Il giornalista vuole porre una domanda… Zanonato gli prende il cellulare

zanonato-iva-tuttacronacaIl primo ottobre è scattato l’aumento dell’Iva, passata dal 21 al 22% e così ieri un giornalista del Fatto Quotidiano voleva porre una domanda al ministro Flavio Zanonato che però ha risposto strappandogli lo smartphone dalla mani. Solo dopo qualche secondo gliel’ha restituito e, alla richiesta di spiegazioni, ha risposto dicendo che è un maleducato. La scena è stata ripresa in un video subito caricato online.

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Incontro ai cittadini: Ikea, Esselunga e Coop mantengono i prezzi

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Quell’Iva che si alza all’improvviso e apre la crisi di Governo, quando invece da tutti era atteso un rinvio al prossimo anno. Così ci sveglia una mattina e si costata che il passaggio è avvenuto e non senza dolore, perché dal 21% al 22% la differenza si sente. Ma c’è chi, come Ikea, Esselunga e Coop ha deciso di andare incontro ai propri clienti e di riassorbire l’aumento Iva abbassando il prezzo.

7 giorni prima dell’Apocalisse? Berlusconi tenta l’assalto

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7 giorni. Solo una settimana concede Berlusconi a Letta e la concede per attuare un programma minimale:

  • Cancellazione della seconda rata dell’Imu
  • Evitare l’aumento dell’Iva
  • Legge di stabilità senza tasse
  • Voto!

Ma poi nelle sue parole, forse un velo di incertezza c’è visto che per la prima volta paragona il Pdl alle correnti del Pd:

“Dobbiamo restare uniti non dobbiamo dare all’esterno l’impressione che sta dando il Pd, i panni sporchi si lavano in casa. Quello che hanno fatto i ministri lo hanno fatto in buona fede ma abbiamo chiarito tutto.”.

Quel misterioso giallo intorno alla seconda rata dell’Imu, sale Irpef e Ires

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Ci vorrebbe uno scrittore di libri di spionaggio per raccontare il misterioso giallo intorno alla seconda rata dell’Imu che forse sarà svelata al prossimo capitolo, cioè a fine novembre, così con il fiato in gola gli italiani forse si ritroveranno a doverla pagare a dicembre. Nella manovra da 3 miliardi che il governo è in procinto di approvare per tamponare i conti pubblici non ce n’è traccia. Insomma non ci sono risorse destinate alla copertura della seconda rata.

La manovra di aggiustamento costa da sola 1,6 miliardi, ai quali si aggiunge 1 miliardo per evitare l’aumento dell’Iva al 22% e 400 milioni per rifinanziare le missioni militari all’estero. Sono, appunto, 3 miliardi che il governo pensa di ricavare da un intervento di vendita di immobili pubblici, da un taglio alla spesa dei ministeri e da un ulteriore aumento dell’acconto Irpef e Ires.

 

Il “braciere economico” che brucia il futuro: il deficit pubblico

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I conti non tornano e la Bce avvisa l’Italia. Quel deficit pubblico rischia, di nuovo, di sforare il 3% di Pil. Lo dicono le ultime aste dei Btp  dove i titoli di Stato a 15 e a tre anni vengono venduti pagando interessi sensibilmente più alti di appena uno-due mesi fa. Questo segnale arriva anche dallo spread in risalita verso quota 260.

L’instabilità politica italiana quanto pesa sul deficit? Pesano probabilmente di più le scelte operate da questo governo di larghe intese che ha cancellato le entrate di quattro miliardi di Imu, ne vuole cancellare altrettante di Iva e intanto vuole pagare 40 miliardi di debiti del governo alle imprese. Il che dovrebbe richiedere una diminuzione della spesa pubblica che invece continua a essere di 840 miliardi. E’ chiaro che la cancellazione dell’Imu e la non introduzione dell’Iva peseranno sul deficit e sul futuro dell’Italia. Che significa avere poi un deficit più elevato? Che quando si chiede un prestito chi lo concede chiede maggiori garanzie e interessi più alti per coprire i rischi di un eventuale insolvenza.

C’è chi quindi riconduce le problematiche italiane non all’instabilità politica, ma quanto a scelte del governo Letta che sta facendo una politica più di destra basata sul deficit che di sinistra basata sulle tasse. Ma la matematica, i mercati e l’Europa prima o poi vengono a portare i dati e a chiedere di far tornare i conti.

Ma la crisi a che punto è? Secondo Blitz Quotidiano:

Se tutto va bene, tra sette/otto anni. Eccoli i veri conti del paese: rispetto al 2007 meno nove per cento di ricchezza prodotta. Meno 7,6% di consumi. Meno 27% di investimenti. Meno 25% la produzione industriale. Meno sette per cento abbondante l’occupazione (al netto dei cassa integrati). Pressione fiscale ufficiale al 44,5%, pressione fiscale per chi le tasse le paga davvero al 53,5%. Debito pubblico al 131,7% del Pil.

Sale la tensione fra le classi sociali? Aumenta il divario fra poveri e ricchi? C’è chi specula sulla crisi? C’è davvero un futuro che sta andando in fumo? Ci sarà una nuova crisi di governo?  Per il momento c’è allerta deficit!

 

Ignoranza e lavoro o diploma e disoccupazione? “Bocciate mio figlio!”

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Shock per la lettera inviata a La Repubblica da parte di una professoressa a cui un padre ha chiesto di bocciare il proprio figlio alla maturità, così il giovane poi avrebbe avuto un posto in pizzeria potendo usufruire del decreto legge Letta. Così scrive la docente al giornale:

Il padre di uno dei miei maturandi, che chiamerò Andrea, mi ha chiesto di bocciare il ragazzo. Andrea è stato uno studente molto volenteroso durante tutto l’anno e non è tra quelli che rischiano in alcun modo la bocciatura. Figlio di una famiglia dignitosa della periferia romana si è barcamenato con caparbia tra lo studio e il lavoro a nero in una pizzeria per aiutare la famiglia.

Non conoscevo il padre del ragazzo e inizialmente pensavo stesse scherzando. Solo dopo le sue insistenze accorate ho capito che diceva sul serio. Mi ha spiegato che i proprietari del ristorante dove Andrea lavora gli hanno assicurato che potevano finalmente assumerlo in maniera stabile grazie alla nuova legge sul lavoro in cui le agevolazioni sono però riservate unicamente a ragazzi senza diploma.

Non sono stata in grado di rispondere, per la prima volta in vita mia mi sono fermata a riflettere sulla mia funzione di educatrice. Un dilemma che non riesco a sciogliere: devo continuare a svolgere il mio ruolo con serietà o non è più giusto assicurare al ragazzo un lavoro stabile e bocciarlo? In fondo come mi ha spiegato il padre, Andrea si può tranquillamente diplomare il prossimo anno avendo però la fortuna di avere già un lavoro.

Io non so davvero cosa fare e spero di essere incappata in un caso limite. Mi chiedo però come sia stato possibile concepire una legge che premiando i giovani privi di diploma rischia di incentivare l’abbandono scolastico. È l’ennesima umiliazione del mio lavoro come di quello di tanti colleghi che nonostante tutto buttano il cuore e l’anima oltre le carenze strutturali della pubblica istruzione. Mi domando a questo punto quale senso abbia il mio lavoro.

Ecco i primi disagi del decreto Letta? Ignoranza e lavoro o diploma e disoccupazione?

Aggiornamento:

Arriva il Comunicato a La Repubblica che la lettera è in realtà un “fake”. Ecco le motivazioni:

“La lettera dell’insegnante è opera di KOOK Artgency.
L’idea è nata dalla delusione per il decreto lavoro ma più in generale dalla completa assenza di una politica economica del governo Letta. Nessuna risposta ai problemi delle imprese e nemmeno a quelle del lavoro. Per una micro impresa come la nostra, in cui i soci sono anche lavoratori, questo vuol dire essere colpiti due volte. Come imprenditori e come lavoratori.

Nel nostro piccolo cerchiamo di conservare la nostra eticità, siamo onesti contribuenti, paghiamo subito i fornitori e, diversamente da quanto fanno la gran parte dei nostri concorrenti, non utilizziamo lo stage come strumento di lavoro (www.nostage.info).

I nostri strumenti per prendere la parola sono questi. Così facciamo per le aziende e i partiti con cui lavoriamo e così abbiamo fatto per dire la nostra. La lettera l’abbiamo costruita con il nostro stile. Una piccola operazione di comunicazione per suscitare delle riflessioni. Lo chiamiamo design fiction: costruiamo narrazioni che hanno un effetto sulla realtà. 

Con questa lettera volevamo sottolineare le contraddizioni di un decreto di legge fallace approfittando della contemporaneità con gli esami di maturità.

Un’ora di lavoro per i nostri copywriter per creare uno storytelling semplice da dare in pasto ai media. Un indirizzo creato ad hoc e l’invio della mail alla rubrica delle lettere dei tre principali quotidiani italiani con preghiera di non pubblicare il nome inventato della latrice. Il resto è l’ordinario funzionamento della macchina mediatica. Non si sono fatti attendere gli inviti nei principali salotti televisivi. Ma non è questo che ci interessa.

È vero la storia è inventata, ma il decreto legge è così surreale che nessuno può essere certo che quanto raccontato non stia capitando o possa capitare da qualche parte in Italia. Quel che è certo è che questa legge non aiuterà noi, i nostri collaboratori, le tante piccole aziende come la nostra e nemmeno i tanti giovani costretti da tempo ad aprire una partita Iva per poter lavorare.
KOOK Artgency”.

La Camusso felice dopo l’approvazione del Dl lavoro

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“Dalle prime agenzie che abbiamo visto, non possiamo che confermare il fatto che è positivo che il provvedimento degli incentivi si rivolga ad assunzioni a tempo indeterminato, a trasformazioni di contratti precari in contratti a tempo indeterminato, quindi questo è sicuramente un segnale positivo”. Lo ha detto il segretario generale della Cgil Susanna Camusso, a margine di un’iniziativa sindacale a Firenze, commentando l’approvazione da parte del Cdm del decreto lavoro.

Lavoro per 200mila giovani e speranze per gli over 50?

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Per quanto riguarda il lavoro, ha detto Letta, si tratta di un “provvedimento da circa un miliardo e mezzo” e che riguarderà circa 200 mila giovani italiani. “Puntiamo a dare un colpo duro alla piaga della disoccupazione giovanile”.

Ma come si articolerà?

Per il Mezzogiorno sono in arrivo 100 milioni per il 2013, 150 per il 2014, 150 per il 2015, 100 per il 2016. Le altre regioni restano a stecchetto: 48 milioni per il 2013, 98 per il 2014, 98 per il 2015, 50 per il 2016.

In totale il pacchetto lavoro stanzia 1,5 miliardi tra fondi europei e risorse nazionali che andranno quindi a sostenere l’occupazione soprattutto al sud Italia, mentre il nord, in crisi con la piccola e media impresa, resterà a guardare. Riuscirà il sud per la prima volta nella storia d’Italia, a sollevarsi? Quello che non riuscì con la Cassa del mezzogiorno riuscirà ora con soli 100 milioni, in piena crisi economica?

Ma il pacchetto approdato oggi al Cdm prevede anche, in via sperimentale, incentivi all’assunzione stabile di giovani tra i 18 ed i 29 anni, che siano privi di impiego regolarmente retribuito da almeno 6 mesi, privi di un diploma di scuola media superiore o professionale e vivano soli con una o più persone a carico. Chi sono? Dove verranno impiegati? Si favoriscono i giovani che non hanno titoli di studio piuttosto che chi ha raggiunto una laurea? Se è vero che in questo modo si riduce l’inserimento di nuove leve nella criminalità organizzata, è pur vero che l’Italia ha bisogno di investire in chi a sua volta ha investito in scuola e istruzione creandosi titoli ed esperienze spendibili in campo internazionale… cosa ci faranno i giovani con un diploma o con una laurea se vengono favoriti coloro che ne sono privi? L’ennesima beffa a sostegno dei più bisognosi che colpisce ancora una volta la classe media ormai ai limiti della povertà? O forse è l’ennesimo provvedimento a favore delle famiglie di emigrati che così a 18 anni potendo richiedere la cittadinanza si trovano a dover sostenere i propri parenti?
Le grandi speranze degli italiani sembrano infrangersi su un Dl che anche a detta del Premier è solo un primo step a cui ne dovranno seguire altri per essere davvero efficace, così in attesa dell’adozione di ulteriori misure da realizzare anche attraverso il ricorso alle risorse della nuova programmazione comunitaria 2014-2020″, gli italiani continuano a dover arrivare a fine mese.
Il Dl lavoro, secondo la bozza portata in Cdm, prevede anche interventi straordinari fino al 31 dicembre 2015 per favorire l’occupazione di giovani fino a 29 anni, ma anche “soggetti con più di 50 anni di età” che siano disoccupati da oltre dodici mesi. Misure varate “anche al fine di cogliere le opportunità di lavoro, su tutto il territorio nazionale, derivanti dall’iniziativa dell’Expo 2015 di Milano. Quindi posti di lavoro connessi a un evento ben delimitato nel tempo? Ancora una volta rimandare il problema in attesa di soluzioni in ambito internazionale e in particolare in ambito europeo?

L’Iva compie 40 anni… lo festeggerà con l’aumento?

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40 anni di Iva. 40 anni di imposta che in Italia negli anni è lievitata sino a raggiungere uno dei livelli più alti d’Europa. Ma se si calcola l’escalation degli aumenti dal 1973 a oggi si capirà immediatamente che il triste primato spetta ancora una volta alla nostra penisola.

In 40 anni nel nostro paese l’Iva è aumentata ben 8 volte (solo una volta al ribasso nel 1980 quando per pochi mesi fu portata al 15% e poi ritoccata al 14%) in media ogni 5 anni. Il peggior aumento si ebbe il 5 agosto del 1982 quando fu innalzata da 15% al 18%:

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La Cgia di Mestre avverte che l’aumento previsto per luglio farà contrarre maggiormente i consumi che oggi sono tornati ai livelli di quelli del 1998. Un salto nel passato dovuto alla disoccupazione e alla tassazione eccessiva che sta flagellando i cittadini italiani. Gli stipendi si calcola che servono per i mutui ( o gli affitti), le bollette, la scuola, le tasse, la spesa… non c’è più margine per pensare di comprare qualcosa che non sia strettamente necessario. Spesso si preferisce ricorrere a una riparazione piuttosto che alla sostituzione, ma con l’Iva si tasseranno ancora di più anche le riparazioni… probabilmente ci sarà ancora più evasione e una contrazione ulteriore dei consumi!

L’ultimo ritocco all’Iva è infatti avvenuto nel 2011: nonostante l’aliquota ordinaria sia salita dal 20 al 21%, il gettito dell’imposta, tra la metà di settembre del 2011 ed il dicembre del 2012, è diminuito di 3,5 miliardi di euro. A cosa serve quindi aumentare ancora?

L’Iva… quali sono i beni più colpiti?

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Vino · Birra · Abbigliamento · Calzature · Riparazioni di abbigliamento e calzature · Elettrodomestici · Mobili · Articoli di arredamento · Biancheria per la casa · Servizi domestici · Riparazioni di mobili, elettrodomestici e biancheria · Detersivi · Pentole, posate ed altre stoviglie · Tovaglioli e piatti di carta, contenitori di alluminio · Lavanderia e tintoria · Acquisto di auto · Pezzi di ricambio, olio e lubrificanti · Carburanti per veicoli · Manutenzione e riparazioni · Giochi e giocattoli · Radio, televisore, hi-fi e videoregistratore · Computer, macchine da scrivere e calcolatrici · Cancelleria · Piante e fiori · Riparazioni radio, televisore, computer , ecc. · Prodotti per la cura personale · Barbiere, parrucchiere, istituti di bellezza · Argenteria, gioielleria, bigiotteria e orologi · Borse, valige ed altri effetti personali · Onorari liberi professionisti.

Chi si colpirà? Le famiglie più numerose e quelle più povere. Ci sono beni a cui non si può rinunciare come i prodotti per l’igiene personale o le riparazioni. Per chi ha figli in età scolare la cancelleria sarà colpita duramente dall’Iva, così come i giochi per i bambini (a cui non sarà facile spiegare perché prima potevano avere un determinato giocattolo e ora a causa della mannaia dello stato devono rinunciare).

Ma se i consumatori avranno la loro gogna quotidiana, non andrà meglio ai commercianti. Soprattutto a quelli dell’abbigliamento e del tessile, ma anche ai negozi di calzature, di elettrodomestici e di articoli per la casa. Settori già ampiamente in crisi che rischiano il collasso… Uccidere lo Stato o i cittadini? Questo è il nuovo dilemma?

Iva dal 21% al 22%? 26 mila aziende chiuderanno!

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Un punto di Iva in più rischia di cancellare 26 mila aziende… questa è una realtà con cui fare i conti oltre che con la stangata di 135 euro in più all’anno per famiglia (che poi non sono mai reali… se i dati ufficiali parlano di 135 euro c’è da aspettarsi almeno un 150 euro in più). Su quali prodotti si va ad abbattere l’Iva al 22%? Circa sul 70% di prodotti che consumiamo… e non sono prodotti di lusso… dallo shampoo del discount fino al pane che ogni giorno portiamo in tavola. Laddove l’Iva non è diretta, la pagheremo in modo indiretto, dal trasporto alla produzione, dalla distribuzione al costo al dettaglio tutto sarà aumentato. In questo modo saranno costrette a chiudere 26 mila aziende entro al fine del 2013.

Il previsto aumento dell’Iva dal 21% al 22% dal primo luglio si tradurrà in una stangata da 135 euro l’anno a famiglia. Il calcolo è dell’Ufficio studi di Confcommercio, che prevede un duro colpo anche per le imprese: l’aliquota standard Iva riguarda infatti il 70% dei consumi. Il ritocco rischia di costringere 26mila imprese del settore a chiudere. Secondo Confcommercio, se salirà l’aliquota scompariranno entro la fine del 2013.

“Bisogna assolutamente scongiurare questo aumento – sottolinea Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia -. Se il governo Letta non lo farà, corriamo il serio pericolo di far crollare definitivamente i consumi che ormai sono ridotti al lumicino con gravi ripercussioni economiche non solo sulle famiglie, ma anche su artigiani e commercianti che vivono quasi esclusivamente della domanda interna. Rispetto al 2011, la riduzione della spesa per consumi delle famiglie italiane è stata del 4,3%, una variazione negativa molto superiore a quella registrata nel biennio 2008-2009 quando, al culmine della recessione, i consumi avevano segnato una caduta tendenziale del 2,6%”.
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