Bio e green bombardano il junk food, è guerra alle patatine e ai panini!

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Il biologico e le attività green stanno schiacciando il junk food, quel cibo spesso nocivo e pericoloso che genera obesità nei giovani  e meno giovani. Come si difendono le grandi catene di fast food? Diminuisce la pubblicità in tv ma si annida sui social network e sui siti preferiti dei bambini. Secondo l’Università di Yale, nel 2012 su Facebook  ci sono stati 6 miliardi di banner pubblicitari, ma questo non è l’unico dato perché la pubblicità di panini e patatine impazza anche sugli smartphone e negli  ‘advergames’, ovvero i giochi che promuovono i prodotti.

 

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C’è chi compra le ricerche scientifiche per pilotare i nostri acquisti!

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Ma a questo mondo non si può credere proprio a niente? L’ennesima certezza crolla sotto i colpi di un articolo del Washington Post, ripreso da Repubblica: il cibo bio per bambini non è migliore di quello convenzionale. L’unica differenza sostanziale sta nel prezzo. Intendiamoci, non che il biologico faccia male, ma la differenza in termini di crescita e salute, nella nutrizione del bambino, la farebbe la variazione della dieta e non la rotazione delle colture, l’utilizzo del letame come concime, l’allevamento degli animali in spazi aperti e l’uso di mangini organici, da sempre motivi di vanto dei prododotti biologici. Questa la conclusione di Tiffany Hays del Johns Hopkins Children’s Center, supportata dagli studiosi dell’università di Stanford che l’anno scorso avevano pubblicato una ricerca su Annal of Internal Medicine, che aveva fatto discutere.

Gli studi pilotati magari dalle case che producono cibo non biologico che non vogliono perdere quote di mercato consistenti? E poi come può uno studio scientifico non considerare gli antibiotici dati agli animali quando non sono in regime biologico o le faglie inquinate dei terreni nelle colture convenzionali? I bambini assumono antibiotici e inquinamento nel momento della loro crescita e quale studio “serio e indipendente” può dire il contrario?

C’è bio e bio! Occhio a cosa acquistiamo… la truffa è sul bancone!

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Neanche la ‘spending review’ frena in Italia la crescita delle esportazioni e del consumo dei prodotti biologici, più cari ma non sempre o non totalmente naturali come si potrebbe pensare. Secondo le stime fornite dalla CIA (Confederazione Italiana Agricoltori), sulla base di dati ISMEA (Istituto dei Servizi per il Mercato Alimentare), nel 2011 l’incremento dei prodotti bio sulle tavole è stato di quasi il 9%, favorendo la scalata del nostro Paese sul più alto gradino del podio in tema di commercializzazione in Europa. Per migliorare la qualità dei prodotti bio, stimolare la domanda e certificare la qualità degli alimenti la Commissione UE ha aperto una consultazione pubblica on-line, attiva fino al 10 aprile prossimo, in cui dire la propria sulla normativa, misure, richieste, decisioni da adottare per il futuro.

Sulla necessità di aumentare il rigore sulle norme UE per i prodotti e le bevande biologiche e di rafforzare la fiducia dei consumatori sulle proprie scelte alimentari, trova tutti d’accordo. Non sempre acquistare la qualità è così facile o scontata, complice da un lato il flusso crescente di informazioni a disposizione sui prodotti, i processi di produzione e le filiere di provenienza e dall’altro gli scandali del settore agro-alimentare che vanno dalle mozzarelle blu di qualche tempo fa fino alla recentissima carne di cavallo nelle lasagne surgelate. «Questi sono solo alcuni degli aspetti – spiega il Professor Giacinto Miggiano, Direttore del Centro Nutrizione Umana, Università Cattolica, Roma – che hanno innalzato l’attenzione verso la qualità dei prodotti, compreso quelli biologici. Da qui la decisione di rilevare con una indagine la sensibilità dei consumatori verso questi prodotti, conoscere le loro opinioni, i comportamenti alimentari e le preferenze». Oggi oltre il 53% delle famiglie italiane consuma sia prodotti naturali sia tradizionali e poco più del 2% esclusivamente cibi da agricoltura bio. «Perché un prodotto sia definito tale – continua il nutrizionista – occorre che almeno il 95% degli ingredienti provenga da culture naturali, nelle quali si faccia basso uso di prodotti chimici di sintesi, quali fertilizzanti, pesticidi, additivi e medicinali e che gli organismi geneticamente modificati (OGM) non siano entrati neppure accidentalmente nella catena alimentare biologica».

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