La mala-amministrazione a Padova: indagini e arresti a tutto campo

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L’operazione si chiama “Pantano” ed erano mesi che si indagava su funzionari pubblici e imprenditori in provincia di Padova. Le amministrazioni pubbliche interessato sono: Comune, Provincia, Ater ed Esercito italiano. Nella bufera anche l’ex deputato pdl Filippo Ascierto,  la sua compagna, e il sindaco di Villafranca Padovana Luciano Salvò (ex assessore provinciale di Padova) e funzionari del Comune, della Provincia, dell’Ater, un ufficiale dell’Esercito e numerosi imprenditori edili, tra questi anche Roberto Unizzi, Andrea Caporello, Manuel Marcon.  L’ipotesi di reato è associazione a delinquere finalizzata a numerosi reati contro la Pubblica amministrazione.

 

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L’inquilina del Comune che affitta la casa dell’Ater ai turisti

casa-ater-affittata-tuttacronacaVenezia, con la sua magia, attira innumerevoli turisti. Forse proprio questo ha fatto scattere l’idea a un’inquilina di una casa Ater che ha affittato il suo appartamento ai turisti finchè non sono intervenuti i condomini. Il “caso sociale” è una donna che ha approfittato di Internet per pubblicizzare l’abitazione su un sito specializzato in last minute. E per aumentare l’attrattiva dell’offerta, ha anche allegato all’annuncio le foto della magnifica visuale sul Canale della Giudecca che si può ammirare dal balcone. Non solo, ha anche descritto le due camere matrimoniali nel cui prezzo era compresa la prima colazione. Il tutto per 200 euro al week-end. Una buona entrata, almeno finchè i condomini non hanno deciso di mettere un freno al continuo via vai di gente sulle scale redigendo una lettera per chiedere che venisse verificata la situazione. La missiva è quindi giunta nelle mani di Insula, il braccio operativo del Comune di Venezia per la manutenzione urbana, le infrastrutture e l’edilizia. Scopo: rendere nota la sublocazione ad uso turistico, fatto che comportava anche il disturbo della quiete condominiale. Al momento il sito è stato cancellato e l’attività ha subito una battuta d’arresto, resta il fatto che l’inquilina del Comune ha accumulato un pesante debito nelle rate condominiali, creando così, otrletutto, svariate difficoltà per quel che riguarda la contabilità ordinaria. Sporcati, presidente di Insula, spiega: “Quando abbiamo ricevuto la lettera di protesta abbiamo immediatamente avviato la segnalazione all’amministrazione comunale che effettua le verifiche. Ma quando il controllo è stato effettuato la famiglia risultava regolarmente residente in quella abitazione”. Da Insula è stato anche precisato che, nel caso in cui venisse accertato un utilizzo non in regola con la richiesta di assistenza, potrebbe anche scattare la decadenza.

L’ex marito di Renata Polverini sfrattato dalla casa popolare, era abusivo.

Massimo Cavicchioli-marito-renata-polverini-tuttacronaca

L’ex marito di Renata Polverini, Massimo Cavicchioli, è stato sfrattato da una casa popolare  in via Bramante, nel lussuoso quartiere di San Saba, a Roma dove ha vissuto per 24 anni, 15 dei quali insieme all’ex governatrice del Lazio. L’appartamento era finito nell’inchiesta su “Affittopoli” nel 2011 e la procura di Roma aveva avviato un’indagine dalla quale non sono emersi reati, ma l’Ater, l’azienda pubblica delle case popolari, ha intimato lo sfratto all’ex marito della Polverini perché privo dei requisiti per abitare in un alloggio riservato ai cittadini disagiati.

Il Corriere della Sera racconta lo sgombero di questa mattina: “Cavicchioli ha aperto la porta, in casa c’era una donna di 40 anni, la sua compagna. Non ha opposto resistenza, ma ha protestato: «È una persecuzione politica, qui è pieno di case occupate e siete venuti solo da me (e in un’altra abitazione in viale Giotto dove abitava una studentessa, ndr). Qui ci sono nato 52 anni fa e non mi è mai stata data l’opportunità di acquistare questo appartamento». In casa sono entrati gli operai e un fabbro per il ripristino dei luoghi”. Dalle carte dell’Ater, scrive il Corsera, risulta infatti che Cavicchioli è stato «occupante abusivo non sanabile» dell’appartamento fin dal 1989, quando era morta la nonna, titolare del contratto.

I 60 mq dell’appartamento, in una delle zone più di pregio della Capitale quale è l’Aventino, l’ex marito della Polverini pagava solo 380 uro al mese dovuti a titolo di  «canone sanzionatorio» previsto per gli abusivi. Cavicchioli ha chiesto per (almeno) due volte il subentro nel contratto, ma l’istanza è stata respinta «per mancanza di requisiti reddituali», perché il cumulo tra le sue entrate e quelle della moglie è sempre risultato superiore al tetto massimo previsto. La Polverini infatti ha acquistato altri immobili fin dal 2001 e in base alla legge la separazione del 2004, all’epoca solo di fatto, non è servita ad abbassare i redditi.

Ma evitare questa esposizione mediatica e i commenti che ne possono scaturire nei confronti di Cavicchioli, non era davvero possibile?

La polizia uccide… anche i disabili. Per il giudice quella vita vale 20mila euro!

Riccardo-Rasman-tuttacronaca

Riccardo Rasman era un giovane di 34anni, un omone di 1 metro e 85 cm e di oltre 120 chili nonchè disabile psichico in cura per sindrome schizofrenica paranoide con delirio persecutorio, disturbo che gli era comparso durante i sette anni nei quale aveva prestato servizio militare presso l’ Aeronautica.
Al riguardo la Corte dei Conti per il Friuli Venezia Giulia, nel 2003, aveva riconosciuto a Rasman l’infermità dipendente da cause di servizio a seguito di un ricorso presentato dalla famiglia contro il Ministero della Difesa.

Il 27 ottobre 2006, Riccardo si trova nella sua abitazione di Trieste, un monolocale di proprietà dell’ Ater situato in un quartiere popolare della città. E’ all’incirca l’ora di cena  quando i vicini di Rasman chiamano la polizia; secondo le successive ricostruzioni alquanto confuse, Riccardo stava ascoltando la musica ad un volume eccessivo e ad un certo punto era uscito sul balcone di casa, completamente nudo, iniziando a lanciare petardi ai passanti. Questa è la segnalazione che arriva al 113 che, dopo pochi minuti, giunge sul posto.

A bordo della volante ci sono due agenti, Maurizio Mis e Giuseppe De Biasi che arrivano abbastanza celermente all’appartamento di Rasman; i due, in base alle ricostruzioni, bussano alla porta di Rasman chiedendogli di aprire ma dall’altra parte non ottengono riscontri in tal senso.
Riccardo infatti non vuole aprire la porta e, anzi, pare risponda male agli agenti; secondo la difesa, ha agito così per paura.

Viene chiamata quindi una seconda pattuglia e sul posto sopraggiungono altri due agenti, Mauro Miraz e Francesca Gatti.

Successivamente in fase di dibattito, saranno in molti a chiedersi se non sia stato eccessivo l’utilizzo di 4 agenti e 2 volanti per un episodio simile.

Decidono quindi di forzare la porta con l’ausilio dei vigili del fuoco e di fare irruzione nell’appartamento. Dalle ricostruzioni, una volta dentro al monolocale nasce una colluttazione tra Rasman (che era sul letto) e gli agenti; i quali riescono alla fine ad avere la meglio.
Il ragazzo viene immobilizzato, ammanettato dietro la schiena e le caviglie gli vengono legate con del filo di ferro; così Rasman verrà trovato all’arrivo dei sanitari che riscontreranno anche gravi ferite e segni di imbavagliamento.

Ma ad uccidere Riccardo non sarà niente di quanto descritto sin qui; perché c’è dell’altro. Malgrado fosse ormai immobilizzato 3 dei  4 agenti continuano, per oltre cinque minuti, a fare pressione sulla schiena del ragazzo. Per la Procura di Trieste i 3 agenti “esercitavano pressioni sul tronco, sia salendogli insieme o alternativamente sulla schiena, sia premendo con le ginocchia, un’eccessiva pressione che ne riduceva gravemente le capacità respiratorie.”
Il tutto fino a portarlo a respirare affannosamente, a rantolare, a divenire cianotico. E, alla fine, a smettere di respirare. Il decesso viene constatato all’arrivo dei soccorsi sanitari i quali trovano Rasman nello stato di immobilizzazione sopra descritto; la camera presenta schizzi di sangue sui muri. Per il medico legale si tratterà di morte dovuta ad asfissia da posizione. Nella perizia ci sarà scritto:

“per causare le lesioni riscontrate gli agenti hanno usato mezzi di offesa naturale in maniera indiscriminata anche verso parti del corpo potenzialmente molto delicate, ma anche oggetti contundenti come potevano essere il manico dell’ascia rinvenuta nell’alloggio o il piede di porco usato dai vigili del fuoco per forzare la porta d’ingresso. Gli stessi agenti hanno ammesso di averlo utilizzato contro il braccio destro di Riccardo”

Da un punto di vista giudiziario, inizialmente viene aperta un’ indagine di ufficio che sarà chiusa in tempi brevissimi, nell’ottobre 2007, con una richiesta di archiviazione; per il magistrato infatti, i quattro poliziotti avrebbero agito nell’adempimento di un dovere. Il tutto appare fin da subito strano; le indagini sono rapide e le testimonianze vengono raccolte dagli stessi agenti coinvolti nella vicenda.
La parte civile si oppone alla richiesta di archiviazione e presenta al giudice una serie di indizi raccolti; così nel febbraio 2008 il magistrato ritorna sulla propria decisione e formula una accusa di omicidio colposo per i 3 poliziotti.  Un anno dopo, nel gennaio 2009, i 3 agenti vengono condannati a sei mesi di carcere, con pena sospesa. Sentenza confermata poi anche in secondo grado.

Ora è in corso la causa per il risarcimento in sede civile: al momento la famiglia ha ricevvuto solo 20 mila euro ciascuno. La sentenza giustifica l’ “elemosina” concessa con queste parole: “L’unica sua risorsa era l’immensa forza fisica, che ha portato alla reazione incontrollabile… la crisi respiratoria sarebbe stata indotta-autoindotta da un soggetto fuori di sé e privo di qualunque consapevolezza in un episodio psicotico”. Inoltre va escluso ogni danno patrimoniale perché “Rasman non produceva reddito alcuno”. Quella sera però Riccardo stava festeggiando, con petardi e musica, il suo nuovo lavoro.

Arriveranno almeno le scuse? Se questa è giustizia…

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