L’integrazione deve partire dal calcio secondo la Kyenge! E la cultura?

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«La Nazionale di calcio è un modello di quella che dovrebbe essere l’Italia di domani», così il ministro per l’Integrazione, Cecile Kyenge, a margine dell’incontro con una delegazione degli azzurri in ritiro a Torino dove martedì incontreranno la Repubblica Ceca.

Ci dimentichiamo l’arte, la cultura, le radici profonde di ogni regione italiana in virtù di uno sport che spesso è stato teatro di scandali (basta vedere il calcio scommesse) o di violenze? Vogliamo ancora dare all’estero l’idea di un’Italia a base di pizza, calcio, mafia e mandolino?

L’integrazione deve passare per lo sport e non per una cultura multietnica? E’ questo il modello che dobbiamo avere per l’Italia del futuro? Il calcio dove il razzismo è ancora elevato e dove i giocatori non possono neppure esprimere la propria omosessualità per non essere discriminati? Questa è l’Italia che sogniamo?

«Razzismo? C’è ancora tanto da fare -prosegue il ministro ai microfoni di Sky sport dopo aver incontrato il presidente della Federcalcio, Giancarlo Abete, il ct Cesare Prandelli e diversi calciatori tra cui Balotelli, Ogbonna, El Shaarawy e Buffon che ha fatto dono al ministro di una maglia autografata da tutti i calciatori azzurri-. Ho sempre chiamato lo sport per camminare e per lavorare insieme nel percorso di cambiamento culturale contro ogni forma di razzismo e per compiere un percorso di integrazione. Questa squadra, lo sport sono dei terreni utili per camminare insieme».

Il terreno utile dovrebbe essere la possibilità di far esprimere gli italiani del domani in ogni forma, non esaltando come spesso accade su culture basate sul maschilismo e sulla forza fisica, ma su uno scambio culturale. Perché discriminare chi sogna di poter avviarsi a un’attività artistica, politica, imprenditoriale? Il calcio deve essere il punto di partenza? Non può essere la scultura, la letteratura, la medicina…

«C’è ancora tanto da fare ma lo dobbiamo fare tutti, ciascuno per la sua parte di responsabilità. Proprio per questo -prosegue la Kyenge- ringrazio la Federcalcio per il lavoro che sta facendo per controllare e sanzionare comportamenti razzisti. E ringrazio la squadra che porta avanti valori e una formazione contro ogni discriminazione. Per le istituzioni, per le scuole e per altri settori, bisogna aumentare l’informazione e la formazione a livello di Paese e nei diversi luoghi».

 Sicuramente c’è molto da fare, ma prima di tutto bisogna capire che modelli abbiamo e quali sono gli obiettivi.

Il ministro Kyenge ha parlato anche dei calciatori che lasciano il campo perché vittima di insulti. «Non bisogna soltanto guardare al comportamento del giocatore, ma a tutto, al clima in cui gioca, al clima di stress di per sé e di prestazione cui è sottoposto, considerando che non tutti abbiamo lo stesso carattere», sottolinea il ministro per l’Integrazione. «Non è facile per nessuno – conclude Kyenge – lavorare in condizioni di difficoltà, di attacchi e questo succede anche per i giocatori. In Parlamento spetta alle istituzioni andare avanti: ognuno di noi deve portare un contributo nella lotta al razzismo».

In ogni lavoro ci sono delle difficoltà, quante donne vengono discriminate? Non ci sono forme di razzismo oltre al colore della pelle? Non c’è forse bisogno di integrazione anche tra tutte quelle persone che continuano a far indossare veli e a maltrattare le donne, umiliandole e aggredendole? Non esiste il razzismo che porta molte minorenni a essere schiave del sesso da parte dei loro connazionali? Ci dobbiamo preoccupare degli insulti a un giocatore, sicuramente da sanzionare, e non del dramma di milioni di persone che ogni giorno subiscono la violenza di uomini che per “cultura e tradizione” riducono in schiavitù le donne? Da dove partire quindi per l’Italia del domani? Siamo sicuri che il calcio, cioè quel mondo dorato dove c’è chi viaggia in Ferrari, sia il punto di partenza?

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