DON GIOVANNI POP, ovvero Filippo Timi!

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Quinte d’oro e plastica, pavimento luminoso, fondale con angeli michelangioleschi e un materasso a forma di crocifisso su cui giace un uomo che si sta iniettando una dose di eroina.
Si apre così l’attesa messa in scena del Don Giovanni di Filippo Timi, di cui l’attore perugino è autore e regista, che ha debuttato il 27 febbraio scorso al Teatro Franco Parenti. Ed è subito chiaro che del libretto di Da Ponte-Mozart a cui l’opera si ispira c’è ben poco. O forse solo l’essenziale, scarnificato.

Un concentrato di cinismo e brutalità che ha contagiato anche l’universo creaturale che lo circonda, come anticipato dal sottotitolo vivere è un abuso mai un diritto. È proprio questa la forza e l’originalità del lavoro di Timi, aldilà degli eccessi provocatori a cui negli anni ci ha abituato: l’aver capovolto la centralità dell’impianto scenico-narrativo. Don Giovanni non è più il motore eliocentrico da cui dipendono tutti i guai, ma è un virus che ha contaminato il pianeta e di cui ogni personaggio porta il seme propulsivo.

Sono gli altri i veri protagonisti della pièce, a cui Timi regala ampio spazio relegando al Don Giovanni un ruolo non proprio secondario ma certamente di collante, di deus ex machina che dall’alto un po’ manovra e po’ osserva questa umanità alla deriva.

Un’umanità fatta di figure nevrotiche e strabordanti come i vestiti che indossano – vere e proprie meraviglie kitsch realizzate dallo stilista di Prada Fabio Zambernandi – che si lasciano andare ad un linguaggio caricaturizzato ed esagerato, come quello rottermeiresco di Donna Anna, che da bambina indifesa si trasforma – letteralmente – in una macchina da guerra desiderosa di vendetta nei confronti di chi ha ucciso suo padre, perché ha tolto a lei la possibilità di farlo.

Il risultato fastoso del lavoro timiano è dettato dall’aver unito elementi che, apparentemente
insensati, contribuiscono alla costruzione di questa Babele impazzita. Proiezioni di video presi da You tube fanno da corollario ad una scenografia prorompente e ad una colonna sonora che spazia dai Pink Floyd ai Queen passando per le sigle dell’Uomo tigre e della Sirenetta.

Uno spettacolo in cui il Pop, frequenti le gag di matrice cabarettista, il coinvolgimento attivo del pubblico, le brevi coreografie, e le incursioni di una cultura Anni ’80, diversi gli espliciti richiami a Kubrick, la fanno da padroni. Il tutto farcito con una dose di lieve blasfemia: se doveste immaginare Lucifero in carne ed ossa, vi verrebbe in mente di fargli indossare un uniforme da Generale delle SS color rosa shocking?

 

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