Il Tff e “l’ironia come lo strumento più adeguato per leggere la realtà”

paolo-virzì-tff-tuttacronacaSi è conclusa ieri sera, con il film fuori concorso “Grand Piano” dello spagnolo Eugenio Mira, la 31ma edizione del Torino Film Festival, la prima diretta da Paolo Virzì, erede della gestione di Gianni Amelio e Nanni Moretti. A vincere il Concorso Internazionale Lungometraggi come miglior film è stato “Club Sándwich” di Fernando Eimbcke (Messico, 2013) premiato dalla giuria composta da Guillermo Arriaga, Stephen Amidon, Aida Begic, Francesca Marciano e Jorge Perugorría. Il verdetto conclusivo ha soddisfatto il neo direttore, entusiasta di questa esperienza, che si è goduto una selezione lontana dalle cupezze dei cinefili. Tanto che a vincere è stata proprio una commedia mentre il Gran Premio della Giuria se lo sono aggiudicate le disavventure sentimentali dei francesi di “2 automnes 3 hivers” e il premio del pubblico “La mafia uccide solo d’estate” di Pif.

Al Tff vince la commedia e “non per fare gli scemi”, spiega Virzì, né per reagire in modo facilone a un momento storico particolarmente buio: “A volte l’ironia è lo strumento più adeguato per leggere la realtà, anche quella drammatica”, perchè “È tipico dei subalterni, del proletariato, e di noi gente dello spettacolo, che poi siamo degli straccioni, reagire alla tragedia con una risata, col sarcasmo, magari con dei versi irriverenti”. Riguardo alla selezione, in una lunga intervista rilasciata a La Stampa, il regista spiega: “Non è stata una decisione programmatica, ma evidentemente ci guida un gusto, che non è solo mio. Quello di apprezzare chi, nell’arte del racconto, sa mettere l’elemento ironico e tenerlo insieme a quello drammatico”. Per quel che concerne invece la presentazione dei film, con il tappeto rosso sostituito dalla banda e dai protagonisti del mondo del circo, è stato a sua volta un voler riflettere questa volontà: “il clima festoso non vuole negare la drammaticità del momento, ma serve ad augurarsi la possibilità di una riscossa”. In questi giorni lei è stato bersaglio di fotografi, calamita di proteste, fulcro di polemiche, manco fosse un possibile alter ego del sindaco Fassino. Come è andata? “Dopo otto giorni di programmazione, abbiamo registrato un più 34% di incassi, pari a 254mila euro contro i 189mila della passata edizione che pure era in crescita. Sull’anno prossimo non c’è ancora certezza, ho bisogno della classica pausa di riflessione”. Oltre alle soddisfazioni, l’esperienza appena conclusa gli ha regalato molto altro: “Sicuramente la possibilità di mettere il naso in anteprima in tante opere che non avrei avuto modo di conoscere. Regista e direttore di festival sono due professioni diverse, in comune hanno il fatto che bisogna tenere insieme una squadra. Ho cercato di comportarmi come quando sono sul set, con tutti i collaboratori, ma anche con gli attori e i registi ospiti che ho trattato ogni volta come se fossero il cast di un mio film”. Il Tff offre una vetrina sul cinema di domani. Che cosa dobbiamo aspettarci dai nuovi autori?  “Ho riscontrato diverse tendenze comuni. Si accentua per tutti quella di marcare l’identità delle narrazioni, come se il cinema contemporaneo avvertisse la necessità fisiologica di reagire alla globalizzazione in questo modo. Poi, sempre più spesso, nei cast si mescolano attori e non attori, come per accentuare la ricerca della verità. Crollano anche, sempre di più, i confini tra finzione e cinema del reale e sono superate le barriere tra i generi”. Comunque la vittoria di una commedia è un evento raro nelle rassegne cinematografiche.  “È vero, nell’elenco dei premi di quest’anno, non c’è il ‘tipico film da festival’ che di solito guadagna il riconoscimento più importante. E comunque sì, non c’è dubbio sul fatto che le principali rassegne tendano a non selezionare commedie, forse anche perchè le strategie per lanciarle non puntano su questo tipo di appuntamenti”. Virzì, nell’occasione, ha parlato anche della funzione del Tff: “Tradizionalmente il Tff serviva a esplorare il futuro del cinema. Negli ultimi anni ha ampliato i suoi orizzonti, con una proposta a 360°, che dia modo al pubblico di avvicinarsi a un ventaglio di stili e di generi il più variegato possibile. Il Tff serve a mettere in moto, sia negli spettatori che negli autori in cartellone, idee, energie. È come una biblioteca che si arricchisce di volumi”. Una polemica che ancora non si è spenta, tuttavia, è quella della guerra delle date: già l’anno scorso Muller, nuovo direttore del Festival Internazionale del Film di Roma aveva posticipato la rassegna Capitolina e ora Roma minaccia lo spostamento in avanti a tutto danno del Tff. Lei che ne pensa?  “Ci sono riflessioni e anche idee, ma da adesso ho in programma qualche giornata di stacco, e sarebbe improprio parlare della prossima edizione. Per me questo è un anno straordinario, c’è stata la mia terza paternità, c’è stato un film complesso come Il capitale umano, che uscirà il 9 gennaio… ora prenderei un po’ di pausa”.

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Torino Film Festival al via: quest’anno anche la Rai se n’è accorta!

torino-film-festival-2013-tuttacronacaSi parte oggi, alle 16, con “Le démantèlement” di Sébastien Pilote. Alle 17, Astrid Whettnall e Lionel Jadot presenteranno la pellicola belga”Au nom du fils”. Apre così il Torino Film Festival, il festival che ha pochi mezzi ma ogni anno ottiene grandi risultati e che per questa edizione è riuscito anche ad aggiudicarsi uno spot firmato Rai. Il merito, come spiega La Stampa, va dato a quella letterina che qualche giorno fa l’assessore alla Cultura Michele Coppola ha inviato al direttore generale della Rai Luigi Gubitosi: “Così com’è stata al fianco del Festival del Cinema di Roma sia anche vicina a Torino”. Ufficiamennte, il festival diretto da Paolo Virzì  partirà stasera con la grande festa del Lingotto. La Rai, che segue altri eventi simili in Italia ma non si era mai avvicinata a questa realtà torinese che pure rappresenta un ottimo trampolino di lancio per i giovani, promette anche “un’attenzione e una copertura costanti” per tutta la sua durata. Il primo a rallegrarsene, prorpio l’assessore Coppola: “E’ la bella risposta che ci aspettavamo. Una dimostrazione di attenzione oltre al riconoscimento del Tff come festival italiano del cinema. Il successo del cinema piemontese a Roma con i premi di Film Commission e la partnership con Rai sono la miglior premessa per la nostra rassegna”. Ovviamente va dato merito anche a Virzì, messosi in moto con i vertici Rai. Commento più che soddisfatto anche da parte di Alberto Barbera, direttore del Museo del Cinema: “Dopo 30 anni è una soddisfazione scoprire che è diventato ‘inevitabile’ dare una giusta vetrina nazionale a un grande evento come il Torino Film Festival che cresce per importanza ad ogni edizione”.

E’ quasi Venezia: nell’intervista con l’Huff, il pensiero del Presidente!

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Il Presidente della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, mercoledì  alla sua 70esima edizione, non usa mezzi termini, ma  un linguaggio duro  e un po’ di turpiloquio per descrivere  il suo pensiero e le sue opinioni. Ecco l’intervista di Alberto Barbera ad Andrea Purgatori di cui  proponiamo solo alcuni passaggi, quelli che a nostro parere sono fondamentali per capire  la filosofia e  l’indirizzo  della Mostra a pochi giorni dall’inizio.

Direttore Alberto Barbera, che compleanno sarà?
“Quello di una Mostra coraggiosa, perché abbiamo fatto scelte radicali. Ad esempio, ci saranno in concorso due documentari e due film che definirei estremi, in cui viene dissolto il concetto di narrazione cosi come lo conosciamo”.

Quali sono?
Jiaoyou di Tsai Ming-Liang, dove c’é solo contemplazione e la profondità sta dentro l’inquadratura, nell’immagine che sei costretto a guardare per molti minuti e ti fa ritrovare la densità del mondo. Qualcosa che lo spettatore di oggi non è più abituato a fare. Idem Die frau des polizisten di Philip Groning, che ci ha sempre messi di fronte a una sfida. L’ultima volta con un film muto, sull’estraniazione dal mondo. Questo invece fa esplodere il racconto in frammenti che toccherà allo spettatore rimettere insieme come in un puzzle. Centosettantacinque minuti da vedere tutti dall’inizio alla fine. Un film duro, tecnicamente bellissimo”.

Non c’è il rischio che la sala si svuoti?
“Il rischio ce lo prendiamo tutto. Forse qualcuno uscirà, forse li odierà. Non importa. Potevamo pure decidere di metterli fuori concorso, ma se non facciamo noi delle proposte cosi, chi le fa?”.

Non è che questa selezione più che coraggiosa sia obbligata, visto che Venezia è schiacciata tra Cannes e Toronto?
“Ma no. Le scelte dei direttori dei festival sono determinate dai tempi di lavorazione dei film. Quelli che erano pronti a marzo, sono andati a Cannes. Quelli che non erano pronti, li hanno proposti a Venezia. E quelli che non ci sono non erano ancora pronti oppure non mi hanno convinto e non li ho presi. Chi dice che Venezia soffra la competizione con Cannes e Toronto dice una c*****a”.

Possibile che non ci sia neanche un film che le è sfuggito?
“Uno si”.

Il film di Daniele Luchetti?
“No, Daniele mi ha telefonato e mi ha detto: Alberto, abbi pazienza ma devo ancora riprendermi dall’ultima volta che sono stato in concorso a Venezia con I piccoli maestri e questo non te lo faccio neanche vedere. Mi e’ dispiaciuto, ma è andata cosi. Invece avrei voluto tantissimo 12 Years a slave di Steve McQueen, un film sulla schiavitù. Ma il marketing ha deciso di puntare sul mercato americano. Secondo me, sbagliando. Ma col marketing non vinci mai”.

Quindi, niente rinunce?
“Assolutamente. Tutti i film che volevo, li ho avuti. Quelli che andranno a Toronto o a New York, li ho visti e non li ho presi per le ragioni più diverse. Venezia continua ad essere il festival che fa tendenza, il resto sono balle”.

È anche il primo anno senza un film della Medusa di Berlusconi in concorso.
“Certo. E questo impoverimento dello scenario fa parte del problema. È indubitabile che Medusa abbia ridotto enormemente produzione e distribuzione, ma anche Rai Cinema ha ridotto investimenti e acquisti. Quindi, se persino i due top player fanno qualche passo indietro, tutto questo non può non avere una conseguenza sul complesso dell’industria, dell’offerta e della qualità”.

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