan, nonostante per un mese abbia appunto spostato migliaia di persone da un quartiere all’ altro, non ha avuto effetti collaterali: nessun incidente di percorso, come riconosciuto dal Comune. A Daniela Santanchè, il dottor Paternollo del Fatebenefratelli ha raccomandato di «evitare sforzi» e ha prescritto Aulin e Toradol. Se non lei direttamente, i suoi hanno tentato – confermano gli inquirenti – di togliere il velo ad alcune donne. Tre, per l’ esattezza. Oggi Shaari, le accompagnerà in Questura «per la denuncia contro questa signora che ci ha rovinato la festa».

Perché la foto del burqa di Diesel ha fatto infuriare il mondo musulmano?

diesel-campagna-autunno-burqa-tuttacronaca

Diesel fa infuriare il mondo musulmano, esponendo una donna che indossa un burqa di jeans, tatuata e truccata. Accanto poi compare anche la scritta  

“Non sono quello che sembro”.

La pubblicità della Diesel, ha fatto in brevissimo tempo il giro del mondo, diventando molto popolare sui social network, tra cui Facebook e Twitter, arrivando addirittura a suscitare l’indignazione dei musulmani.

La difesa di Nicola Formichetti, direttore artistico di Diesel è stata: 

Volevo trovare persone che riflettono la diversità della comunità artistica di oggi e non solo il modello standard.

I musulmani si indignano per quella ragazza che veste un abito che loro considerano sacro con disinvoltura e per quel “vedo non vedo” ostentato che è chiaramente un ammiccamento sensuale. I tratti poi del viso truccato, anche se celati dal burqa appaiono quelli di una ragazza occidentale.

Altre volte le campagne pubblicitarie avevano operato una contaminatio con frasi che richiamavano tematiche religiose per sponsorizzare il suo marchio, basti pensare alla campagna del 1971 pensata da  Emanuele Pirella e realizzata da Oliviero Toscani che inneggiava a  “non avrai altro jeans all’infuori di me”.

Ma ciò che ha dato fastidio ai musulmani è stato il mix di religione, cultura occidentale e sensualità che possono essere facilmente riscontrabili in quella foto. Qualcosa che esula dalla loro cultura e che diventa simbolo dell’impero d’occidente che si appropria dei simboli propri della loro cultura per strumentalizzarli sotto un marchio che si fa pubblicità. 

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