L’Italia è troppo vecchia per il termine “rottamazione”?

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Sembra che il termine di Matteo Renzi abbia preoccupato gli italiani. L’età media italiana è troppo elevata e tanti anziani si sono sentiti “rottamati” e perciò Renzi alla fine è rimasto sconfitto dal termine che invece lo doveva portare alla vittoria. Quel termine che nelle intenzioni avrebbe dovuto significare cambiamento e invece è diventato, anche perché strumentalizzato, una sorta di falce che avrebbe condannato chi in Italia ha più di 50 anni. Così oggi Renzi riconosce i suoi errori e va “Oltre la rottamazione. Nessun giorno è sbagliato per provare a cambiare”. Sceglie un libro per raccontare la sua idea di Pd, sceglie il Salone del libro di Torino per la presentazione.

«Avessimo utilizzato un’altra espressione, probabilmente non avremmo avuto la visibilità ottenuta con “rottamazione”, ma è anche vero che in una comunità come quella italiana, dove il 70 per cento della popolazione è over 40, forse l’impatto è stato eccessivo. Ho impaurito. Dunque ho sbagliato» così scrive il sindaco di Firenze nel suo libro.

Renzi racconta di come abbia vissuto le ore che hanno preceduto la nascita del governo Letta quando sembrava dovesse toccare a lui. «L’ipotesi che consideravo impossibile, infatti, prende corpo nelle telefonate più stravaganti. Dai miei avversari interni nel Pd, che sono i “giovani turchi”, ai sindaci delle città più importanti, da leader esperti come Veltroni e Casini, da sinistra a destra ricevo molti incoraggiamenti a mettermi in gioco. I miei amici sono ovviamente terrorizzati: “Matteo, questo è un trappolone”». Renzi decide quindi di vedere Enrico Letta: «Ci parliamo, guardandoci in faccia: chiunque sarà il candidato avrà il totale appoggio dell’altro». «Letta lascia l’ufficio e io cerco di capire che sta succedendo nel centrodestra.  La palla ce l’hanno loro. Inizia a circolare la notizia di un veto del Pdl su di me. Alcuni dirigenti di centrodestra, che avevano pubblicamente dichiarato il consenso sul mio nome, fanno una mezza marcia indietro. Alla fine mi risolvo a chiamare al telefono Angelino Alfano. Lui è molto sincero e io lo apprezzo molto quando mi spiega che loro hanno altre preferenze. Lo ringrazio e mentre stiamo terminando la conversazione, cambia tono. Ehi, Matteo, è appena entrato Berlusconi: te lo passo, così ci parli direttamente. Avevo visto Berlusconi qualche giorno prima, per una cerimonia pubblica, e mi aveva lungamente illustrato le strategie per la panchina del Milan. Dall’altro lato della cornetta la voce è cordiale. «Non c’è un veto nostro, caro sindaco. Semplicemente non vogliamo te, preferiamo Amato e Letta». C’è un problema di vocali, insomma: volevo prendere il voto dei delusi di Berlusconi, arrivo a prendere il veto. È un’apofonia vocalica che non costituisce per me motivo di delusione, ma di divertita soddisfazione. Penso a quanto sono stato mediaticamente insultato nel mio partito per essere la «spia» di Berlusconi. E adesso si scopre che non sono propriamente nel cuore del Cavaliere. Anzi, se c’è un nome che preferisce evitare, quello è il mio. Dormo molto sereno, sapendo di essere fuori dalla partita. Al mattino mi svegliano i messaggini: mentre i giornali danno per certo Amato, so che il Colle ha scelto Letta. Quando Enrico mi scrive, il suo sms è irriferibile: scopro che nei momenti di solenne intensità istituzionale il nuovo primo ministro usa lo slang pisano. Il premier incaricato sale al Colle mentre io saldo il conto in albergo e torno a Palazzo Vecchio. Cosa mi rimane di queste settimane così intense? Mi rimane la politica. Che è dignità, sudore, coraggio. Mi rimane, soprattutto, il sapore del vento in faccia. Quell’esperienza che può capire soltanto chi ama rischiare, chi non vive rassegnato e rannicchiato alle spalle dei potenti. E mi rimane il gusto della sfida. Oggi è possibile andare oltre la rottamazione. E forse è necessario. Perché, finalmente, l’Italia torni a fare l’Italia».

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