L’Italia non è un Paese per i giovani, per donne, per gli anziani, per gli stranieri, per gli onesti, per i disoccupati, per i cassa integrati, per gli esodati, per… i malati!
Nonostante nella nostra Carta si dichiari che l’Italia è un Paese fondato sul lavoro, è proprio questo diritto che è stato negato a Oliviero Biancato, elettricista 52enne di Marcon che si è visto recapitare una lettera dalla sua ditta di Mestre, nella quale aveva lavorato fino al 29 aprile perchè:
«Ha esaurito i giorni di malattia concessi in tre anni (sono 274, ndr) per potersi curare – spiega – è stato operato a giugno scorso, poi ha cominciato una prima fase di tre cicli di chemioterapia che non sono andati bene». La trafila è lunga. Dentro e fuori dall’ospedale. Anche perché serve tempo per riprendersi dalle sedute. Per rimettersi in forze. «Tra novembre e dicembre siamo stati nel limbo perché non si capiva che terapie dover seguire. A metà febbraio c’è stato un nuovo ricovero, perché la malattia è ripresa», racconta la moglie. Il countdown quindi è scattato di nuovo. Inesorabile. Poi la decisione inaspettata dell’azienda: il licenziamento. «Il 24 maggio mio marito dovrà sottoporsi al sesto ciclo di chemio – racconta la donna – se la tac fosse andata bene lui aveva tutta l’intenzione di tornare al lavoro. Invece è stato convocato dai dirigenti della ditta perché volevano parlare con lui. Non ce l’aspettavamo».
Cosa gli viene prospettata a Oliviero Biancato? Una pensione d’invalidità. Ma come spiega la moglie «Non è una questione economica, ma di avere almeno il diritto di ammalarsi. Pensi che mio marito voleva rientrare al lavoro e lasciar perdere le terapie. Non vuole neanche pensare di andare in pensione anticipata, ne soffrirebbe troppo nelle sue condizioni. Se per curarsi si perde il posto, allora uno per che cosa lotta a fare».
E pensare che di lotte Oliviero ne ha fatte molte… l’ultima quando incurante della sua malattia, quasi un anno fa, si gettò nelle acque del Marzenego per salvare una donna che si era gettata dal cavalcavia di San Giuliano e ancora la moglie ricorda: Mio marito è stato la sola persona a muoversi, e ce n’erano altre sul cavalcavia. Non so in che Paese viviamo»
Non lo sa nessun cittadino onesto in che Paese vive… sicuramente dove si viene tartassati di tasse, accusati di razzismo, di violenza, dove la stampa deve seguire pedissequamente le linee guida del governo e dove i fondi per una pluralità di informazione vengono tagliati ( che poi i fondi per l’editoria dovevano essere rivisti sicuramente non vi erano dubbi, ma non falcidiati). Dove il diritto alla malattia non c’è più e dove la pensione è un mero faro in lontananza le cui modalità cambiano in continuazione lasciando nell’incertezza milioni di cittadini… in che Paese viviamo? Ma soprattutto che Paese vorremmo?
gabbianoarte
/ Maggio 15, 2013Sono senza parole
tuttacronaca
/ Maggio 15, 2013Purtroppo simili storie spezzano la voce e viene solo da cheidere “perchè?”, “com’è possibile?”, “dov’è finita la Repubblica fondata sul lavoro?”