La coraggiosa lotta della regista Anna Hall e la denuncia del traffico di bambine

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17 anni fa, più per una casualità che per un interesse personale Anna Hall, regista di Leeds, viene a conoscenza di un gruppo di uomini di origini pakistane con cittadinanza inglese che rapiscono e violentano bambine britanniche riducendole a schiave del sesso.  Anna inizia quindi a usare la sua telecamera come un’arma per denunciare queste atrocità all’opinione pubblica, attraverso una serie di documentari.  La svolta nel 2002, quando la Hall ottiene l’accesso ai documenti dei servizi sociali di Bradford, potendo quindi seguire in prima persona le storie di queste ragazzine misteriosamente scomparse.

Alla vigilia della messa in onda sulla tv inglese del suo ultimo documentario, The Hunt for Britain’s Sex Gangs, Anna Hall racconta la sua esperienza al Guardian, ricordando le storie di due madri di Keighley, un quartiere di Bradford. “Una aveva tre figlie – racconta – Le due maggiori erano state molestate. Era terrorizzata dall’idea che potesse accadere anche alla più piccola, che aveva soltanto dodici anni. Si è trasferita subito dopo la fine delle riprese del documentario. L’altra donne, invece, aveva mandato via la figlia, credendola al sicuro. Invece l’aveva fatta tornare tra le mani del suo aguzzino”.

Molte autorità politiche hanno spesso osteggiato i documentari di Anna Hall archiviando i suoi lavori come mera propaganda elettorale e spesso anche la messa in onda è stata ostacolata. Nel 2004 uno sei suoi documentari, che miracolosamente, erano stati trasmessi viene visto da quasi due milioni di spettatori, ma come racconta la stessa regista:

“Abbiamo risvegliato alcune coscienze, ma la pellicola è sparita dalla circolazione. Mi chiedo se abbiamo fatto la cosa giusta. So di non essere razzista, lo so dal profondo del mio cuore. C’è ancora molto su cui lavorare. In primo luogo, racconta la Hall, bisogna imparare a gestire gli abusi psicologici: “Il documentario mostra come in altri paesi le cose vadano meglio. Noi non abbiamo nessun tipo di assistenza vera è propria: conosco un sacco di ragazzine che sono state profondamente ferite e c’è da chiedersi come entreranno nell’età adulta. Sono terrorizzate da quello che potrebbe succedere loro se denunciano i loro stupratori: credono alle minacce contro i loro genitori e i loro fratelli. Dopotutto hanno solo dodici anni. Guardo i miei figli, hanno dodici anni anche loro. E non ho idea di come risolvere questa situazione. Di sfruttamento sessuale minorile non si parla da nessuna parte, nemmeno nelle scuole – conclude la regista – Eppure quando una ragazzina che prima andava bene a scuola comincia a marinare le lezioni, quello è un segnale che qualcosa non va”.

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